mercoledì 18 febbraio 2026

 

Cinzia Baldazzi - In memoria di Nazario Pardini

 


         Essendo ormai trascorso il periodo di lutto immediato e di un presunto digiuno in onore della scomparsa di Nazario Pardini, in chiave simbolica vorrei predisporre con voi una sorta di περίδειπνον (peridèipnon), o banchetto funebre, in sintonia a una solenne forma di consolazione e di omaggio alla memoria degli estinti praticata nell’antica Grecia, una civiltà attentissima a curare il sopravvivere di una parte di noi oltre il θάνατος (thànatos).

Del resto, tutt’oggi appare diffusa la scelta di organizzare, a sepoltura compiuta, un rinfresco allo scopo di permettere a chiunque sia distante di partecipare a una serie di azioni o gesti emblematici, ad esempio gustare ottimo cibo o bevande di buona qualità, per testimoniare con gioia la profonda impronta di Dasein (“esserci”) lasciata intatta. In virtù di uno “stato di cose” agevole, non ostile, le amiche, gli amici, i numerosi conoscenti di Pardini sono sparsi ovunque, così da rendere un analogo luogo di ritrovo collettivo, in senso geografico, oggettivamente impossibile da realizzare.  

                        

         Per l’universo letterario, un simile evento non equivale a un dolore privato, bensì pubblico, ed escludiamo il bisogno di Nazario di essere accompagnato nell’aura celeste, come si pensava nella mitica Ellade persino posizionando una moneta obolo nella bocca del defunto per pagare Caronte all’ingresso del regno dell’Ade. Siamo infatti convinti che la sua ψυχή (psiuchè), da sola, sia stata all’altezza di rintracciare la pace eterna. Tuttavia, ritengo opportuno, dopo la dipartita, celebrarne in via utopica, in una sfera classica, la continuità dell’operato, incline, dalla remota isola di Leucade, a trasmettersi nello spazio-tempo circostante con l’obiettivo di promuoverne il coraggio, l’energia di perpetuarla.

Vorrei ora citare un cantautore italiano, Francesco De Gregori, la cui canzone Pablo del 1975 è stata sentita (magari a torto, ma nell’arte la coscienza e la percezione non hanno mai torto) come un inno contro la dittatura franchista in procinto di dissolversi. Altri sostengono invece fosse dedicata a Pablo Neruda (scomparso due anni prima). Le strofe furono inserite nell’orbita dell’immaginario militante della sinistra dell’epoca, dove la morte più onorevole coincideva con quella causata dal sopruso e dalla violenza sociali. La canzone racconta di un emigrato spagnolo in Svizzera, morto sul lavoro o forse assassinato. Le parole del ricordo sono però ironicamente assai esplicite: «Pablo è vivo», come il nostro Nazario.

                    


Ben lontano dal subire alcun tipo di prepotenza deleteria, o dal dover tener testa a un regime autoritario come il Nobel cileno, il professor Pardini senza dubbio vive in ciascuno di noi; anche se sono sempre stata perplessa quando, perdute delle persone a me care, il credo religioso e la forza d’animo ripetevano, quasi in un refrain, che in realtà lo spirito del trapassato, quindi la parte principale, fosse ancora lì, malgrado l’assenza fisica. Risulta dunque necessario chiarire la differenza fra la tragedia del varcare l’aldilà e, per altro verso, l’affrontare la sopravvivenza da superstiti.

Sotto questa prospettiva, siccome siamo comunque mortali - se non si abbandona l’esistenza precocemente, o per vicende legate a una sorte di per sé terribile - chi muore “subisce” un fato meno nefasto dei congiunti, poiché condiviso dall’intera gens humana. Conosco la fatica di elaborare una grave mancanza: dapprima inseguo il traguardo di rassegnarmi dinanzi a un orizzonte ineluttabile e cerco di voltare pagina; poi, dissolto il buio della notte, preparata a uscire per proseguire la routine quotidiana, allora penso che i miei genitori, mia sorella, gli amici più preziosi, incluso Nazario, non potrebbero fare altrettanto. Così ricomincio a soffrire per loro.

 

                                  


Come concludere? Nel continuum di un pianto disperato? Oppure alzando i calici? Le domande, chissà, soffiano nel vento e non rischiano di entrare in categorie stereotipate perché la figura paterna evocata da Nazario mai ha significato un ordine arcano fuori da ogni controllo: noi scrittori, poeti e critici siamo stati da lui addestrati a non profetizzare destini aprioristici, a stare con gli occhi aperti, a non giudicare in fretta, a comprendere quanto la ruota che gira sia sempre in funzione: di conseguenza sembra difficile anticipare chi avrà la meglio.

Purtroppo, accertata la precarietà dell’hic et nunc concreto, ieri o domani sarebbe accaduto: anche questa volta, qualcuno tanto amato è stato scelto. Ma, in una fede incontrastata, il passato diviene presente.

 

               Cinzia Baldazzi     

 

Nazario Pardini (1937-2026), poeta, saggista, docente e blogger, ha vissuto tra Arena Metato (Pisa), dove è nato, e Torre del Lago (Lucca). La sua passione per la poesia risale ai tempi della fanciullezza e le prime composizioni poetiche (tra cui un poemetto d’ispirazione dantesca) agli anni  1952-53. Laureato in Letterature Comparate e in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è stato ordinario di Letteratura Italiana. Ha pubblicato oltre trenta libri di poesia, racconti e saggi, molti di essi oggetto di premi nei concorsi e inseriti in antologie letterarie. È autore di numerose prefazioni ad autori contemporanei e componente di giuria in diversi premi letterari. Tra i tanti riconoscimenti alla carriera, ricordiamo quelli conferiti nel 2013: il 14 aprile, a Portovenere, il “Premio alla Carriera per alti meriti letterari” nell’ambito del concorso “Cinque Terre”; il 9 maggio, a Roma, la “Laurea Apollinaris Poetica” dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia. Il blog “Alla volta di Leucade”, di cui è stato fondatore (nel giugno 2011), direttore e instancabile animatore, ha costituito un importante punto d’incontro della comunità letteraria nazionale e non solo (https://nazariopardini.blogspot.com).

 

                           
                          Portovenere. “Premio alla Carriera per alti meriti letterari” 
                                        nell’ambito del concorso “Cinque Terre”

 

 

 

venerdì 6 giugno 2025

 



Panorama Letterario

Itinerari della scrittura negli anni Duemila

Edizione 2025

 

Fascicolo 2 - Il romanzo e il racconto 

 

L'Associazione “Officine Culturali Romane” organizza e promuove il progetto culturale “Panorama Letterario. Itinerari della scrittura negli anni Duemila”, il cui obiettivo è quello di incentivare la diffusione delle arti della scrittura con una pubblicazione periodica dedicata alla poesia, alla narrativa e al teatro, attraverso una selezione di autrici/autori dei giorni nostri con esempi delle loro opere.

Il Fascicolo 1, dedicato alla Poesia, è stato presentato nel febbraio 2024. La pubblicazione del secondo, dedicato al Romanzo e al Racconto, è prevista nell’inverno 2025-2026.

Al suo interno - come nel fascicolo precedente - per ciascun partecipante saranno presenti una nota biografico-artistica, un testo di auto-presentazione, un brano di una sua opera (in questo caso, romanzo o racconto), insieme a note critiche personalizzate a cura della dott.ssa Cinzia Baldazzi.

Come già per il primo fascicolo, l’Associazione finanzierà al contempo l'apertura di una scuola di scrittura che accoglierà persone affette da disabilità fisica o psichica, le quali avranno la possibilità di prendere parte a laboratori e seminari dedicati alla scrittura creativa. I corsi saranno organizzati dall'Associazione Officine Culturali Romane, in presenza o a distanza. 

Il progetto è rivolto ad autori maggiorenni e anche minori con debita liberatoria genitoriale. 

Ogni partecipante farà pervenire il seguente materiale: 


-         Nota biografico-culturale (max 1.500 battute spazi inclusi)

-         Fotografia dell’autrice/autore formato JPEG/PNG (di buona qualità)

-         Testo di auto-presentazione (max 1.500 battute spazi inclusi)

-         Brano scelto da un suo racconto o un suo romanzo (max 2.500 battute, spazi inclusi)

-         Ricevuta di versamento della quota di adesione

-         Scheda di iscrizione 


All'iniziativa si partecipa con opere edite o inedite, in lingua italiana o straniera (purché corredate da traduzione in italiano), a tema libero. 

Per la partecipazione è prevista una quota di adesione di € 65,00 (sessantacinque) che l'Associazione Officine Culturali Romane destinerà in parte alle spese di stampa, spedizione e diffusione dell'opera, in parte alla costituzione di una scuola di scrittura creativa riservata a ragazzi affetti da disabilità fisica e psichica. 

La quota potrà essere corrisposta attraverso la seguente modalità:

 

bonifico bancario intestato a:

Associazione Officine Culturali Romane

via Ferdinando Maria Poggioli n. 24 – Roma

 

sul c/c IBAN:

IT47X0306903202100000072061

Intesa Sanpaolo Spa - Filiale di Roma, via dei Prati Fiscali 187 - Roma.

 

Il materiale del Fascicolo 2 dovrà pervenire entro il 31 agosto 2025, esclusivamente in formato elettronico: i formati richiesti sono doc, docx, odt, rtf (non sono accettati testi in pdf, jpg, jpeg, png).

Il materiale andrà inviato all’indirizzo e-mail 

panoramaletterario2025@gmail.com 

unitamente al modulo di iscrizione debitamente compilato e alla ricevuta di avvenuto pagamento.

Ogni Autore, per il fatto stesso di partecipare all'Iniziativa, dichiara la propria esclusiva paternità e l’originalità dell'opera inviata e del suo contenuto. Dichiara inoltre di avere il pieno possesso dei diritti di utilizzo dell'opera e che la stessa è libera da ogni eventuale vincolo editoriale; manleva, pertanto, l'Associazione “Officine Culturali Romane” dalle eventuali pretese o azioni di terzi. 

Ogni Autore, per il fatto stesso di partecipare all'Iniziativa, accetta integralmente quanto espresso dal presente Bando. 

Ciascun Autore aderente al Progetto Culturale riceverà al proprio domicilio una copia dell'Opera. Le spese di spedizione saranno a carico dell'Associazione “Officine Culturali Romane” (a cui potranno essere richieste eventuali ulteriori copie). 

La dr.ssa Cinzia Baldazzi e il dr. Andrea Lepone avranno il compito di valutare le opere pervenute, nonché il diritto di escludere i testi che, a loro insindacabile giudizio, saranno ritenuti offensivi o comunque non in linea con lo spirito sociale e culturale dell'iniziativa. 

Informativa ai sensi dell'art. 13 del D.L. 196/2003, come modificato dal Decreto Legislativo 10 agosto 2018, n. 101 e dell’art. 13 del Regolamento UE n. 2016/679, sulla tutela dei dati personali: i partecipanti al Progetto Culturale autorizzano l'Associazione “Officine Culturali Romane” al trattamento dei dati personali al solo fine di permettere il corretto svolgimento dell'Iniziativa. 

Informazioni:

Andrea Lepone lepandros@gmail.com

Cinzia Baldazzi cinziabaldazzi@gmail.com



PANORAMA LETTERARIO

Fascicolo 2 – edizione 2025

MODULO DI ISCRIZIONE

 

Il/la sottoscritto/a _______________________________________________

nato/a a______________________________________ il________________

residente in via____________________________________________    n._____

città__________________________________ provincia_______CAP__________

indirizzo e-mail _____________________________________________

 

DICHIARA di aver preso visione del Bando relativo alla 2a Edizione del Progetto Culturale “Panorama Letterario”, Iniziativa organizzata e promossa dall'Associazione “Officine Culturali Romane”, di accettarne integralmente ogni paragrafo e di voler partecipare al Progetto Culturale con il componimento intitolato

 

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                                                                                               Data e firma

 

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domenica 12 gennaio 2025

VERSI IN CORNICE 2025

 



VERSI IN CORNICE

edizione speciale 2025

“Cura, libertà, pace”


La traccia tematica del progetto è sintetizzata nelle parole “Cura, libertà, pace”.

Ai partecipanti non si richiedono confessioni di fede, ma l’ispirazione ai grandi temi di una libertà minacciata in molte parti del mondo, di una “cura” verso il prossimo da mettere in pratica ogni giorno, di una pace da perseguire sempre e ovunque.

Sono temi molto ampi, che lasciano innumerevoli possibilità alla vostra ispirazione.

Vi aspettiamo, allora, non solo per condividere la magia delle poesie esposte in una galleria d’arte, ma anche per lasciare una testimonianza di lotta e di contrasto a tutto ciò che di negativo purtroppo ancora esiste nel nostro mondo.

  

Regolamento 

 

Cinzia Baldazzi, Donatella Calì e Maurizio Pochesci presentano la nuova edizione del progetto “Versi in cornice”, da realizzare tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 con mostre e pubblicazioni.

Come già nella prima edizione del 2021, ogni autrice o autore verrà invitato a partecipare con una sua poesia, edita o inedita, di lunghezza non superiore a 20-25 versi, in italiano o in vernacolo. Il testo verrà stampato e incorniciato come fosse un quadro e farà parte di un’esposizione da tenersi a Roma, in una importante galleria, tra novembre e dicembre oppure a gennaio.

Contestualmente, verrà pubblicata a cura di Officine Culturali Romane un’antologia contenente i testi di tutte le poesie partecipanti: ciascuna di esse sarà corredata, a fianco, da un breve commento critico di Cinzia Baldazzi.

A ogni partecipante verrà inoltre consegnata una pergamena che riproduce il commento presente nell’antologia.

Le poesie in cornice prescelte per questa nuova edizione del progetto saranno esposte per una settimana, a cura di Donatella Calì e Maurizio Pochesci, in una importante galleria romana tra novembre e dicembre oppure a gennaio. Al finissage saranno invitati le poetesse e i poeti partecipanti.

La quota di partecipazione all’evento è di € 80,00, comprendente:

-         poesia in cornice

-         pergamena con commento critico

-         una copia dell’antologia

-         esposizione nel corso della mostra (per una settimana)

-         partecipazione alla cerimonia di chiusura

 

La scadenza per l’invio della poesia e della quota di partecipazione è il 30 giugno 2025.

L’invio è previsto esclusivamente tramite posta elettronica al seguente indirizzo:

versiincornice2025@gmail.com 

In un’unica mail dovrà essere allegata la seguente documentazione:

-         scheda di iscrizione debitamente compilata con dati personali, recapito telefonico, indirizzo mail

-         ricevuta del versamento (Poste Pay, bonifico su c/c) della quota di partecipazione

-         file contenente la poesia; i formati richiesti sono doc, docx, odt, rtf (non sono accettati testi in pdf, jpg, jpeg, png). 

L’iniziativa è riservata agli autori maggiorenni.

Saranno eliminate, senza obbligo di avviso all’autore, le opere ritenute offensive, giudicate lesive o recanti danno alla morale, a persone fisiche, istituzioni, religioni e orientamento sessuale.

L’assenza, nell’invio della mail, di uno qualsiasi dei file sopra descritti determinerà l’esclusione dal progetto.

In nessun caso sarà restituita la quota di partecipazione. 

Gli oneri d’iscrizione possono essere corrisposti dall’autore con versamento su carta Poste Pay oppure bonifico bancario, specificando nella causale, in entrambi i casi, la dizione “Versi in cornice 2025” e il nome e cognome del partecipante. Qui di seguito gli estremi per il versamento: 

carta Poste Pay Evolution n. 5333 1712 1653 7890, intestata a Maurizio Pochesci nato il 3/5/1951 codice fiscale PCHMRZ51E03H501N

oppure

IBAN n. IT 67 L 36081 05138 205771205775, intestato a Maurizio Pochesci nato il 3/5/1951 codice fiscale PCHMRZ51E03H501N 

Al fine di consentire la giusta lavorazione delle poesie e la stesura del commento critico, gli autori interessati sono invitati a mandare quanto prima la documentazione richiesta: se possibile, anticipando nel frattempo il testo della poesia e successivamente inviando la ricevuta di pagamento della quota insieme alla scheda di partecipazione.

I materiali previsti saranno consegnati direttamente agli autori che presenzieranno all’evento o ad altre persone tramite apposita delega. Coloro i quali non potessero partecipare di persona riceveranno via posta il materiale, con spedizione a carico del destinatario.

Eventuali spese di viaggio, vitto e alloggio in occasione della cerimonia di chiusura sono a carico dei partecipanti.

Ogni autore, con l’atto stesso di partecipare, dichiara la paternità e la proprietà intellettuale e creativa delle opere inviate. Dichiara, altresì, di avere pieno possesso dei diritti dell’opera.

L’Organizzazione non risponde di eventuali operazioni di plagio.

La partecipazione al progetto comporta la piena accettazione del presente bando. L’inosservanza di uno qualsiasi degli articoli costituisce motivo di esclusione. 

Per qualsiasi ulteriore informazione sono disponibili i seguenti indirizzi mail:

cinziabaldazzi@gmail.com

calidonatella@yahoo.it

mpochesci@gmail.it


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VERSI IN CORNICE

edizione speciale 2025

  

MODULO DI ISCRIZIONE

 

Il/la sottoscritto/a _______________________________________________

nato/a a______________________________________ il________________

residente in via____________________________________________    n._____

città__________________________________ provincia_______CAP__________

indirizzo e-mail: _____________________________________________

 

DICHIARA di voler partecipare all’edizione speciale 2025 di “Versi in cornice” con il componimento intitolato

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                                                                                               Data e firma

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domenica 2 giugno 2024

Cinzia BALDAZZI - “Le rose novembrine”, poesia di Isabella Sordi

  

Care amiche e cari amici, in un recente incontro di poetesse e poeti da me organizzato a Roma, molte partecipanti hanno dedicato i loro componimenti al tema della violenza e del femminicidio. In quell’occasione, trovandomi a parlare con l’amico Sorin, ribadivo a lui la mia completa solidarietà alle donne. Lui ha risposto: «Cinzia, tu non sei dalla parte delle donne. Tu sei dalla parte della poesia».

Perché ho raccontato questo episodio? Come sapete, in questi anni ho scelto e analizzato singole poesie dedicate alla violenza contro le donne e alla loro morte violenta, sia per uccisione sia per tossicodipendenza. Ma erano tutti componimenti di autori uomini.

Oggi, finalmente, propongo la poesia di una donna, la brava autrice Isabella Sordi con i suoi versi dal titolo Le rose novembrine. Spero che i luminosi spazi della vostra mente possano ospitarli entrambi. 

 

Le rose novembrine

di Isabella Sordi

 

Mi fanno tenerezza

le rose novembrine,

serrano le corolle,

affilano le spine.

 

Sfidano il vento e il gelo

crudele, dell'inverno,

quello che, poco dopo,

le porterà all'inferno.

 

Vestono di rubino

e d'un rosso magenta,

è sangue che scolora

in una morte lenta.

 

Così come le rose

che perdono il colore

sono le donne sole

uccise dall'amore.

 

Le rose novembrine

mi fanno tenerezza,

non sanno che si può

morire di bellezza. 

 

 

Il nome delle rose

Bellezza e morte nei versi di Isabella Sordi

 

di Cinzia Baldazzi 

 

 

La violenza contro le donne

non è un problema esclusivamente femminile

e deve essere aggiunta

alla lista dei reati sancita dai trattati.

Ursula von der Leyen

  

   Anche a voi sarà accaduto di incontrare poesie associate nell’immediato all’esclamazione, scontata e poco esplicativa, di “incantevole”. Quando entro in uno stato d’animo analogo, il risultato consiste nell’approdare subito a uno stato di angoscia, di inquietudine, sebbene il componimento - come invece questa volta - non lo suggerisca. In breve, il dialogo interiore è il seguente: «Ma quale incanto… I poeti non hanno la bacchetta magica!». Sono infatti trascorsi svariati secoli dall’epoca in cui la ποίησις (pòiesis) ha iniziato a vivere svincolata dal rito cultuale-religioso, suo promotore nella notte dei tempi.

   Ho potuto “cogliere” le rose novembrine nell’autunno del 2023, incontrando Isabella Sordi in un premio letterario da me gestito nella veste di Presidente di Giuria: quel giorno, l’associazione I Percorsi delle Muse, tra gli organizzatori del concorso, assegnò al testo un riconoscimento speciale.

Perché lo racconto? Per condividere il fatto di averlo apprezzato in un equo asse referenziale meritocratico, criticamente documentato, non incline tout-court a una gerarchia di valori dove trovasse posto un giudizio perlopiù legato all’“incanto” ineffabile della beltà dei versi. Vari decenni sono stati impegnati nel dibattito sull’esistenza o sulla qualità della “bellezza in sé”, decisiva o ingannevole rispetto a un approccio di metodologia critica: ciononostante, ritengo l’argomento abbastanza d’antan, dunque nelle mie riflessioni chiamerò in causa il concetto di una “bellezza poetica” autonoma, nondimeno attinente a un messaggio, a una fonte significativa, umana, quindi concreta.

   In un ambito affine ho considerato pregevole Le rose novembrine, peraltro distratta dall’approfondimento specifico a causa di diverse attività in corso; il giorno dopo, comunque, ospitando l’autrice al Dima Book Festival, chissà perché le chiesi, fuori scaletta, di recitare per noi la poesia vincitrice.

   Forse, però, ho insistito troppo: non siamo davanti a un mistero, in quanto, alla sola lettura dell’incipit, suppongo parteciperete senza difficoltà a un incantevole “fuori programma” di tale natura: «Mi fanno tenerezza / le rose novembrine, / serrano le corolle, / affilano le spine».

   Una simile opinione la coltivo poiché, alcuni minuti dopo aver letto il componimento, scoprirete la misura in cui gli ammalianti fiori autunnali, emblemi di «tenerezza», siano il simbolo persuasivo e immaginifico acquisito dall’ars poëtica della Sordi, propedeutico ad annunciare il tragico destino delle vittime di femminicidio. Altro che le «spine» sotto le «corolle»! Il sostantivo «tenerezza», forse obietterete, essendo rivolto a una commozione provata nei riguardi di persone in termini di pietà amorosa e compassione, può apparire un segnale appropriato nei confronti di donne forti, generose, sebbene alla fine abbattute: esse soffrono per sfidare, in sintonia alle rose, «il vento e il gelo / crudele» non dell’inverno, bensì dell’inferno della violenza assoluta e, in seguito a una morte lenta (nonostante in botanica, per la famiglia delle Rosacee, il mese di novembre sia assai propizio), smettono di vivere.

   Eppure, una tenderness parallela, più che associata alla disperata, ineffabile propensione ad accogliere il martirio di una brutalità estrema, coincide con l’icona epifanica di qualche tipo di riscatto ottenuto nel rifugio offerto dall’amore materno indissolubile. Quasi Isabella Sordi, in un “incantesimo” fondato su una precisa tecnica semantico-semiotica - in settenari ritmici cadenzati in cinque quartine - e non su un vago, unspeakable filo dal colore rubino, invitasse il lettore a “scrutare” le righe successive con gli unici occhi posseduti, obbiettivamente carichi di bellezza, quella vera, sempre salvifica, peculiare dell’affetto energico di una genitrice, di una μήτηρ (mèter) capace di interrompere con il suo sentimento totalitario il cammino del male. Come, vi chiederete? Di recente, lo scrittore statunitense Chuck Palahniuk ha dichiarato: «Dimenticare il dolore è difficilissimo, ma ricordare la dolcezza lo è ancora di più. La felicità non ci lascia cicatrici da mostrare». La grazia e il fascino degli ammalianti campioni floreali viaggiano oltre le profonde cicatrici della furia e degli abusi.

   Nel tentativo di verificare l’ipotesi formulata all’inizio, vale a dire che nell’opera della Sordi l’intento creativo sia di risarcire utopicamente, per mezzo di una testimonianza a carattere lirico, un danno irreparabile, enfatizzo l’importanza di almeno due τόποι (tòpoi) retorici tali da poter confermare una lettura del genere, di certo correlata all’unione implicita, definitiva di forma-contenuto: piuttosto interessata, però, percorrendo l’alto sentiero allegorico del testo, a metterne in luce la prospettiva di allontanarsi, tramite scelte di un καλόν (kalòn) estetico, dalle abiette circostanze reali, non per ignorarle o sminuirle, piuttosto per sublimarne in alternativa la virgiliana pietas basata su rispetto, solidarietà e coraggio.

   Nel macrocosmo omerico, presentando le protagoniste dell’epos, l’aedo ne proclamava l’avvenenza, il κάλλος (kàllos) adeguato a renderle eterne: «E quando è pari a quella di Elena», afferma la grecista Eva Cantarella, «questa bellezza fa perdonare tutto: per Elena, bella come una dea immortale, dicono i vecchi troiani seduti presso le Porte Scee a guardare la battaglia, “non è vergogna che i Teucri e gli Achei schinieri robusti… soffrano a lungo dolori”». Allora, dunque, a morire per la bellezza (femminile) erano gli uomini.

   Sopra ogni cosa, sottolineerei come, nella terza quartina, il rosso rubino (o magenta), colore per antonomasia del sangue, costituisca in qualsiasi scala di valore archetipica un segno di vita prima che di morte, evocando inoltre, nell’universo di riferimento orientale, la nuance per eccellenza di gioia e sensualità della coppia, oltre a significare vittoria nella novità, nella conferma di quanto l’arco del vissuto sia di continuo custodito, difeso a qualunque costo.

   In secondo luogo, allorché assistiamo al tormento subìto mentre esso «scolora» - oltre a tutto, a prezzo di una «morte lenta» - anche qui possiamo tornare a uno schema modellare consono a quello della madre (meglio: della Grande Madre), all’altezza di dissolvere in un’indistruttibile, coraggiosa utopia, contrassegno di lotta, non di vuota fantasia, il bisogno di compensare un’immane iniquità, poiché la legge giusta del divenire umano naturale lo consente.

   Ricordo le parole utilizzate nel 1947 da Max Horkheimer e Theodor Adorno nella chiusura del saggio sull’Odissea per illustrare la crudele uccisione delle ancelle di Penelope (regina “madre”) impiccate da Telemaco. Nel finale del Canto XXII si assiste agli spasmi di queste creature («coi piedi scalciavano; per poco, però, non a lungo»), dove Omero consola se stesso insieme agli ascoltatori (scrivono i filosofi: «sono in realtà lettori») con «l’affermazione provata che non è durato a lungo, un attimo e tutto era finito. Ma dopo quelle tre parole l’intimo flusso della narrazione si arresta». Interrompendo il corso del racconto, «esso impedisce di scordare le vittime, e scopre l’indicibile, eterno tormento di quel secondo in cui le ancelle lottano con la morte».

   Nei versi della Sordi, le martiri di femminicidio sono sciaguratamente decedute «essendo donne sole / uccise dall’amore». Tuttavia, «sole» in senso di “isolate”, “accessorie”, per fortuna nella storia del progresso le donne non sono mai state, poiché il loro ruolo ha sempre comportato grandi vantaggi generali per l’intera gens humana. L’archeologa inglese Margaret Ehrenberg ha rilevato: «Bisogna riconoscere il ruolo delle femmine, sia nel favorire una maggiore socializzazione della specie umana sia come prime insegnanti di innovazioni tecnologiche durante il lungo periodo infantile».

   In sostanza, risulta infondato l’archetipo endemico della donna indifesa, “domestica”, e dell’uomo, potente per le armi, intento a procurare, in misura esclusiva, il cibo per la sopravvivenza della famiglia. Di nuovo la Ehrenberg esemplifica: «L’evoluzione umana è stata sempre letta attraverso il ruolo dell’“uomo cacciatore”, con la creazione di armi ed utensili per catturare e macellare le prede. E che cosa faceva la donna nel frattempo? Rimaneva forse seduta in casa a girarsi i pollici, aspettando che l’uomo procacciasse il cibo e diventasse così più abile fino a trasformarsi in Homo sapiens-sapiens?». Niente affatto, perché il nostro genere, provvisto di cellule con doppio cromosoma X, sin dalle origini ha espresso propensioni operative altissime accanto a opzioni di natura sessuale autonome nello scegliere maschi amichevoli, inclini a spartire.

   Ancora oggi, nel componimento di Isabella Sordi, le incantevoli rose celebrate durante il mese dedicato ai defunti (prendendo il posto dei rituali crisantemi) acquisiscono sembianze muliebri per sostare qui con noi, mentre le scorgiamo continuare ad amare chi come loro ama, non solo grazie a un ininterrotto «diritto materno» della specie umana, nondimeno in virtù della costante fiducia, della fede nel rapporto erotico fondato sul preferire l’unione con uomini libera da vincoli aberranti di sottomissione. Non dimentichiamolo: per ottenerlo, le nostre paladine hanno affrontato «il vento e il gelo».

   Nella narrazione mitica, le figlie di Προτος (Pròitos, Preto) rifiutarono di prendere marito pur essendo state chieste in moglie, senza il loro consenso, da tutti i Greci: per aver disprezzato Ηρα (Èra, sorella-sposa di Zeus), dea protettrice del matrimonio, e Διόνυσος (Diòniusos), dio iniziatore, furono aggredite da una malattia in grado di causare la perdita dei capelli e lo scolorire della pelle in chiazze bianche («Così come le rose /che perdono il colore», scrive Isabella Sordi). Per disgrazia, queste sorelle annientate, lasciate sole, nella poesia identificano ancora l’atto di amare con il “bello” della vita, del Creato: di conseguenza, allo scopo di difenderlo, di far sì che continui a sussistere, sono rassegnate ad abbandonare l’esistenza per amore, a «morire di bellezza». Purtroppo, il sentimento dellρως (èros) per cui sono cadute, dalla parte opposta si era manifestato unicamente in termini di ferocia, di perversione, frutto di disuguaglianza, magari di sfruttamento, il tutto mascherato da formalità retoriche, ambigue, contraddittorie.

   Vorrei concludere rispondendo all’appello dell’incantevole poesia (ricordate?) nella speranza che, nell’atroce dolore sofferto lungo l’intervallo del θάνατος (thànatos) - lungo? breve? - le rose della Sordi, sbocciate in autunno, abbiano rammentato quanto, nella notte dei tempi, per fare del male a un individuo si ricorresse al gesto di colpire un suo modello, ad esempio romperlo per imitarne la morte, o infilzarlo di spilli per provocarne ferite profonde. Tuttavia - le nostre rose lo sanno bene - il modello così costruito serviva anche per azioni buone, ideate per guarire o guadagnare prosperità. Il sacrificio delle donne-rosa equivale proprio a questo: al tentativo, come hanno potuto, di opporsi agli assassini per impedire che essi seguitassero a uccidere. Un sincero “grazie” quindi a loro, e a Isabella Sordi che non ha voluto dimenticarle per condurle a noi in un illuminante “incanto”. 

 

Si ringrazia Adriano Camerini per l’assistenza nel corso della stesura del testo. 

 

 


 

Isabella Sordi, nata a Udine, residente a Mestre, è stata per vent’anni docente di Letteratura Inglese nelle scuole superiori. Si è dedicata alla poesia fin dall’età di otto anni: «Ho ancora il ritaglio della rivista “Amica” su cui pubblicarono alcuni frammenti di mie poesie con giudizio positivo. Ero quindicenne e tra i giurati c’era Dino Buzzati».

Ha pubblicato le sillogi poetiche Un Dio felice (Vitale, 2002), Sopra i cieli di Berlino (Arezzo, 2013) e In un vorticoso tango (2022), questi ultimi editi da Helicon. «Mi piace sperimentare la scrittura in altre lingue: ho scritto poesie in inglese, spagnolo, friulano e nei dialetti veneto e romanesco».

Collabora attivamente con vari gruppi culturali di Mestre e di Venezia attraverso letture, incontri e conferenze. Con l’associazione La Torre di Mestre, dal 2018 in poi, ha contribuito ai reading poetici “Attorno a una panchina rossa”, contro la violenza sulle donne.

È membro della Writers Capital Foundation e della International Academy of Ethics. Ha organizzato il Premio Letterario Intercontinentale “Le Nove Muse” a Mestre, nel 2022, del quale è stata Presidente di Giuria.

Ha conseguito numerosi primi posti in concorsi nazionali e internazionali tra cui “Dino Boscarato” (2008), “Città di Acqui Terme” (2009), “San Marco” (2010) e “Certamen Apollinare Poeticum” (2023), nonché vari premi speciali tra cui “Scrittore dell’anno” alla Rassegna Letteraria Olympus e “Writer of the Year 2023” alla Writers Capital Foundation.

La poesia Le rose novembrine ha ottenuto il Premio Speciale “I Percorsi delle Muse” nel 2023 a Roma al concorso “I colori delle parole”.