Cinzia Baldazzi - In memoria di Nazario Pardini
Essendo ormai trascorso il periodo di lutto immediato e di un presunto digiuno in onore della scomparsa di Nazario Pardini, in chiave simbolica vorrei predisporre con voi una sorta di περίδειπνον (peridèipnon), o banchetto funebre, in sintonia a una solenne forma di consolazione e di omaggio alla memoria degli estinti praticata nell’antica Grecia, una civiltà attentissima a curare il sopravvivere di una parte di noi oltre il θάνατος (thànatos).
Del resto, tutt’oggi appare diffusa la scelta di organizzare,
a sepoltura compiuta, un rinfresco allo scopo di permettere a chiunque sia
distante di partecipare a una serie di azioni o gesti emblematici, ad esempio gustare ottimo cibo o bevande di buona qualità, per testimoniare con gioia la
profonda impronta di Dasein
(“esserci”) lasciata intatta. In virtù di uno “stato di cose” agevole, non ostile,
le amiche, gli amici, i numerosi conoscenti di Pardini sono sparsi ovunque, così
da rendere un analogo luogo di ritrovo collettivo, in senso geografico, oggettivamente
impossibile da realizzare.
Vorrei ora citare un cantautore italiano, Francesco De
Gregori, la cui canzone Pablo del
1975 è stata sentita (magari a torto, ma nell’arte la coscienza e la percezione
non hanno mai torto) come un inno contro la dittatura franchista in procinto di
dissolversi. Altri sostengono invece fosse dedicata a Pablo Neruda (scomparso
due anni prima). Le strofe furono inserite nell’orbita dell’immaginario militante
della sinistra dell’epoca, dove la morte più onorevole coincideva con quella causata
dal sopruso e dalla violenza sociali. La canzone racconta di un emigrato spagnolo
in Svizzera, morto sul lavoro o forse assassinato. Le parole del ricordo sono
però ironicamente assai esplicite: «Pablo è vivo», come il nostro Nazario.
Ben lontano dal subire alcun tipo di prepotenza
deleteria, o dal dover tener testa a un regime autoritario come il Nobel cileno,
il professor Pardini senza dubbio vive in ciascuno di noi; anche se sono sempre
stata perplessa quando, perdute delle persone a me care, il credo religioso e la
forza d’animo ripetevano, quasi in un refrain,
che in realtà lo spirito del trapassato, quindi la parte principale, fosse
ancora lì, malgrado l’assenza fisica. Risulta dunque necessario chiarire la
differenza fra la tragedia del varcare l’aldilà e, per altro verso, l’affrontare
la sopravvivenza da superstiti.
Sotto questa prospettiva, siccome siamo comunque
mortali - se non si abbandona l’esistenza precocemente, o per vicende legate a
una sorte di per sé terribile - chi muore “subisce” un fato meno nefasto dei
congiunti, poiché condiviso dall’intera gens
humana. Conosco la fatica di elaborare una
grave mancanza: dapprima inseguo il traguardo di rassegnarmi dinanzi a un
orizzonte ineluttabile e cerco di voltare pagina; poi, dissolto il buio della
notte, preparata a uscire per proseguire la routine
quotidiana, allora penso che i miei genitori, mia sorella, gli amici più preziosi,
incluso Nazario, non potrebbero fare altrettanto. Così ricomincio a soffrire per
loro.
Come concludere? Nel continuum di un pianto disperato? Oppure
alzando i calici? Le domande, chissà, soffiano nel vento e non rischiano di
entrare in categorie stereotipate perché la figura paterna evocata da Nazario mai
ha significato un ordine arcano fuori da ogni controllo: noi scrittori, poeti e
critici siamo stati da lui addestrati a non profetizzare destini aprioristici,
a stare con gli occhi aperti, a non giudicare in fretta, a comprendere quanto la
ruota che gira sia sempre in funzione: di conseguenza sembra difficile anticipare
chi avrà la meglio.
Purtroppo, accertata la
precarietà dell’hic et nunc concreto,
ieri o domani sarebbe accaduto: anche questa volta, qualcuno tanto amato è
stato scelto. Ma, in una fede incontrastata, il passato diviene presente.
Cinzia Baldazzi
Nazario
Pardini
(1937-2026), poeta, saggista, docente e blogger, ha vissuto tra Arena Metato
(Pisa), dove è nato, e Torre del Lago (Lucca). La sua passione per la poesia risale
ai tempi della fanciullezza e le prime composizioni poetiche (tra cui un
poemetto d’ispirazione dantesca) agli
anni 1952-53. Laureato in Letterature
Comparate e in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è stato ordinario di
Letteratura Italiana. Ha pubblicato oltre trenta libri di poesia, racconti e
saggi, molti di essi oggetto di premi nei concorsi e inseriti in antologie letterarie. È autore di numerose
prefazioni ad autori contemporanei e componente di giuria in diversi premi letterari.
Tra i tanti riconoscimenti alla carriera, ricordiamo quelli conferiti nel 2013:
il 14 aprile, a Portovenere, il “Premio alla Carriera per alti meriti
letterari” nell’ambito del concorso “Cinque Terre”; il 9 maggio, a Roma, la “Laurea
Apollinaris Poetica” dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione
dell’Università Salesiana Pontificia. Il blog “Alla volta di Leucade”, di cui è
stato fondatore (nel giugno 2011), direttore e instancabile animatore, ha
costituito un importante punto d’incontro della comunità letteraria nazionale e
non solo (https://nazariopardini.blogspot.com).




Un bellissimo omaggio ad un poeta che, leggendo le tue delicate parole, rimpiango di non aver conosciuto in vita. E come sempre foriero di riflessioni, le tue, estremamente profonde. Il senso della vita, credo, sta proprio nella morte; tanto più vale la prima in quanto c'è la seconda, e allora - nel nostro dolore di vedere qualcuno con cui abbiamo un legame lasciarci per primo, abbandonandoci nella nostra realtà contingente un po' più soli e un po' più sperduti - al dolore si accompagna la memoria e questa a sua volta si diffonde anche tra coloro che non erano insieme alla persona scomparsa, tramandandone quanto fatto su questa terra.
RispondiEliminaNon voglio concludere con un richiamo ad una presunta immortalità della memoria, perché anche per le figure più note il passaggio dei secoli e delle generazioni è ineluttabile e presto arriverà il momento in cui nessuno ricorderà non solo le opere ma nemmeno i nomi di quelli che sono, al momento, i capisaldi della nostra cultura. Tutto è effimero, e dunque a cosa serve tramandare? Ma il senso è proprio nella morte, nel non voler cercare di travalicarla quanto piuttosto nel celebrare tra coloro che sono rimasti quanto compiuto da chi ci ha preceduto. Questa è la comunità umana, questa è la nostra Umanità.
Cara Dora, sono del tuo parere. La nostra umanità nutre gran parte della propria linfa vitale rispettando la morte che chiude inesorabilmente un passato, ma che almeno, fino a oggi, lascia che si spalanchi un ulteriore futuro. Dobbiamo lavorare unite e uniti da una simile speranza. Grazie per queste riflessioni allo stesso tempo realistiche e cariche di una spinta utopica difficile da ignorare
EliminaBello e toccante🥰 grazie Cinzia
RispondiEliminaGrazie a te, carissima. Sono contenta che tu abbia voluto commemorare insieme a noi Nazario Pardini.
EliminaRicevo questo commento da Rita Fulvia Fazio:
RispondiEliminaCara Cinzia, ho letto con attenzione il tuo omaggio rivolto al caro a noi tutti poeta Nazario. È desiderato, dotto e attinente, partecipato nella bella, rara e raffinata forma letteraria che ti è propria, caratterizzata da rimandi atti a esprimere tuoi concetti e sentimenti. Una scelta stilistica che incontra la sensibilità emotiva-culturale a te affine. Ed è a me così tanto prossima, gradita e ammirata.
Il tuo sentito richiamo alla perdita dei famigliari e degli amici più cari, come Nazario, palesa il dolore con cui vivi la loro dipartita. Ti trinceri nella buia notte e, nel risvegliarti alle quotidianità della vita, sei conscia del fatto che loro non possono più goderne. Perciò soffri della loro mancanza e ne percepisci la perdita.
È vivo il tuo dolore. Gli interrogativi posti su - "Del doman non v'è certezza" - quale concetto esteso alla precarietà della vita, non rischiarano la ruota che gira. Si deve restare nella realtà dell'hic et nunc, che diverrà ineluttabilmente transuente. Egli ha addestrato noi scrittori, poeti, critici a non prefigurare il destino, a non sognare, a non supporre chi avrà la meglio. Concludi che non ci rimane altro che il passato: "Il passato diventa presente". Una realtà così vera. Ma unisco il mio saluto a Nazario, certa della sua comprensione, condivisione al mio spirito poetico, riprendendo le sue parole scritte: "Rimangono indelebili le passioni comuni e i valori che ci hanno uniti." I valori della lealtà, dell'onestà intellettuale, dell'umanità e dello spessore culturale. La passione poetica mi suggerisce di donare il mio commosso saluto all'amico Nazario pensando il suo "qui e ora" nell'azzurrità del cielo, affinché veda la vera luce della luna e la bellezza delle stelle, con la mia poesia "La buonanotte".
"Appendi la luna alle stelle/ e falle più belle/ dei sogni che hai avuto/ degli sguardi più belli./ Sì, non ti addormentare,/ non percepire in sogno/ il suono dolce di mille mandolini/ ma ascolta la mia voce/ e pensa che ciò che viene pensato/ non può prendere le distanze/ dal pensiero stesso./ Così, se accendi la luce/ e sogni,/ la luna avrà/ la sua luce/ e le stelle saranno/ ancora più belle".
Rita Fulvia Fazio
Cara Rita, la conoscenza personale che avevi di Pardini è solo tua. Per questo, svolge un ruolo importantissimo per tutti, e per me in particolare di conferma (speriamo non di smentita!) di come le mie parole possano evocare chi sia stato, chi sia per noi, Nazario Pardini.
EliminaMa la τύχη favorevole (che ti ha còlto consentendoti di conoscere e frequentare a lungo il Maestro), pur essendo una sorte differente dalla μοῖρα (dal destino ineluttabile, perlopiù nefasto), era necessario conquistarla. Ai nostri fratelli greci, come a noi, nessuno regalava alcunché.
Grazie per le tue parole.
Cara Cinzia, non ho avuto il privilegio di conoscere Nazario Pardini personalmente, ma leggendo questo ricordo ho percepito quanto fosse per molti un punto di riferimento. Forse è questo il senso più autentico del peridèipnon che hai evocato: non trattenere chi è andato, ma continuare a nutrirsi della sua opera. La letteratura ha questa strana forza: quando una voce è stata vera, non tace. Risuona in chi resta.
RispondiEliminaHai ragione, Antonio. La letteratura possiede la capacità di far tacere (non censurandole, assolutamente no, ma svuotandole di significato) le voci non sincere, condizionate, magari finalizzate a seguire scopi strettamente personali. Le altre, legate all'idea, all'anima di chi le manifesta, suscitano invece un'eco ripetuta all'infinito.
EliminaGrazie.
Ricevo questo commento da Piero Sponze:
RispondiEliminaIn memoria di Nazario Pardini - L’approdo a Lèucade
C’è un’isola chiamata Lèucade che Nazario ci ha insegnato a sognare: un luogo di equilibrio, di bellezza laica e di parole che non muoiono. Oggi Nazario ha finalmente raggiunto quell’approdo, lasciandoci in dono la sua umiltà e il coraggio di credere che la Poesia sia l’unico modo per "elevarsi al sapore del durevole".
Grazie, Professore, per aver creduto nel mio nome e per avermi accolta nel tuo mondo, quando il mio era ancora in cerca di una voce. Il "giocattolo" letterario che hai costruito con tanta cura resta per noi una dimora preziosa.
Parole non dette
Quanti di noi non hanno fatto a tempo
a dire al padre, alla madre o al fratello
frasi rimaste dentro, non uscite:
“Ti voglio bene, scusami, perdono….
Andiamo insieme oggi a passeggiare.
Quella via che un giorno ci portò
alle mura di una casa stretta
è sempre là che aspetta il nostro sguardo.
Andiamo, andiamo, padre, ne ho bisogno…”.
(...) E noi gridiamo al vuoto il nostro male,
lo spleenetico ingombro che ci assale.
È inutile gridare! O sperare
nei sogni per poterci riprovare...
Desidero rivolgere un pensiero di sincero ringraziamento alla critica Cinzia Baldazzi. Le sue riflessioni, così puntuali e partecipate, sono state un ponte necessario per ritrovare il senso profondo del magistero di Nazario Pardini. Grazie a lei per aver saputo dare voce, con rara sensibilità, all’eredità umana e intellettuale di un Maestro che non smetterà di ispirarci.
Grazie, Piero, per queste riflessioni emozionanti e sincere con le quali elabori la vita e l'operato intellettuale di Nazario Pardini. L'atmosfera lirica del tuo scritto mi emoziona anche quando alludi a me secondo una scala di valori nobile e costruttiva che spero, con tutto il cuore, in qualche modo corrisponda alla realtà dei fatti nei quali ho conosciuto e collaborato, nel mio piccolo, con il Maestro.
EliminaUn abbraccio grande in memoria di Nazario Pardini.
Ricevo questo commento da Saverio Chiti:
RispondiEliminaCara Cinzia, alcuni anni fa mi chiedesti di leggere alcuni suoi versi, e di cercare
di coglierne le sfumature...
Da qualche parte credo ancora di avere quegli scritti!
Sono onesto, lo conoscevo appena seppure da dove abitasse a me, non c’erano che pochi chilometri...
(Di solito non amo leggere i poeti, nonostante ci sarebbe molto da imparare)
Mi persi in quei versi, e cercai di coglierne il senso, le sue sfumature appunto.
No, certamente mai potrei arrivare solamente a sfiorarne le sue capacità, lo stile e soprattutto i contenuti, me ne guardo bene, io cerco solo di dar voce alla mia anima, e non saprei usare le parole come faceva lui, tantomeno dispongo del suo bagaglio e bravura letteraria.
Mi piace, se così può dire, come tu abbia affrontato la morte non piangente, non dolorosamente accolta, ma come parte della vita!
Spesso mi capita di fare altrettanto, e scrivo di essa senza forse dargli il giusto peso, in fondo... quando arriva, basta chiudere gli occhi sulla vita.
Ritengo però importanti alcuni dettagli, e da tempo ho scritto, con molto dispiacere da parte di mia moglie e mio figlio, alcune lettere che desidero vengano aperte solo dopo la mia dipartita, così come le mie ultime volontà: come disporre la salma, chi desidero la veda, e altre piccole cose, ma non per me.
Ho pure stabilito le letture durante la messa funebre, e mi piace l’idea di fare una festa con gli amici, con letture varie e musiche, ma solo quando i miei cari lo renderanno opportuno, anche se comunque non più tardi da un anno dalla mia dipartita.
Tornando al Pardini, dalle tue parole si capisce il legame vi univa, e non solo letterario.
Il peso delle pietre
_E ci portiamo dietro questo peso
di pietre graffite da nomi
di padri e di madri
volati all’azzurro.
Di pezzi di muro
tatuati da dita intrecciate di sogni
per dire: “Ti amo”_
Le parole hanno mille e mille sfumature, sono come piccoli tasselli che si intrecciano, che si dividono per incontrarsi di nuovo, in un autentico valzer
che solo l’autore ne conosce i passi...
Onestamente non ho mai capito se la poesia vive già in noi dalla nostra nascita, o seppure germoglia cresce e si sviluppa secondo il nostro cammino...
È qualcosa che mi porterò dentro all’infinito!
Ti ringrazio per avermi reso partecipe di questo evento, che seppur triste, fa capire quanto si è amati!
E poi, morire...
Navigai per mari a me sconosciuti
e prosciugai gli oceani attraversati
come fossero lacrime sul viso della mia donna
che d'amore pianse per il mio ritorno.
Volteggiai su nuvole così spesse da oscurare il cielo
e attraversai in volo la luna e il sole
tanto da bruciarmi l'anima, così candida e leggera
come neve che cade giù.
Camminai per valli così verdi da far male agli occhi
e i fioriti prati della vita, ammirai estasiato
sentendomi davvero piccolo, dinanzi a lei.
Nuotai contro correnti avverse, solo per il gusto della sfida
e mi ritemprai all'ombra di un ciliegio
come solo l'umano io, sapeva fare.
E fu lì, che ti aspettai
felice d'aver vissuto una vita di meraviglia
dove ci fu spazio per l'amore è il gioco
senza dimenticare l'entità di una famiglia.
Passarono giorni di stupore e lacrime versai
al fine d'ogni sera, quando accanto al fuoco
di me tutto raccontai a lui, che del seguitarmi era destinato.
E poi, morire fu quasi scontato
visto che la luce in me era finita,
piccola fiaccola nella vita distrattamente confusa
con quella fulgida aurea che attorno a me
con caparbia costanza, perse vita.
© Saverio Chiti, ottobre 2016
Caro, Saverio, le tue parole sono di una emozione esclusiva, in quanto parlano di chi, come noi, prima o poi affronterà la morte occupandosi di chi resta. Durante "Versi in cornice" la tua poesia parlava della vita che si rinnova e abbiamo avuto l'occasione di dirci tutto. Dunque, alla mia ammirazione non posso aggiungere altro che "grazie".
EliminaRicevo questo commento da Isabella Sordi:
RispondiEliminaHo letto il tuo ricordo affettuoso di Nazario Pardini. Non l'ho conosciuto personalmente, ma condivido il tuo pensiero così dolorosamente profondo.
Anche se tutto passa, anche i ricordi che, come dice Apollinaire, sono "Cors de chasse" di cui si perde il rumore nel vento, tuttavia le persone che abbiamo amato continuano a vivere in noi, con l'energia d'amore che le ha contraddistinte in vita.
E così anche se, come dice Becaud in una sua dolcissima canzone, "'tous ses amis pleuraient", Nazario vivrà per sempre, in noi e nei suoi versi.
Isabella Sordi
Giusto, Isabella. Hai proprio ragione: Nazario è sempre con noi.
EliminaGrazie per il tuo commento.
Ricevo questo commento da Francesco Spilabotte:
RispondiEliminaBellissimo il richiamo a De Gregori: "Nazario è vivo" finché la sua isola di Leucade continuerà a essere un porto aperto. Mi colpisce la tua riflessione sulla ruota del destino e sulla nostra fatica di elaborare l'assenza. Hai saputo alzare il calice con la forza di chi non si arrende al vuoto, ma lo riempie con l'eredità umana e poetica di un grande uomo. Grazie per questa solenne consolazione.
Francesco Spilabotte
Grazie a te, caro Francesco, per aver saper interpellare come me, come Bob Dylan in "The Times They Are A-Changin'", la ruota del destino, in questo caso del successo, che va comunque consultata, ma bisogna comprendere quanto non sia completamente nelle nostre mani. Solo così, come Nazario Pardini, potremmo cercare, magari riuscire, a essere, con umiltà e rispetto per gli altri, i prescelti.
EliminaRicevo questo commento da Rosalba Griesi:
RispondiEliminaVige anche da noi al sud, ancora oggi, il cosiddetto cunsulë, ossia dopo la sepoltura, la consolazione che si esprime con una cena leggera alla presenza di amici e parenti di colui che non è più tra noi, ma che vuole esserlo ancora attraverso noi. È questo un atto di commemorazione in cui fluiscono i ricordi, le parole, i gesti che poi ci accomunano e ci consolano.
Nel caso in cui tu, cara Cinzia, dici che si tratta di un dolore pubblico, hai reso il già grande Nazario Pardini, che ahimé non ho conosciuto direttamente bensì attraverso i tuoi scritti, che ce lo rende visibile e quasi tangibile.
Francesco De Gregori, assunto a tuo interlocutore, e non a caso, attraverso la sua “Pablo” ci conferma che è importante mantenere forti i legami che ci uniscono anche oltre la morte. Colui che non è più tra noi continua a vivere in maniera diversa con noi soprattutto se ha lasciato tanto di sé, con sé e per l’altra umanità, quella dei vivi.
A spiegare il tuo dilemma per tanto dolore a causa della perdita e per l’assenza sia di una persona “pubblica” o privata, mi sovviene Dante:
Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.
[…]
e disiar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:
io dico d’Aristotile e di Plato
e di molt’altri»; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.
Purgatorio canto III (34-36/40-45)
Dante sottolinea i limiti della natura umana, ma anche della imponderabilità del cammino di ogni uomo. Del resto come tu ben dici, in una fede incontrastata, il passato diviene presente.
Grazie, cara Cinzia di fornirci come sempre stimoli e riflessioni attraverso la tua scrittura elegante, leggera ma tanto profonda, dedicata questa volta a un amico che diviene, ora, anche amico nostro.
Rosalba Griesi
Cara Rosalba, grazie per aver ricordato le parole di Dante il quale, tra i grandissimi dell'umanità, ha prospettato una vita ultraterrena relativa a quella concreta e, se la vita del nostro amico è stata grande, nella fede dantesca e in quella nostra incontrastata, la beatitudine del Paradiso lo aspettano senz'altro.
EliminaGrazie di cuore per averlo anche tu onorato.
Come per "Pablo" di De Gregori puoi gridarlo e ribadirlo forte, cara
RispondiEliminaCinzia: "Nazario è vivo !". Credo
che quando si è vissuti in profonda
sintonia o intimità con una persona
scomparsa, parte della sua energia
vitale e cosciente si annidi in noi,
continuando ad alimentare i nostri
pensieri e a ispirare le nostre emozioni, ed è proprio questo l'elemento "sopravvissuto" e
"sopravvivente" che ci lascia in dono. Tu
sicuramente hai avuto questa magica e
preziosa fortuna. Grazie per l'accorata
e raffinata riflessione condivisa, dedicata alla memoria di Pardini.
- Giuseppe Guidolin
Caro Giuseppe, l'eredità di Nazario Pardini appartiene anche a te, perché lui, con gioia e stima, a Leucade ha accolto anche, con grande successo, i versi della tua "Incubazione". Noi lo abbiamo seguito, ascoltato e ognuno con i propri mezzi ne ha ritrasmesso il messaggio. Questa, del resto, era la sua solenne volontà di maestro.
EliminaGrazie.
Grazie Cinzia per il commovente ricordo di Nazario che proponi ai lettori di questo prestigioso blog letterario. La scomparsa di del grande pisano lascia un vuoto considerevole nella poesia dei nostri tempi. L'ho frequentato lungamente nel suo blog, "Alla volta di LLeucade", una palestra di studi, conoscenze e dibattiti indimenticabili, ed ho anche avuto l'onore di una sua prefazione ad un mio testo filosofico, di cui gli sarò sempre grato. Ogni poeta ha la propria maniera. Quella di Pardini ha un nome spedifico: "tradizione", purché venga chiarito che non c'è nulla di meno antiquario della tradizione. Lui stesso scrisse, non ricordo in quale occasione, che la tradizione "si perpetua nel tempo senza bisogno di naftalina". E quando parlava di "antico" non si riferiva al passato, ma a quella sorta di inizio perenne o di attimo sacro, a quel non/tempo che torna prepotentemente nel tempo per rinnovare i valori universali. "Antico", ha detto Pardini; è un "cuore che pulsa e che torna a vivere; o meglio che non ha mai cessato di vivere, a dispetto della tragica evidenza del morire, L'enigma della morte in relazione con la vita è stato sempre particolarmente sentito da Nazario, tanto da dedicare al tema uno dei suoi ultimi lavori edito da Miano Editore, "I dintorni della vita" (2021), il cui sottotitolo, paradossalmente, è "Conversazione con Thanatos". Nel testo, pur angosciato dalla morte, egli ha il coraggio di affrontarla a viso aperto. Non la esorcizza come Epicuro che la teneva lontana dalla vita perché quando c'è lei, diceva, non ci siamo noi, e viceversa. Pardini, al contrario, instaura un dialogo con la morte ("Vieni un pochino qua da me, parliamone") e alle sue richieste lei si mostra indulgente, tanto da concedergli una pausa di vita, purché lui non la dimentichi e continui a sentirla vicina. Ora quella pausa è finita e lui se n'è andato, ma ha certamente portato con sé, con l'ammirazione di Thanatos, il suo amore immenso per la vita: .
RispondiEliminaFranco Campegiani
Grazie, Franco, di questa testimonianza allo stesso tempo privata e pubblica di Nazario Pardini, poiché tu hai avuto la buona sorte di conoscerlo come uomo e come poeta.
EliminaAssai inquietante ho percepito il tuo accenno al dialogo con il θάνατος e alla scelta di Epicuro di tenerlo lontano. Per commemorarlo, come hai letto, mi sono rivolta al mondo della musica, ma le tue sagge parole mi avvicinano a un grande episodio filmico: la sfida sulla scacchiera nel "Settimo sigillo". Come il soldato di Bergman, nella sua partita a scacchi (tu suggerisci "dialogo") con la Morte, Pardini riesce a ottenere, prima di finire i suoi giorni, la vita (nel film effettiva, in Pardini esistenziale e poetica) di molti fratelli. Siamo noi, nell'isola di Leucade.
Come ricorderai, il film termina con la fuga festosa dei saltimbanchi. Per fortuna, noi non dobbiamo scappare da nessuno, ma spargerci il più possibile nel mondo per diffondere la sua parola: non come semplici pedoni, ma come Re e Regine.
Una sottile striscia di terra rialzata separa la realtà della terraferma dal sogno di Leucade. Nel cielo il valzer che il giorno balla con la notte colora di ametista le scie immaginarie dell'incedere del tempo, in sfumature violacee in cui si riflette il mare, oppure ignee ai margini dell'aurora o del crepuscolo.
RispondiEliminaFasti, canti, lutti, eroi ed eroine approdano in silenzio sulla spiaggia. Evocano giambi ed epodi; ricordi scolastici di scazonti come il vecchio professore col bastone che faticosamente quanto sgangheratamente sorregge gli anni; esametri trocaici catalettici che solo a sentirne il nome senti prendere forma il quattro in pagella.
La vecchia, linda e pinta casetta color fragola dischiude la sua porta: avanza l'intruso veneziano che urla: "Santa Maura è mia!". Il vento che prima accarezzava la piccola baia si infuria e ricaccia indietro l'invasore venuto dalla laguna.
Leucade ritorna Leucade, mentre il sole esegue il rituale suicidio quotidiano cercando il domani; lasciandosi annegare dietro la rupe di Saffo. Saffo invece non cercava il domani, perché ce l'aveva già scritto nel tuffo con cui il suo cuore si è sfranto nella terra che amava. Ma non sapeva di aver sbagliato, quando scrisse:
"Morta giacerai, né mai si avrà di te memoria alcuna
in futuro: difatti delle rose di Pieria non hai parte,
ma anche nella dimora di Ade tra oscuri morti andrai vagando,
invisibile, quando da qui te ne sarai volata via."
No, Saffo: non si muore quando si spegne l'interruttore della luce. Si muore quando svanisce il ricordo; quando latita la memoria persino nell'eterno dolore dell'Ade. Ti ha uccisa il pessimismo, non il tuffo.
È sera ... tarda sera, ormai, a Leucade. Il rientro a casa è il traguardo che ogni giorno mangia un pezzo di vita. Un poeta cammina per le stradine deserte; raggiunge l'orrido; intuisce il mare che gorgoglia nel silenzio in cui si distende la luna; sente il profumo della salsedine e dice: "C'è vita su Leucade ... malgrado la morte".
Firmato Massimo Moraldi.
Carissimo Massimo, grazie per il bellissimo commento e, come scriveva Immanuel Kant nella "Critica del Giudizio" (1790), "il bello non è una proprietà oggettiva delle cose, ma un sentimento soggettivo di piacere universale e disinteressato. Il bello è ciò che piace universalmente senza concetto, frutto del libero gioco tra immaginazione e intelletto". Sottolineo che lui distingueva il bello universale dal piacere soggettivo e precario.
EliminaGrazie ancora.