Cinzia BALDAZZI - Il labirinto di Ivo
Nardi tra ragione e volontà
Riflessionale laico
“Riflessioni.it”
pubblicazione indipendente, Roma, 2025, pagg. 177
€ 13,90
(copertina flessibile), € 18,90 (copertina rigida), € 6,90 (Ebook)
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Prefazione di Cinzia Baldazzi a Riflessionale laico di Ivo Nardi
In sintesi, se
all’epoca non avessi trovato “riflessionale” sul rinomato Devoto-Oli, avrei
avuto qualche empasse. In un “oggi”
relativo non è stato così, in quanto, con un messaggio rimasto oscuro al primo approccio,
già dal 1963 Bob Dylan sarebbe stato pronto a esortare: «don’t criticize / What
you can’t understand». Nella pertinenza
dell’attualità, riguardo al Riflessionale
(per giunta, laico) di Ivo Nardi, pur
ignorando il contenuto precodificato del sostantivo, non sono scoraggiata nell’identificarlo,
anzi mi sento stimolata. Inoltre, nell’apprendere la corrispondenza della parola
con un intervallo dedicato a «ritrovare sé stessi e riscoprire il valore
generativo del dubbio», è come se si spalancasse dinanzi a me un orizzonte «tra
il presente e il passato, tra noi e coloro che ci hanno preceduto».
Priva
dell’importante esperienza di nascere e vivere nella suggestiva Valle Roveto, non
posso quantificarne la nostalgia né la motivazione di nutrirla; dunque, non
evocherò il tragitto affascinante offerto dai racconti in un “qui e ora” («Ciò
che siamo, ciò che sentiamo»), soprattutto riflesso dell’esperienza legata a un
“prima” e a un “dopo”. Tuttavia, sono stata colpita dalla bellezza della Natura
non solo «come un pensiero astratto», in analogia a
quanto scrive Nardi: «era una sensazione viva, vissuta con ogni parte di me». Quindi, pur non chiamandomi Arianna, scelgo di
associare la celebre protagonista del μῦθος (miùthos) a una figura emersa da queste pagine, la quale rimane «sospesa
in una rete di presenze evanescenti, alla ricerca di contatti impalpabili che
spesso finiscono per sostituire quelli reali».
Nella vicenda della
prigione del Μινώταυρος (Minotàurus),
dell’ateniese Θησεύς (Thesèus) e della
figlia del re Μίνως (Mìnos) esiste un’antinomia
suggestiva tra l’epos e l’iter archeologico-simbolico, essendo la
forma architettonica labirintica dell’insidioso percorso di Cnosso una
struttura univaria (un’unica via conduce al centro), mentre l’alias
mitologico la definisce multivaria (il cosiddetto maze, dove una scelta apre ulteriori bivi). Il μίτος (mìtos”), il filo della principessa illustra un mezzo adatto a tramutare
il Χάος (Càos) in un percorso
dell’ordine. Pertanto, allo scopo di affrontare il dedalo narrativo sviluppato da
Nardi, il mosaico di citazioni implicite o testuali, le “svolte” da lui
descritte nella cultura occidentale e orientale, consiglio di utilizzare metaforicamente
il simbolo del λαβύρινθος (labiurìnthos) in un quid
di aura sofisticata del conscio e dell’inconscio, quasi una rete narrativa ad evitare
“gomiti” o svolte brusche - a campione, nella scelta di seguire, sul concetto di
morte, le dottrine di Epicuro o Buddha - usufruendo invece del suo meditare
attraverso “cunicoli” proficui a transitare nei paesaggi stretti tra un’idea e
l’altra.
Per quanto mi
riguarda, ad esempio, preferisco concepire il termine di libertà in una feconda
convivenza tra l’esegesi di Jean Paul Sartre coincidente con la piena scelta responsabile
e l’idea di John Stuart Mill il quale, sull’asse del dubbio, la coltiva condividendola
con la dimensione collettiva: «Come funamboli», suggerisce Ivo Nardi, «dobbiamo
camminare lungo un filo sottile, cercando di armonizzare i nostri bisogni con
quelli degli altri, senza perdere di vista il valore delle nostre scelte».
Il «filo sottile»
della logica in grado di salvare dal Chaos,
la memoria o legame d’amore per l’umanità, è il saldo leitmotiv del volume: non scaturisce, però, dall’obbedienza a
categorie ancestrali, piuttosto, al pari del mythos, procede da un’eversione utopica alle norme imposte, perché
in questo caso, a differenza dei labirinti del pensiero moderno, non sussistono
percorsi con bivi o vicoli ciechi e la via di uscita (remota, ambita) si deve
solo rintracciare. Come? È stato utile ritrovarmi strumentalmente in Arianna,
il cui filum appare oggi funzionale
in campi diversissimi, raccolto in un gomitolo capace di ospitare e ordinare i
grovigli mentali ispezionati nel profondo. Di conseguenza, per comprendere
meglio l’inquietante Weltanschauung
(“visione del mondo”) di Nardi, si potrebbe paragonarlo a Teseo, uno dei grandi
ἥρωες (eròes) classici insieme ad
Eracle. Figure imponenti della mitologia greca, legati da stima, affetto e
parentela (erano cugini), entrambi provvisti di natura divina e mortale,
sconfissero creature mostruose a favore della sopravvivenza della volontà di
tutti. Ma il futuro re di Atene, discendente di Poseidone, a differenza del possente
figlio di Zeus e Anfitrione, è paladino della μῆτις (mètis, “astuzia”, “saggezza”), unita alla forza della Φύσις (Fìùsis) e non da essa meccanicamente
trascinata.
In via analogica,
in una ψυχή (psiuchè) moderna, aperta
al divenire delle cose e della storia, il labirinto dal quale esce Ivo Nardi in
virtù della ratio potrebbe coincidere
con il superamento di quella fitta rete del ménage
quotidiano la quale impediva, come gli ricordava il padre, di convincersi che «la
felicità non viene dalle cose che possiedi», sebbene il nostro autore fosse
oggetto di un simile “caos” nella fanciullezza, quando il condizionamento illusorio
si esprimeva nel voler possedere una bicicletta da cross, poiché quella rossa,
tesoro “inestimabile”, era ormai troppo piccola.
Comunque, i
meandri dei desideri e delle false mète, rumore mentale della volontà, sono
percorsi non solo da falsi impulsi fisici, bensì anche da pregiudizi o impulsi
distruttivi indotti da opinioni altrui. Le prime tracce letterarie di Dedalo, Arianna e
Cnosso risalgono all’VIII secolo a.C., nell’Iliade omerica, e due secoli dopo,
nel lungo viaggio verso il traguardo del Nirvana, Buddha consiglierà - lo
spiega bene Ivo Nardi - «di sviluppare una consapevolezza profonda, osservando
il modo in cui i desideri sorgono, persistono e si dissolvono, sia nella nostra
mente che nelle interazioni con il mondo». In effetti, proprio nell’acquisire un
νοῦς (nùs - “intelletto”), da paragonare
al “riflessionale”, Teseo accetta di entrare in un sistema arcano mostrando,
per superarlo, di affidarsi a un mìtos
costituito da un metodo logico con regole umane e “democratiche”, capace di
suscitare idee non casuali, svincolate da stravaganze inutili così da evitare
la paralisi timorosa del dubbio. Emblema dell’eroe della scelta consapevole, Teseo
è l’unico a decidere di entrare e affrontare il pericolo assoluto, non per se
stesso ma per gli altri, in vista di una libertà effettiva e condivisa.
Generato da Egeo ed Etra, gli era accaduto qualcosa di affine
al «gesto responsabile» indicato da Nardi nel suo viaggio gnoseologico: «Dal
Riflessionale nascono scelte più attente, parole più giuste, azioni che non
rispondono all’impulso ma alla comprensione. Riflettere è anche assumersi la
responsabilità di ciò che si pensa, si dice, si fa». Dal momento che il protagonista del capitolo con sottitolo “Il
desiderio e il distacco” è un fanciullo alla ricerca di un’esistenza felice,
ovvero illuminata da un verum in
progress, avendo introdotto nel discorso il simbolo del labirinto, segno di una
struttura non statica, in continua espansione (con bivi equivalenti a scelte
etiche e vicoli ciechi dove la ragione involuta torna su se stessa), suppongo opportuno
citare Shining (1980) di Stanley
Kubrick, sceneggiato con Diane Johnson, basato sul romanzo quasi omonimo di
Stephen King (1977). Il regista ha avuto l’ingegno indiscusso di modificare un
espediente del film horror in un’allegoria globale della psiche: nel novel compaiono, al posto del dedalo, siepi
modellate su icone di animali i quali, inosservati, prendono vita.
Incombe ovunque il pericolo della brevità del tempo in agguato: per l’argomento
trattato, risulta centrale la sequenza in cui Jack Torrance (marito e padre) contempla
il plastico del labirinto di siepi nella hall dell’hotel nelle montagne del
Colorado. In pochi istanti, in uno zoom, osserviamo Wendy e Danny (moglie e figlio) camminare all’esterno
del λαβύρινθος (labiurìnthos). All’improvviso scorgiamo l’autore in crisi, bloccato al centro di un
insuperabile intrico di parole: “All work and no play makes Jack a dull boy”. Ispirandosi
alla struttura “riflessionale” di Nardi, tale atmosfera vissuta dall’ex-docente
alcolista (intento a terminare un capolavoro teatrale) potrebbe coincidere con la
possibilità interrotta di produrre un atto poetico-letterario: si è spezzata in
lui (con le parole di Nardi) la «capacità di trasformare il pensiero in
bellezza, di dare forma alla meraviglia». Il λόγος (lògos) non nasce «dopo l’ascolto», perché nella
trama-intreccio trionfa il silenzio della follia. Torrance si altera nell’ibrido
Minotauro, legato al passato lugubre dell’Overlook Hotel.
Al contrario, il bimbo con il triciclo azzurro (parallelo perverso dell’inoffensiva
bicicletta rossa di Ivo Nardi) riesce a favorire l’input della salvezza e autoaffermazione per sé e per gli altri (la
madre) attraverso un annuncio spaventoso della tragedia. Il veicolo a tre ruote
conduce verso l’orrore con un rumore sordo tra i tappeti e un frastuono
metallico sul parquet, promuovendo un gravoso sentimento del freudiano Unheimlich (il “non familiare”), poiché
mentre i balocchi possiedono di consueto la pertinenza di un’infanzia sicura, il
giocattolo di Shining provoca un
impatto visibile non ordinario, non quotidiano: alla fine di un corridoio, nel girare
un angolo all’interno dell’albergo (non ancora del labirinto), procura il
trauma emotivo di visioni spaventose, ossia le gemelle Grady.
Tra le pagine di Riflessionale
laico trapela un simile Voce, epifanica della sciagurata rinuncia al pensiero, della
disfatta nella ricerca della libertà: di certo non truculenta come la follia
omicida del film di Kubrick, comunque carica di un monito altrettanto
catastrofico, a meno che non si ricorra al prezioso dono insito nell’aura
riflessionale come «riconoscimento della
complessità»: «È il luogo dove le risposte semplici non bastano».
L’intricata struttura del giardino di siepi, illuminato di notte da luci
irreali, non enfatizza un ambito familiare, ospitando anzi la proiezione fisica
della mente omicida del padre Jack mutato in mostro: in contrasto con l’erede di
Parsifae e del bianco Toro di Creta, il Μινώταυρος-Minotàurus è frutto di peccati altrui, non può sfuggire alla fame animalesca,
si ciba della carne di fanciulli per la decisione legata a una vendetta del patrigno
Minosse. Lo scrittore fallito, nella vicenda di Shining, adombra altresì una bestia spietata con la maschera di
uomo.
Così, l’overlook di Danny ricorda
un filo di Arianna nel senso opposto: il bimbo può tornare sui propri passi per
ingannare il monstrum e - utilizzando
le parole di Ivo Nardi in senso traslato, relative al Riflessionale Laico -
concepisce che «la realtà può essere guardata da più angolazioni e ogni
certezza è un invito a indagare più a fondo». La “luccicanza” del fanciullo non
si incrementa per costruzione, non viene alimentata o coltivata, piuttosto ha
il significato di «imparare a vedere, senza giudicare».
In breve, se affronteremo il percorso creato da Riflessionale laico, riusciremo «a trasformare il pensiero in
bellezza», sostiene Roberto Taioli, a «dare forma alla meraviglia» e, in
analogia al piccolo Torrance (τόπος-tòpos
allo stesso tempo di Arianna e Teseo), guadagneremo salvezza nel saper leggere
i segnali dell’umanità autentica, occultata ai conformisti e a gente priva del coraggio
di imparare; guariremo, infine, dalla paura di tornare indietro e di trascurare
i sensi comuni illusori, nemici della coscienza.
Tentiamo di non affidarci alla tutela “assistita” (millenni orsono, salvifica
per Teseo), piuttosto - accettando uno dei messaggi centrali del libro di Ivo
Nardi - centriamo l’obiettivo di allargare la prospettiva e l’energia della
coscienza in un reciproco e attualissimo «atto di cura». Come? Prestando attenzione
all’astuzia cinetica, con sfumature strategiche mimetizzate nei nostri passi
prima di arrivare al traguardo finale. Lo shining
di Danny, il thread di Arianna materiale ed
extrasensoriale, sembra filosoficamente relativo alla Sorge di Martin Heidegger, ossia la “cura” coincidente con il filum invisibile relativo alle nostre intenzionalità
coltivate. Ambedue delineano l’esito di tenere legati al mondo donne e uomini salvandoli
dal nichilismo o dallo smarrimento totale: gettati nel labirinto del Dasein (l’Esserci) in das Chaos, il “prezioso filo” appare struttura
fondamentale per rilevare impronte del passato e proiettarsi nel futuro.
Nel capitolo intitolato “Il tessitore”, apprendiamo da Nardi che il
«passato vive nella memoria, il futuro si proietta nelle aspettative, e il presente
è l’unico istante in cui possiamo davvero esistere». Ma “esistere” come? Del
resto, il mìtos di Arianna non era una
“bacchetta magica”, piuttosto un tropo della Sorge: senza la sua collaborazione, il dedalo anche quella volta
avrebbe vinto, poiché in esso l’angoscia, il contesto Unheimlich (il “perturbante” freudiano derivato dal non “trovarsi a
casa”, ossia in un luogo familiare) avrebbe annullato ogni salvezza.
Voltata l’ultima pagina, posso assicurare ai lettori di poter godere di una
cura heideggeriana, verso se stessi e la collettività, raffigurata dall’invito
a non dimenticare mai, dentro o fuori qualsiasi intrico della mente e del
corpo, quanto apparteniamo al contesto spazio-temporale circostante, il citato Dasein, enfatizzando così l’importanza del
divenire e della morte, tappa o salto finale della vita. Nel confrontarsi con
esso, grazie al filo di Arianna utilizzato per non perdere l’orientamento, occorre
però non lasciare tracce per il male, anche se non va mai ignorato. La
soluzione? Forse sarà il caso di cercarla nel cuore del libro di Ivo Nardi,
quando l’autore (ricordando il monito di Friedrich Nietzsche) trova la
definizione di “felicità” nel «coraggio di accettare tutto, il bene e il male,
e di usarlo per scoprire e diventare chi siamo davvero».
Ivo Massimo Nardi (1965), nato ad Avezzano (AQ) e residente a Roma, è un autore e divulgatore culturale italiano. Ha vissuto i suoi primi sei anni nella Valle Roveto tra i monti che definiscono il confine tra Abruzzo e Lazio.
Nel 1971 i
genitori decidono di trasferire la famiglia a Roma, scelta che cambierà
notevolmente il suo futuro. Diplomatosi, entra nel mondo della televisione
diventando operatore e montatore video di documentari e fiction, soprattutto
per la RAI. Affascinato dall'arrivo di Internet, nel 2000 crea Riflessioni.it,
sito web il cui scopo è quello di raccogliere e divulgare contenuti che possano
stimolare la riflessione e di conseguenza sviluppare il pensiero.
Nel 2005 la
casa di produzione televisiva chiude i battenti e Ivo Nardi decide di
trasformare la sua passione per il web in lavoro. Tuttora dirige Riflessioni.it,
diventato negli anni un importante portale culturale, punto di riferimento per
molti.
Nel 2016, e in
terza edizione nel 2024, pubblica il libro Riflessioni sul senso della
vita, con il sottotitolo 10 domande a 100 personaggi, 1000 risposte a
confronto, un libro in cui sono raccolte risposte, date da diversi
personaggi, a domande esistenziali. L'autore riesce a cogliere, da ciascuno di
loro, una personale considerazione su temi che coinvolgono l'intera specie
umana e consentono al lettore di condividerla o confrontarla con la propria.
Nel 2023
pubblica 365 motivi per vivere - Un motivo per ogni giorno dell’anno,
concepito per motivare chiunque a trovare la felicità e la serenità nella vita
quotidiana e a guardare avanti con curiosità, ottimismo, speranza e
gratitudine.
Nel 2024
pubblica Errori di pensiero e credenze. Come spiega il sottotitolo
- Strumenti e risorse per imparare a pensare con la propria mente e
sviluppare il pensiero critico - il volume promuove il pensiero critico per
analizzare le nostre credenze, in particolare quelle religiose, e invita i
lettori a esaminare le proprie convinzioni per pensare in modo più indipendente
e consapevole.
Nel 2025
pubblica Riflessionale laico, un invito a esplorare il proprio
spazio interiore, unendo filosofia, spiritualità laica e narrazione. Un viaggio
tra memoria, identità e transitorietà, radicato nei paesaggi della Valle Roveto
in Abruzzo e arricchito dal dialogo con grandi pensatori, per ritrovare il
valore del dubbio, il senso delle radici e la bellezza del pensiero riflessivo,
riscoprendo la filosofia come esperienza concreta di vita.
Ivo Nardi
sostiene che allenare la propria mente e, di conseguenza, maturare e sviluppare
il proprio pensiero, possa aiutare a non essere succubi e facilmente
influenzati da qualcosa o sottomessi da qualcuno. Si augura che un giorno tutte
le scuole insegnino l’arte di pensare: è convinto che sia l’unico modo per
evolversi in massa e creare una collettività pensante, dotata di intelletto
critico, capace, quindi, di assumersi le proprie responsabilità e scegliere il
meglio non solo per il benessere individuale ma per il benessere di tutti.



Prefazione molto interessante, complessa, profonda...
RispondiEliminaNon conoscendo il libro la prefazione mi sembra invogli il lettore potenziale a leggere questo Riflessionale che a me rende l'idea di un confessionale (che può essere religioso o laico come il lettino di uno psicologo) I miei studi filosofici sono molto lontani e ho fatto un po' di fatica, confesso, a orientarmi nel labirinto ma mentre cercavo di farmi strada mi è nata l'associazione fra filosofia e psicologia, forse perché la psicologia dovrebbe proprio curare gli ingorghi emotivi, i blocchi nelle scelte sbagliate: in fondo credo che gli aspetti filosofici e psicologici costituiscano quella sinergia che si attualizza nella nostra 'filosofia' di vita.
Hai proprio ragione, Valeria. D'altronde, molto anni orsono, nella mia gioventù, in Italia la psicoanalisi era veramente d'elite e tutti gli aspetti dello spirito e dell'anima, estremamente positivi, quindi da coinvolgere, o negativi, ossia di disturbo, erano indagati con la grande psicologia. Del resto, mentre è nata come una branca della psicologia - ho letto - chiamata "filosofia della mente", da tempo è divenuta una parte indipendente del pensiero critico, situata tra riflessioni particolarmente speculative e la scienza della cognizione una volta detta "gnoseologia".
EliminaGrazie di tutto.
Grazie a te, Cinzia
EliminaLeggendo è come entrare nel libro anche se non puoi seguire il filo ormai perso "Forse" da molta gente. Quel labirinto che è la vita dominata ormai dall' impulso, dall' arte della menzogna dove lo sport principale è l' inganno. La speranza è che si quel lettino prima possibile finiscano i tiranni del mondo. I minotauri rinchiusi nei loro labirinti senza uscita privi di quella Libertà che agli altri spetta di diritto. Buona vita a voi
RispondiEliminaSperiamo insieme, caro Otello, nella libertà degli altri, ottenuta grazie alla psicanalisi o alla "vecchia" autocoscienza. Alla nostra, chiaramente, penseremo noi al meglio: io seguirò il filo di Arianna, eccellente metafora della coerenza cognitiva e della resistenza psichica nel caos contemporaneo. Quale il tramite, il veicolo? Ovviamente il messaggio artistico e poetico.
EliminaBello risentirti, caro Otello. Un abbraccio e te e a Tiziana.
Bellissimo invito, cara Cinzia. Definire la filosofia sovrana proprio perché libera da scopi pratici ne restituisce tutta la forza. C'è un grande bisogno di questa "logica amorevole" fuori dal coro, capace di inventare nuovi linguaggi per decifrare il presente.
RispondiEliminaGiusto, caro Francesco. E' la logica amorevole che conta. Appellandomi a lei, io conosco voi e cerco a mio modo di uscire dal labirinto conoscitivo ed esistenziale tracciato senza rimanerne imprigionata. Soprattutto conoscendo la vita, la vostra e - grazie per sempre - la mia.
EliminaL’ho letto con attenzione, anche se non conosco direttamente il libro di Nardi, e forse proprio per questo mi sono mosso dentro il testo come si fa quando non si ha una mappa precisa: cercando di capire da che parte stesse andando il pensiero, più che seguirlo passo dopo passo. Quello che mi è arrivato è soprattutto un’immagine: quella del riflettere come uno stare dentro le cose, non per dominarle, ma per non esserne trascinati. Il riflessionale, per come lo descrivi, sembra meno uno strumento e più una pratica, quasi una disciplina del restare. Il riferimento al labirinto è forte, ma non l’ho percepito tanto come un enigma da risolvere, quanto come una condizione. Non tanto uscire, ma capire come muoversi senza perdersi del tutto. E in questo senso il filo — più che indicare una via — mi sembra qualcosa che tiene insieme, che impedisce la dispersione. Ci sono passaggi molto densi, che aprono continuamente il discorso e lo portano verso altri territori — filosofia, mito, cinema — e a volte si ha la sensazione che il pensiero si allarghi più di quanto riesca a raccogliersi. Ma quando torna su qualcosa di concreto, anche solo un’immagine o un ricordo, il discorso si fa più chiaro, più aderente. È lì che, almeno per me, trova maggiore forza.
RispondiEliminaNon avendo letto il libro, posso dire solo questo: il tuo testo non lo spiega, ma lo evoca. E forse è una scelta precisa. Non offre una sintesi, ma crea uno spazio in cui viene voglia di capire meglio da dove nasce quel tipo di riflessione.
Caro Antonio, prima di rispondere in dettaglio alle tue “riserve”, vorrei esprimere la gioia provata nel constatare che trovi la mia esegesi non del tutto probante alla spiegazione del testo, scopo unico dello scritto. Perché? Perché in “te” vedo ”me” giovanissima, allorché pensavo di poter mettere un inizio e una fine quando lo credevo: con le tue parole, “capire meglio da dove nasce” un tipo di riflessione.
RispondiEliminaNella realtà dei fatti non è così, perché, come diceva in quegli anni, o poco dopo, Umberto Eco, se ogni opera è “aperta” non esiste un inizio e una fine nell’interpretarla, oltrepassandola o rimanendovi dentro. Eppure io ho trovato qualcuno che, come te, mi ha - per così dire - “messo in riga”. E ha fatto benissimo, perché sono rimasta quello che ero (dico quello che penso, documentandomi) pur sapendo che corro dei rischi. E quando si avverano, come in questo tuo commento, è proficuo che io acconsenta e riconosca i miei limiti.
Tornando al testo, ho strategicamente allargato il discorso in quanto ho ritenuto opportuno, dal punto di vista significativo e comunicativo, offrire al lettore una serie di metafore più accessibili a comprendere la fitta rete ontologica e gnoseologica tipica del libro analizzato. Ritengo di essere riuscita nell’intento, ma ogni discorso polisenso e “altro da sé”, anche molto prima di Eco, ha un margine di errore comprensibile.
Grazie, caro Antonio, e alla prossima.
Cara Cinzia,
Eliminati ringrazio per la tua risposta, che ho letto con grande attenzione.
Il mio intervento è nato da un tentativo di orientarmi nel testo più che da una riserva: cercavo di capire da dove si muovesse il tuo discorso, più che metterne in discussione l’impianto.
Il chiarimento che dai sull’allargamento come scelta consapevole mi aiuta a rileggerlo in modo più preciso.
Ti ringrazio ancora per questo scambio, raro per qualità e apertura.
A presto.
Ringrazio Cinzia con una gratitudine che non è solo di circostanza. Ha scritto di un libro che conosce dall'interno, con la stessa attenzione con cui si percorre un luogo che si vuole capire davvero. Il titolo che ha scelto per la prefazione mi ha sorpreso, perché coglie qualcosa che io stesso non avrei saputo nominare così bene.
RispondiEliminaValeria ha parlato di confessionale, e l'associazione mi è rimasta. Il Riflessionale nasce da un bisogno simile: quello di sedersi davanti a qualcosa, un fiume, una vecchia mola, una bicicletta rossa troppo piccola e lasciare che quella cosa ci dica chi siamo. La filosofia e la psicologia, come ha osservato lei, spesso fanno la stessa strada con nomi diversi.
Antonio ha colto con precisione qualcosa che Cinzia ha scelto consapevolmente: la prefazione evoca il libro senza spiegarlo. È una scelta che rispetto, e che mi ha fatto capire che forse vale la pena dire qualcosa sui contenuti, per chi legge i commenti senza avere il testo tra le mani.
Ognuno dei capitoli del Riflessionale Laico parte da un'immagine concreta, situata in un tempo e in un luogo precisi, e da lì si apre verso domande più grandi. Le immagini vengono quasi tutte dalla Valle Roveto, dove sono cresciuto.
C'è una sera d'estate sulla piazza del paese, in cui un amico più grande mi pone una domanda, e da quella domanda si apre un intero capitolo sul valore del dubbio e sulla conoscenza. C'è il fontanile con le erbe acquatiche che oscillano come capelli, il campanile che vira dall'arancio al viola al blu del crepuscolo, e da quella scena nasce la riflessione sul tempo, sulla mortalità, sull'impermanenza.
C'è la scalata a Pizzo Deta, con il respiro che si fa affanno e i pensieri che si liberano dalla fatica, come porta verso una riflessione sul legame tra corpo e mente. C'è un bambino che osserva le zucche intagliate la notte del primo novembre e capisce, solo molto più tardi, che la felicità è una luce che tremola tra le ombre.
È un libro di domande tenute in mano con cura. Come mi ricordava spesso mio nonno: ciò che conta non è solo fare la cosa giusta, ma chiedersi perché la si fa.
Otello Semiti ha scritto di labirinti senza uscita, di minotauri. Sì: il labirinto è anche quello che descrive lui, fatto di impulso e menzogna. Il Riflessionale nasce proprio come risposta a quel labirinto, non per uscirne in fretta, ma per imparare a muoversi dentro di esso senza perdersi del tutto.
Il filo di Arianna, come lo chiama Cinzia, è nel libro la capacità di riflettere prima di agire. Di trasformare il pensiero in scelta consapevole. Qualcosa di simile a quello che Francesco ha chiamato logica amorevole: una ragione che non esclude, ma include.
Grazie a tutti per questo scambio.
Ricevo questo commento da Daniela Vigliano, che ringrazio:
RispondiEliminaHo sempre avuto una passione per i labirinti e quando, con mio marito, abbiamo visitato Creta, la potenza del mito si è rivelata dinanzi a noi in tutto il suo essere. Ed è non soltanto girovagando a Cnosso, dove Arianna ha potuto liberarsi grazie al famoso filo, ma anche contemplando i pavimenti delle chiese medioevali più belle, come quello della Cattedrale di Chartres, ammirata dal vivo, che i labirinti suscitano in me un’attrazione particolare, forse perché sono metafora della vita.
Rappresentano i problemi intricati che spesso ci troviamo a dover risolvere, che sembra non abbiano via d’uscita ma che invece, nonostante le difficoltà, si riescono a superare perseverando pur nell’intrico dei percorsi.
Come ben ci ricorda Cinzia, è un viaggio che percorre i meandri della mente, un viaggio che si cala nell’inconscio alla ricerca del nostro Sé nonostante le paure che ci bloccano e ci attanagliano.
Questo libro dal titolo particolare ma bellissimo, “Riflessionale laico”di Ivo Nardi, ha dato a Cinzia la possibilità di portarci, come sempre e come ci piace essere condotti, in un tragitto che spazia ovunque e lo fa come solo lei ne è capace. Dando a noi, che la leggiamo, la possibilità di ricordare gli studi fatti, gli argomenti più amati o di scoprire trattazioni di àmbiti poco conosciuti e, proprio per questo, stimolanti a saperne di più.
Certamente per me le circonvoluzioni cerebrali, che tanto assomigliano ai meandri di un labirinto, sono quelli che più tortuosamente ci conducono con il pensiero alla nostra parte più profonda, nelle pieghe del nostro inconscio per cercare la consapevolezza attraverso emozioni che non sempre riescono a venire a galla. La metafora freudiana dell’iceberg dell’inconscio, con la parte molto più grande immersa profondamente nel mare, è quella che più ci fa capire che bisogna percorrere il labirinto e districarsi nei problemi, analizzando i propri pensieri e facendo uso del “riflessionale” anche noi, come ispirati da Ivo Nardi.
Grazie come sempre a Cinzia della sua dotta introduzione e complimenti allo scrittore per un libro così interessante.
Daniela Vigliano
Qui di seguito la risposta:
EliminaCara Daniela, sono del tuo parere: i problemi che dall'inconscio giungono, sia pur mutati, in un'altra veste, addirittura nascosti alla sfera conscia, sarebbe utile per noi affrontarli il meglio possibile. Un aiuto per definizione suppongo sia la maieutica psicoanalitica (l'iceberg freudiano al quale tu fai accenno), ovviamente con tutte le diramazioni odierne (anch'esse i meandri di un labirinto?). Da parte mia preferisco, come suggerisci, riflettere e, quando posso, coinvolgo amiche e amici nei pensieri suscitati dalle vostre opere.
Grazie di accogliere con disponibilità questa mia piccola guida.
Aprire il vocabolario? Oggi? No, signor Tempo. Io attivo la mia app ... saccheggio Wikipedia ... sbanco l' AI ... insomma, mi intrufolo tra un bit e l'altro e ... altro che riflessionale ... scardino in un nanosecondo il ripostiglio senza polvere dei neologismi. Ma ... questo riflessionale è un serpente che striscia fra le pietre del pensiero; annusa l'aria aperta della filosofia; sputa il suo veleno sull'esperienza; si nutre dell'arvicola degli eventi. Lo si sente sbattere i sonagli della parola; strisciare fra i lessemi. La sua ombra scaturisce dai curvilinei movimenti del pensiero, immerso nella realtà, quasi un "dasein" heideggeriano. Ai confini dell'aporia, si contorce fra immagini mitologiche e tesi, antitesi, sintesi. senza trovare il capo del filo di Arianna almeno in un motivo di esistere sui "Sentieri della Libertà", a maggior ragione essendo stato chiamato in causa Jean Paul Sartre; non serve avere "L'età della ragione" per incamminarsi nel labirinto husserliano della fenomenologia ingannevole, con buona pace di Teseo e Arianna. Concludendo alla maniera del televisivo Profeta di ... Quelo: "La domanda è ... malposta ... ma la risposta è dentro di te" ... E io aggiungo: è giusta! Firmato Massimo Moraldi.
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