giovedì 9 maggio 2019


Cinzia BALDAZZI - “Fantasmi sotto sfratto”,
tre atti di Andrea Lepone



Tra suggestioni epico-didascaliche e divertimento puro, l’autore Andrea Lepone ha messo in scena, con la regia di Maurizio Spoliti, la pièce in tre atti “Fantasmi sotto sfratto” (Roma, Teatro dei Frassini).

Il londinese William Blake, illustratore della Divina Commedia, dunque esperto, come dire, della vita ultraterrena, un tempo scriveva:

 Ogni uomo è in potere dei suoi fantasmi fino al rintoccare dell’ora in cui la sua umanità si desta.

          Un secolo dopo nel fiorente, verde stato del Maine, Stephen King, maestro dell’horror letterario e ispiratore del suo doppio filmico - quindi visivo - egli pure, pertanto, erudito nella tematica, precisava:

I mostri sono reali e anche i fantasmi sono reali. Vivono dentro di noi e, a volte, vincono.

Quest’ultima ipotesi potrebbe essere la sigla della pièce in tre atti Fantasmi sotto sfratto di Andrea Lepone, giovane poeta e drammaturgo (la commedia risale ai suoi ventun anni), a conferma utopica di quanto accadde nel plot del film Fantasmi a Roma (1961) di Antonio Pietrangeli, con la sceneggiatura di Ennio Flaiano.


La Compagnia del Grillo ha creato un piacevole esempio di teatro epico-didascalico alla Bertolt Brecht, fondatore nel Novecento di un simile genere in riscontro, ma non in concorrenza, al cliché tradizionale drammatico. Appena si apre il sipario del Teatro dei Frassini, scorgiamo sul fondale la fotografia di un casolare: alle diapositive proiettate sarà così affidato lo scopo di sostituire il cambio-scena.  Tutto ciò in assonanza al repertorio brechtiano dove, nelle performance dedicate alle contraddizioni alla base della società, l’opera è pensata in ugual misura in funzione dell’attore come dello spettatore: attraverso una semplice, nonché “trasparente” mise-en-scène (lontana da ogni scontato e pronto immedesimarsi) - alla quale il pubblico in platea contribuisce con l’immaginazione a completarne funzionalità ed energia espressiva - ogni spettatore è invitato a partecipare attivamente all’esecuzione del messaggio. In tale ambito, durante il finale con la compagnia a ricevere gli applausi, l’attore Gianni Minotti si avvicina alla ribalta chiedendo: «Vi siete divertiti? Spero di sì, perché noi tanto…».

Tutto ciò era comunque presente sin dall’esordio. Irrompono dalle quinte gli spettri Marta e Luca, scalzi, coperti da veli bianchi: ancora giovanili, morti prematuramente, sono lì da quattrocento anni, padroni indisturbati della villa abbandonata. Lei era una regina, da defunta ha sposato l’inserviente con un “matrimonio postumo”. La donna appare intraprendente, sempre attenta, lui pigro, goloso di pizza e panini al prosciutto, alienato dalla tv (fan accanito dei cartoon di Casper), rimproverato di continuo dalla consorte a causa della carenza di iniziativa («Non sai neanche passare attraverso una parete…»). Nel giro di un paio di giorni l’uomo d’affari Colombo (Gianni Minotti), privo di scrupoli, imbroglione, corruttore seriale, farà radere al suolo l’edificio per costruire un vasto centro commerciale. L’importante è chiudere i contratti con i clienti prima che gli organi competenti si accorgano della mancanza di autorizzazione: è urgente, allora, la nomina di un direttore generale, un “fantoccio”, capro espiatorio degli inevitabili, successivi reati finanziari. Lo ha scovato nel signor Corsi (il convincente Francesco Bonadies), uomo dabbene, servile quanto basta.
La trama di Lepone sembra consona al leitmotiv di quella epico-brechtiana, dove troviamo un pubblico rilassato, ossia all’altezza di percepire il gesto senza preoccuparsi di sottoporlo al nesso vero-falso (del tipo: «Esistono i fantasmi?»); inoltre, in grado di ragionare con distacco su ciò che osserva, godendo dei contenuti informativi - forse semplicemente ludici - secondo una libera decisione, il meno possibile condizionata a priori dal copione scritto e allestito. In sala, quindi, siamo divertiti, relativamente tranquilli, un po’ come quando leggiamo la celebre Guida ai fantasmi inglesi di Lord Halifax, magari sdraiati su un divano, oppure seduti nel vagone di un treno, assistendo al “narrato”, però, in una collettività unitaria non isolata, in modo favorevole influenzata dai vicini di sala.

Ecco Marta predisporre con Luca un piano con l’obiettivo di evitare la demolizione, boicottando la cena in casa Corsi durante la quale verranno firmati i documenti. Conosciamo così la consorte di Colombo (Angela Maria Garozzo), una petulante giovane vanitosa, affetta da shopping compulsivo ad alto livello (gioielli, abbigliamento à la page): nell’hic et nunc della serata le molteplici, esagerate vanterie vengono ribattute dal sarcasmo della signora Corsi, assennata e realista. A quest’ultima, animata dall’assai efficace Maria Grazia Carianni, attribuiamo il compito del “saggio” nell’epos di Bertolt Brecht: di colui o colei incline a parlare per noi, vedendo rappresentati dal nostro punto di vista gli eventi in progress (ossia riflettendo con criterio, pur senza essere coinvolta nell’intreccio del quale è protagonista). Di conseguenza - ma, a dire il vero, è l’atteggiamento, di tanto in tanto, di tutti i characters - si rivolge spesso alla platea comunicando “fuori scena” il suo pensiero, invitando noi destinatari a condividerne l’interpretazione. Del resto, già nel teatro classico francese erano situate tra gli attori alcune persone di rango, accomodate nelle poltrone sul palcoscenico, consentendo, in via figurata, di collaborare utopicamente con loro alle scelte principali dell’opera.

            Sopraggiunge la cameriera Barbara (Maria Gabriella Corbo): in stretto rapporto con la discoletta Matilde (Claudia Di Ruscio), assolve al ruolo fondamentale del fool shakespeariano al quale Brecht aveva conferito la matrice clou di eroe non-tragico. A Barbara e alla figliola, Fantasmi sotto sfratto appunto assegna l’incarico di generare svariate interruzioni nelle aspettative logico-sequenziali, “drammatiche”, della storia: tra esse, le più “stranianti” riguardano le movenze della bambina, con le trecce, il cerone sul viso e una candida calzamaglia da clown, impegnata e divertita a lanciare bambole e pupazzi in aria, in analogia al costume circense. Nel suo comportamento ludico, potrebbe ricondurre alla memoria il giocoliere brechtiano nella ripresa eccezionale del suo maggiore epigono, il polacco Tadeusz Kantor (1915-1990). Infine, la giovanissima Matilde è l’unica a dialogare con gli ectoplasmi Marta e Luca: non diversamente, ricordiamo il piccolo Cole, paladino del film Il sesto senso, capace di vedere la gente dall’aldilà («I see dead people»).

Ma la ragazzina non è l’unica a poterli osservare. Al suo ingresso in scena, all’inizio, Luca aveva guardato preoccupato in sala:

LUCA - Credi che ci vedano?
MARTA - Impossibile, nessuno può vederci, lo sai benissimo, siamo dei fantasmi!
LUCA - Ti dico che ci vedono, guarda le loro facce!
MARTA - Sai, con il passare dei secoli stai diventando sempre più paranoico, mio caro.

La serata in casa Corsi è un crescendo di disastri: gli spettri infastidiscono con pizzicotti gli uomini distraendo il pubblico, alterano il vino provocando l’affollamento della toilette, modificano gli ingredienti degli antipasti causando una crisi a Colombo, allergico al formaggio, scompaiono lasagna, tacchino e bevande. La domestica cerca di rendersi utile, ma non può far altro - in ossequio al ruolo di “disturbatrice” - conversando di volta in volta con i padroni accanto ai commensali ospiti, se non interromperne gli auspici segnalando la sparizione sistematica delle pietanze. Sul tavolo, alla fine, solo bottiglie di acqua minerale, provenienti dal domicilio della governante, in cambio di denaro in virtù delle prestazioni effettuate: gli ordini ricevuti sono infatti intervallati da persistenti richieste di compenso da parte di Barbara, che pretende (e ottiene) alcuni extra.
Con l’ausilio di una squadra di trapassati, il boicottaggio è completo. Luca riferisce alla sposa di aver domandato aiuto a diversi amici spiriti: li ha chiamati con il cellulare («Ho i minuti illimitati per i prossimi cinque anni»). At last but not least, svanisce il portafoglio dell’imprenditore, gettando nell’angoscia la moglie. Da ultimo si dissolve il contratto, la cena fallisce, l’accordo non viene siglato, crolla il progetto del mall. Marta con il marito (i bravissimi, agili, “stranianti” Maria Laura Notarnicola e Carlo Zaupa) potranno risiedere ancora sereni nella vecchia dimora.

Complimenti, in definitiva, allo scrittore Andrea Lepone e al regista Maurizio Spoliti per aver evocato, a modo loro, l’ideologia parallela a Bertolt Brecht quando il famoso drammaturgo asseriva:

L’attore deve mostrare la cosa e deve mostrare se stesso. Naturalmente mostra la cosa in quanto mostra se stesso; e mostra se stesso in quanto mostra la cosa. Nonostante le due cose coincidano, non devono tuttavia coincidere in modo tale che venga cancellata la differenza tra i due compiti.

L’artista dovrebbe uscire con sapienza dalla propria “maschera” insieme a noi, per rientrarvi arricchito della nostra Weltanschauung.
Nello spazio rappresentativo voluto da Andrea Lepone, l’abisso adeguato a separare l’attore dal pubblico - come i morti dai vivi - il divario il cui silenzio nel teatro di prosa sottolinea il sacrale, il sublime, ebbene tale significativo varco ha perso sempre più importanza: il palcoscenico dei Frassini è comunque rialzato (non un podio, né un ring), sebbene non sia sospeso in una insondabile profondità.

Non solo perché entrambi i fantasmi sono scesi, a un certo momento, davanti alle prime file, ma anche grazie all’interesse riscontrato dagli spettatori: ovvero la sorpresa, da parte dei destinatari del messaggio, di imparare a stupirsi - chissà, con risate calorose - mentre eravamo collocati tra il giusto e l’illusorio, resi compartecipi da un’energica verità-storico sociale collettiva: ad esempio, la lottizzazione selvaggia nella quale, fuori dal bell’ambiente dello spettacolo, tornando a casa, forse non pochi si saranno di nuovo trovati immersi. 

Ringrazio Adriano Camerini per la collaborazione alla stesura del testo.