sabato 30 maggio 2020



Cinzia BALDAZZI – Sensazioni di Antonella Santoro: note critiche sulla raccolta poetica.

  

Antonella Santoro
Sensazioni
Avola, Libreria Editrice Urso 2017
pp. 58, € 10,00


   Le sensazioni di Antonella Santoro raccolte nel volume omonimo si formalizzano - per mezzo del linguaggio scritto - in unità di significazione, anzi, in un articolato universo significativo. Il componimento che dà il titolo al libro offre un’articolazione esemplare di numerose istanze radicate nel terreno sensoriale-percettivo come nella zona psichica:

Buio lieve
di fresca galleria cieca...
ma io son io,
cuor d’aquilone,
di carta d’arance
che brucia nei bordi
e vola improvvisa.

Dolce odore
- caramella che incolla -
nel caldo avvincente, salato,
il corpo vestito di pelle leggera
che tolgo a piacere…

La voce è quella che so:
di colpo il ricordo m'avvolge,
non triste, ma un frizzo d’amore
un guizzo tra gioia e dolore,
incredula, ascolto.
Spio il tempo che ho.

Aspetto l’attesa sottesa
- un sospeso di cuore -
incerta, in un’aria seriosa
le mani appoggiate alla gonna,
dagli occhi svanita.

Pavimento come scultura,
carezza di passi svestiti.
Nella danza di anni passati
si specchia nostalgico un pivot.
[Sensazioni]

   Un tale complesso di messaggi non viaggia in uno spazio-tempo aleatorio o vago: a impedirlo è la funzione cruciale assegnata dall’autrice ai nessi simbolici. Così asseriva il semiologo lituano Algirdas Julien Greimas:

Il mondo umano ci appare definibile essenzialmente come mondo della significazione: il mondo può essere detto «umano» solo nella misura in cui esso significa qualche cosa.

   Ebbene, suppongo il titolo Sensazioni sia ispirato dall’aura generata nel comunicare segni-segnali corrispondenti a cose, idee, giudizi, soprattutto a tropi (metafore, metonimie, allegorie, e in genere figure retoriche), quando elaboriamo il tentativo di descrivere il microcosmo delle qualità sensibili. Il tema ricorrente delle parole, a volte inadeguate, impotenti, vuote ma necessarie, imprime svolte significative ai componimenti: «non ho più saputo crescere», confessa la Santoro, «volendo inventare poesie» [A una madre]; e sempre nel segno di una figura materna prende vita l’intenzionalità poetica:

Vorrei scrivere versi
originali, precisi
per poter sostituire
i fiori che non ho portato
le preghiere non dette
i saluti dimenticati,
quale ricompensa
al sollievo non recato.
[Madrina]

   Spesso la Santoro sembra suggerire un affidarsi dell’individuo alla distesa marina per conferire “senso” all’indistinto:

Io ti volevo dire che
basta che guardi
il mare
dalla finestra aperta
e ti inzuppi degli spruzzi
odorosi
per ricordare tutta
la tua vita,
recise lontananze
brevi
incrociate a incontri.
[Lontananze recise]

   E il mare ritorna più volte, qua e là tra le pagine della silloge, a scandire passi incespicanti sulla sabbia fino a placarsi [Amata mia città], nostalgia delle promenade sui «lungomare di infiniti soli» [Dolce Francia], sino alla personificazione estrema: «E se di mare sei fatto / con me a terra / sei voluto restare» [Nodo marinaro].
   Tracce discrete di ermetismo, disseminate qua e là in Sensazioni, illuminano un percorso lontano dall’astrazione, anzi, all’opposto, inteso a cercare e sentire la verità come vita. La riflessione elaborata da Antonella Santoro ha solide basi terrene, e assume sovente la configurazione di lotta contro il mondano, contro la stanchezza, contro la morte. Ricordo le parole del nostro Enzo Paci nella prefazione agli scritti di Gerd Brand sui manoscritti di Edmund Husserl:

La riflessione non è nulla di astratto: è il farsi stesso della vita e della verità nel tempo, ed è la verità che nel tempo mai e sempre si dà, riconducendoci, nella misura nella quale riusciamo a riflettere, sia all’inesauribile origine che all’idea teleologica infinita.

   Il discorso in questione, però, risulterebbe impenetrabile o addirittura caotico - nella indistinzione tra falso e vero, apparente e concreto, personale e obbiettivo - se la voce narrante della Santoro non fosse essa stessa garanzia, ovvero se non rendesse letterariamente conto della coesione nonché della pertinenza di messaggio del testo. Il filosofo Michel Foucault ha spiegato la questione generale innanzitutto circoscrivendo il campo:

L’autore considerato, naturalmente, non come l’individuo parlante che ha pronunciato o scritto un testo, ma l’autore come principio di raggruppamento dei discorsi, come unità ed origine dei loro significati, come fulcro della loro coerenza.

   Poi, entrando nel merito dell’ordine del discorso letterario:

Si chiede che l’autore renda conto dell’unità del testo che va sotto il suo nome; gli si chiede di rivelare, o almeno di portarsi appresso, il senso nascosto che li attraversa; gli si chiede di articolarli sulla sua vita personale e sulle sue esperienze vissute, sulla storia reale che li ha visti nascere. L’autore è ciò che dà all’inquietante linguaggio della finzione le unità, i nodi di coerenza, l’inserzione nel reale.

   Poiché il testo di Antonella Santoro si rivela particolarmente adatto a un simile genere di considerazioni, mi chiedo: in qual modo sarebbe possibile adempiere allo scopo? con quali strumenti l’autrice potrebbe portare a compimento una analoga operazione di reductio ad unum?
   Credo di poter individuare il meccanismo della nostra poetessa nel suo prediligere la scelta di rivelare il senso nascosto dietro la totalità, mostrandosi in grado di animarlo nel coniugare hic et nunc individuale ed esperienze intraprese, in un’accattivante struttura semantica da condividere. Traslando l’analisi di Sensazioni da un tessuto poetico a un ambito filosofico, assistiamo al comporsi di una fitta trama tra l’Io e la realtà esterna, all’altezza di riportare alla mente i concetti della fenomenologia.  Ho già citato Edmond Husserl: il pensatore austriaco spiegava la fisionomia di un Io come Io-nel mondo, nella forma di una vita-che-esperisce-il-mondo. Non viene riservata maggior valenza né al campo oggettivo né all’area soggettiva. Scrive Husserl:

Tutto ciò, la vita, entro la quale io sono in rapporto al mondo, significa: non un mero io, e, di fronte ad esso, una molteplicità di esseri privi di io, bensì, in tutto e prima di tutto, in ogni percepito, in ogni avere, uno sforzo dell’io, un agire, un potere.

   I versi della Santoro impegnano una forza interiore nel suo esternarsi, una possibilità di avvicinarsi al mondo, di penetrare nell’estraneità del reale fino a dipanarla e portarla all’evidenza. Il loro significato è nell’avvicinamento, nello sforzo di ottenere una prossimità sempre maggiore alla realtà, al punto di sventarne i fraintendimenti, le dimenticanze, i pericoli. Antonella Santoro ha sistematizzato nel brano Insieme questa poetica, aprendo e chiudendo il componimento con la medesima espressione «Non sia mai», in un avvertimento a metà tra lo scongiuro e la prevenzione:

Non sia mai
che quieto
il mio respiro non rinasca
nell'ultimo ricordo
sopito nel sonno

che nel vortice del giro
sia il falso passo
a confonderci nel bianco
delle nostre membra

che si possa
cadere da questa roccia
cui siamo aggrappati
insieme
da sempre.

Non sia mai
[Insieme]

   I tentativi di energico intervento nel panorama circostante producono anche la coscienza di percepire come sia impossibile pervenire a un sapere totale: ogni qual volta scopriamo qualcosa, emerge «un sapere di più», afferma Gerd Brand, «che è anche insieme un non-sapere». Con un’affermazione di presunta impotenza, subito ribaltata in sfida esistenziale, la Santoro conclude un brano centrale della sua raccolta:

Arrivati alle porte della notte
in un dunque fatto di braccia,
- allacciate disperatamente
nella stretta dell'ultimo sogno -
sappiamo che ancora vivremo...
perché null'altro sappiamo fare.
[L’altrove]

   L’ignoto non può mai essere completamente dissipato: e allora, su un piano contiguo tra filosofia e poesia, la nostra scrittrice sperimenta possibili comportamenti di auto-estraniazione per rischiarare se stessa e mantenersi in costante movimento in un contesto seppure ignoto:

È che... non sono più
gl'incerti passi
a darmi fremiti di paura
ma sono strepiti di cerniere
e la voce ferma,
nel pensiero ch'è già lontano.

Frenàti del cuore i sussulti
sorrido con malìa bugiarda
e fingo,
immaginando già il ritorno.
[Fremiti]

   Le sensazioni dell’antologia, in sostanza, coincidono con il senso, il quale non si esprime, però, esclusivamente nella psiche, nel territorio raziocinante dell’anima: nascere donne e uomini è un evento iscritto nell’ambiente naturale, pertanto non sembra opportuno scorgere nel vissuto peculiare della coscienza la tappa suprema della nostra indagine conoscitiva. A riguardo la Santoro confessa:

Si va alla cieca tra siepi
nel labirinto di giardini
[…]
Attratta di continuo
dal delirio dei colori
e dei suoni
ho voluto vivere lo stesso
seguendo la ragione,
[…]
Riempita di parole
l'ubriaca mente,
solo ora riesco a percepire
a occhi ciechi
oltre i sensi.
[Oltre]

   Cosa accade, poi, al passato, al presente, al futuro? Non sussiste un oggi equivalente a istanti chiusi in sé: esso gode di iter continui, fluidi, vitali, e include il già-trascorso come attuale, a lato del futuro in un ininterrotto esplicarsi. Il passato costituisce dunque un divenuto appartenente in certo modo al presente, perché, anche se l’azione passa, l’agito rimane. Gerd Brand, parafrasando Husserl, scrive:

L’atto in cui io, trascurando questo e quello, ho cercato di attuare questo e qualcos’altro, è passato, ma il risultato di quest’atto rimane un mio risultato, qualunque sia l’atto.

   La poetica di Antonella Santoro è attenta a questa sedimentazione di azioni, sentimenti, moti dell’animo già avvenuti, al “perdurare” di scoperte e disinganni, entusiasmi e amarezze. E se persiste l’eco di parole sussurrate «negli amplessi di ieri» [Tango argentino], più avanti leggiamo:

Accesa di lampioni colorati
una risata a sorprendermi
al lento epilogo
ove - morto il pianto -
la delusione perdura,
nello stupore di un raggio.
[Inaspettatamente]

   Il presente realizza ciò che è, il già-trascorso invece conserva, nell’essere ricordato, l’intervallo di un sé in futuro. Ed ecco l’appello della Santoro:

Tu solo
- l’attuale e il remoto -
in un gorgo inscindibile
[A te]

   Il sensibile di quest’opera si ritrova quindi in una Weltanschauung impegnata a costruire un’immagine dove ogni ripiegamento sul lontano, sul «remoto», avviene in base a un interesse per l’avvenire. Senza di noi, senza il nostro Io, l’asse temporale degli avvenimenti precedenti appare vuoto: e così, le ripetute rimemorazioni della Santoro producono un’identità progressiva in grado di procedere entro percorsi viventi sempre nuovi, mentre l’orizzonte in fieri dovrà restare ignoto perché sempre aperto:

avvolti in un passato ignudo
persi a metà via,
sconosciuta la meta
[“Imagine”]


Ringrazio Adriano Camerini per la collaborazione alla stesura del testo.




Antonella Santoro è nata e vive a Genova. Dopo la laurea in lingue ha insegnato francese nella scuola secondaria. Ha pubblicato le raccolte poetiche Nell’aria come vela (2013), Pensami, ricordami, vedimi (2016), Sensazioni (2017) e il romanzo Azzurro come i suoi occhi (2014), tutti della Libreria Editrice Urso di Avola; inoltre, la silloge Divertissement e la raccolta di prose Incontro al buio e altri racconti (2018), a cura delle Edizioni Vitale di Sanremo. Nelle sue opere appare evidente la predilezione per la Francia: ha tradotto una cinquantina delle sue poesie da Carta d'arance e Aspettando notte, inserite nella raccolta Mélodine, tutte edite nel 2011 a cura dell’autrice. Nell’arco di pochi anni ha conseguito numerosi riconoscimenti in bandi letterari. È stata presente nella giuria di diversi concorsi, ha scritto recensioni, effettuato traduzioni, partecipato a reading poetici.

domenica 10 maggio 2020


Cinzia BALDAZZI – "La notte degli angeli", romanzo di Andrea Lepone





Andrea Lepone
La notte degli angeli
Roma, edizioni Aracne 2020
pp. 112, € 8,00

  
Non accade spesso di leggere romanzi contemporanei all’altezza di implicare, nel groviglio di errori compiuti, una via d’uscita sotto forma di redenzione. Nell’epica antica, laddove il tempo scorreva ignoto, il passato non esisteva oppure era presente. Oggi, nella coscienza del già trascorso, l’insieme degli eventi accaduti deve essere rimosso per non deludere aspettative inadatte al divenire: scaturisce così impellente l’impulso espositivo finalizzato a rendere l’agire dei personaggi dialettico e dinamico, nonostante di frequente sia restituito nella narrazione in tracce frammentarie e discontinue.
In tale Weltanschauung (“visione del mondo”) ben si inserisce La notte degli angeli, con un plot intervallato dagli intenti malvagi, dalla dimensione onirica, dalla forza ricavata da alibi intimi, dalla trasgressione. Pertanto, nel romanzo del giovane scrittore Andrea Lepone l’atto del raccontare si articola policentrico, destrutturato, a più prospettive, capace di esprimere differenti prerogative del vero: ognuna di esse protesa al riscatto, anche in un’ipotetica riconferma perversa del male deviante. L’esposizione consequenziale dei fatti è affidata a tre distinte voci narranti: Steven, libraio di giorno, taglieggiatore di notte; Laura, cameriera in un ristorante; infine, il Capo, alla testa di una banda di malviventi. Su venti capitoli complessivi, dieci sono affidati a Steven, sei a Laura, quattro al Capo.
La notte degli angeli esibisce dunque una struttura romanzesca basata sulla pluri-discorsività, con l’atto di parola individuale messo sotto esame dalla parola letteraria in quanto eventuale resoconto dell’insieme illustrato. Nella ricerca delle costanti interne al romanzo (delle “istituzioni”, direbbe Luciano Anceschi), lo studioso russo Michail Bachtin spiegava:

Questa autocritica della parola è una peculiarità essenziale del genere romanzesco. La parola è criticata nel suo rapporto con la realtà: nelle sue pretese di riflettere veracemente la realtà, di governare la realtà e di riorganizzarla (pretese utopiche della parola) e di sostituire la realtà come un suo succedaneo (il sogno e l'invenzione che sostituiscono la vita).

Nelle prime pagine, Steven confessa:

Personalmente, ero consapevole di tutti i miei errori, ma li ritenevo necessari.

Più avanti, il compare David (nella veste di tre differenti identità), dopo aver mostrato a Steven la foto dei suoi figlioletti, spiega:

Ecco perché lo faccio. Ci saranno sempre il bene e il male, ma non saranno loro a definire il mio destino. Sarà la mia lotta personale, combattuta nel mezzo, a farlo. Perché, se io dovessi smettere di lottare, ogni cosa perderebbe di significato. Combatterò per mantenere accesa la luce; se mi arrendessi, resterebbe solo un mare piatto, privo di onde, pronto a sommergerci… pronto a rivelare la nostra vera natura.

In una classica unità di tempo, ovvero dalla sera alla mattina dopo, assistiamo al frantumarsi contestuale delle unità di azione (incontri casuali, scontri a fuoco, sequestri, imboscate, ritrovamenti) e di spazio (gli appartamenti, le strade, i locali). Si incrociano le vicende di vari individui, uomini e donne, vittime o esecutori della criminalità organizzata, sia pure in vesti differenziate e coesistenti. Due di essi, Laura e Steven, gestiscono apertamente l’area bifacciale di “creature” di stampo pirandelliano, mettendo in luce, nella vita, molteplici caratteristiche di se stessi; qualcun altro (di cui, per non incorrere nello spoiler, è meglio non anticipare il nome) è il contrario di quanto appare; altri ancora si pentono del proprio operato, oppure confermano di non averlo compreso in certe sfumature.
L’importanza fondamentale del testo di Andrea Lepone è probabilmente da attribuire alla costruzione letteraria di un rapporto per necessità di cose inadeguato tra psiche e margine reale, nel senso che l’anima possiede orizzonti più ampi, nel bene o nel male, dei destini consentiti e offerti dal vissuto.
Il nucleo problematico e il progredire dell’intreccio risiedono allora in superficie, in una volutamente confusa successione di flussi di coscienza, di riflessioni sullo stato d’animo, accompagnate a una dettagliata analisi psicologica che, nell’ambientazione sapientemente notturna, prende il posto di una trama strutturata.
In un passo della prefazione alla Teoria del romanzo, del filosofo e critico letterario ungherese György Lukács, il professor Alberto Asor Rosa così commenta:

Il romanzo rappresenta dunque, per così dire, un ponte (formale-conoscitivo) lanciato sopra l’abisso verso nuovi continenti dello spirito, pur nella piena coscienza non trattarsi in nessun modo di un processo lineare e predestinato, bensì, anche in questo senso, di un’avventura rischiosa oltre i confini dell’incalcolabile. 

Nelle pagine del libro di Andrea Lepone, le colpe si “lasciano andare”, quasi nulla fosse. La notte degli angeli è una sorta di dramma dell'ossessione e della predestinazione, dove il passato è sempre lì, con il suo fardello di colpe ed errori. È sempre Steven a parlare:

Accettare le conseguenze delle nostre vili azioni non era affatto facile. Parlavamo spesso di scelte, di bivi, immaginavamo una realtà alternativa. Ci confrontavamo sulle nostre aspirazioni, prima che la vita ci mettesse di nuovo al tappeto, togliendoci qualunque barlume di speranza. Anelavamo ad una pace interiore che non avremmo mai sfiorato, imbrigliati in un’esistenza corrotta che non ci avrebbe lasciato scampo. Ma non potevamo mollare, io stesso avevo sacrificato parte della mia umanità per le persone che amavo e non sarei tornato indietro.

Out of the past si intitolava uno dei più grandi film noir mai girati (e il distributore italiano, cambiandone il titolo in Le catene della colpa, ne rispettò il senso). Il richiamo di Lepone alla tradizione del romanzo nero è tangibile, sia nell’accoglierne tematiche circostanziali e di base, come l’auto-colpevolizzazione dell’eroe, sia nei distanziamenti, là dove il tormento interiore non si traduce mai in pulsione auto-distruttiva o nei punti in cui l’autore elude le efferatezze tanto frequenti negli esiti dell’hard boiled.


Ne La notte degli angeli la verità è nascosta, non invisibile. Steven, Laura e David, tra mille esitazioni, impareranno a vederla distinguendo le colpe dalle bugie: smascherare queste ultime è il compito di chi intende assegnare un valore di giustizia alla verità.
Nelle istanze del racconto noir accolte da Lepone, le peripezie affrontate dai personaggi cambiano la consapevolezza della realtà. Esemplare è la parabola di Steven:

Ero a due passi dal baratro e avevo solo due possibilità: precipitare negli inferi o arrampicarmi sino al paradiso, scalando vette sconosciute, riservate a pochi angeli eletti. Angeli che un tempo urlavano come diavoli nelle tenebre.

Simili riflessioni emergono al fine di promuovere una mèta positiva, ricostruttiva delle empasses evidenziate dallo stesso pensiero negativo:

Presi a camminare, avvolto dal gelo della notte. La mia ombra era la sola compagna di viaggio di cui disponevo. Ero solo e avevo un’importante decisione da prendere. Una scelta che avrebbe segnato il mio destino. Di fatto, ero ad un bivio: lasciare che gli eventi scorressero imperterriti, o marchiarli con la mia impronta. Avrei davvero rischiato tutto per riscattare la mia vita, o meglio, la mia anima? Non ne avevo la certezza. In gioco c’erano la salute e il benessere dei miei familiari.

La ricerca in atto consiste in un’unica versione autentica in grado di voltare le spalle al contesto lacerato, sulla scia di concrete utopie liberatorie. Analizzando le forme ricorrenti delle strutture romanzesche, Asor Rosa ne individua una particolarmente aderente al discorso qui sviluppato:

Il romanzo è qualcosa di più persino del genere letterario in cui la nostra condizione spirituale esemplarmente si riflette: esso è il simbolo di un’avventura che va al di là della forma, è l’immagine del nostro riscatto tradotta in umane storie operanti.

In chiave di lettura parallela, l’anti-eroe di Andrea Lepone diventa allora paradigmatico nelle sue riflessioni:

Sentivo il bisogno di redimermi, di fare la cosa giusta. Non sarei mancato all’appuntamento, sebbene mi fosse chiaro che mi sarei irrimediabilmente cacciato nei guai.

Scrive Federica Casoli nel suo commento:

Il libro è un thriller con contaminazioni noir, dalla trama lineare quanto frammentata, per nulla sprovvista di sorprese, che racconta le vicende di tre uomini impegnati nel riscattare la propria esistenza, ognuno attraverso un proprio percorso interiore […]. Il significato ultimo di questa nuova opera di Andrea Lepone risiede dunque nella presa di coscienza delle più profonde azioni umane, nella consapevolezza del proprio destino.

Il percorso non ha certo i connotati della linearità. In tutto ciò risulta decisivo cogliere il continuo, anche se unitario, scorrere del tempo, che può e deve, con il nostro aiuto, cambiare le circostanze. Sfondata la dura parete del passato, trascinati nell’attualità, traspare una totalità di stati d’animo legati al fato, all’imprevisto, spesso avversi all’individuo. La giovane Laura confessa:

La forza d’animo che mi aveva permesso di fronteggiare le innumerevoli difficoltà della vita, i livori quotidiani e i rancori, era svanita. I miei occhi erano spenti, opachi, avevano smesso di ardere. Avevo combattuto troppe battaglie, ricevuto troppe delusioni. Fin da bambina, il peso dell’esistenza aveva gravato esclusivamente su di me.

L’essere e il destino (la τύχη greca), l’avventura e il compimento, il vivere e l’essenza umana non sono più coerenti, né coincidenti: si affidano sconfortati alle iniziative umane in un lungo viaggio a venire, che tuttavia non preannuncia il terrore inibitorio di abissi insormontabili. È quanto va accadendo a Steven:

Come annientare le debolezze umane? La mia guerra personale trascendeva le regole del mondo in cui vivevo. In quella notte catartica, affrontavo i demoni che si annidavano nel mio subconscio, respingendo orde fameliche di collerici mietitori. Il bilancio della lotta, uno scontro a dir poco impari, non risultava positivo per me; stavo già fumando una seconda sigaretta.

Per comprendere il messaggio principale de La notte degli angeli, sembra opportuno approfittare dei momenti eccezionali degli episodi sviluppati, saldandoli con il ritmo della quotidianità ripetitiva mentre emerge qua e là, intravedendo nelle figure, chi più chi meno, l’immagine definitiva dell’uomo e della donna proiettate in un carattere della vita sempre successivo. E la chiusura non può che essere affidata all’unico personaggio cui Andrea Lepone ha deciso di non dare un nome, ovvero il Capo:

«Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno; quanti fecero il bene per una risurrezione in vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» disse in tempi remoti un uomo di fede.


Ringrazio Adriano Camerini per la collaborazione durante la stesura del testo.
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Andrea Lepone nasce a Roma il 22 febbraio 1995. Nel 2015 pubblica la sua prima raccolta  Poesie di una mente silenziosa (Kimerik), cui fa seguito, nel 2018, la silloge poetica Riflessioni in chiaroscuro (La Macina Onlus). Iscritto all'Ordine dei Giornalisti nel 2017, collabora con diversi quotidiani e periodici occupandosi di cronaca, cultura e sport. Vincitore di numerosi riconoscimenti letterari nazionali e internazionali, nel 2016 ha creato la rassegna culturale “La scrittura come esperienza di vita”, mentre nel 2019 ha dato vita al progetto “Poesia Gourmet Itinerante”. Ha scritto e diretto la commedia teatrale Fantasmi sotto sfratto. È presidente di giuria dei concorsi letterari “L'arte della parola - Premio Paolo Zilli”, “Il Macinino”, “Io scrivo… e resto a casa!”. Autore di favole, racconti e saggi, nel 2020 ha pubblicato il romanzo La notte degli angeli (Aracne). Appassionato di sport, è stato più volte campione nazionale, europeo e mondiale di powerlifting.





venerdì 1 maggio 2020



Cinzia BALDAZZI - Gianna Costa: le ceneri e la rinascita. Appunti sulla raccolta poetica Come l’Araba Fenice





Gianna Costa

Come l’Araba Fenice
Verona, Edizioni Adfgraf, 2019
pp. 120, € 14,00

con interventi di
Gianmichele Bianco
Giuseppe Reversi
Antonio Lella 



Attuale, urgente, inaspettato, il tema della “rinascita” rappresenta, nella poetica di Gianna Costa, l’indice vasto e penetrante dell’aura di ispirazione:

Sceglierò un grande albero
dove nascondermi
fino alla rinascita.
Depurerò l’organismo,
rilasserò le membra e lo spirito,
mi cullerò nell’amore.
Riaccenderò le stelle
dentro di me una per una,
fino a ricostruire la costellazione
del mio cuore ferito.
[L’Araba Fenice]

Nell’introduzione a Come l’Araba Fenice, Giuseppe Reversi esemplifica:

Dopo un periodo doloroso, Gianna ha trovato la forza di risorgere e gridare il suo entusiasmo per la vita, per l’incanto del creato, per la gioia intensa e profonda di credere ancora all’amore.

Nella raccolta di Gianna Costa, quindi, si sviluppa una immediata contiguità tra la storia personale dell’autrice e il contesto sociale nel quale gran parte del mondo è oggi costretto a vivere, in una sorta di ineffabile epifania, sul piano privato, delle speranze di rinascita (oggi diremmo di “ripartenza”) legate invece alla sorte della collettività.
I versi si inoltrano inizialmente nella galassia del mito, di quelle storie leggendarie dove, precisa Umberto Galimberti, «le cose sono usate per dire il vissuto dell’uomo», o meglio, vengono descritte «per come sono vissute da chi le narra».
«Sceglierò un grande albero / dove nascondermi» esemplifica il risolversi del mondo interiore soggettivo nel suo ampliarsi all’esterno, mentre «ricostruire la costellazione / del mio cuore ferito» attesta la proiezione e la reificazione della realtà psichica del soggetto nelle forme di potenze divine o naturali.
I fenomeni vengono concretizzati attraverso una manipolazione mirata ad opera dell’individuo:

Nella mia mente
coltivo un pensiero,
lo plasmo nel cuore
fino a renderlo degno di me.
[Lontano lo sguardo]

In greco, il verbo “produrre” coincide con ποιέω (poièo), dal quale il termine ποίησις (pòiesis). La poesia di cui si alimenta la mitologia, conclude Galimberti, «è una produzione di significati che non lascia parlare le cose come sono, ma impone alle cose il parlare dell’uomo». L’insieme che ne emerge, comunque, non equivale a costringere le idee, le fonti ispirative; implica, al contrario, una collaborazione feconda tra essere e divenire, reale e immaginario:

Ancora una volta
sulla riva del fiume
guardo scorrere
scura e impetuosa
la sua acqua silenziosa.
Sotto l’arco
dello scaligero ponte
corre e va,
portando con sé
il mio pensiero per te.
[Guardo il fiume]

L’altra grande istanza di Come l’Araba Fenice - oppositiva al mythos - è il logos, la parola originaria, dove «le cose sono lasciate essere così come sono», anzi, prosegue Galimberti, «a dire non è l’uomo, sono le cose stesse che, nella loro esposizione, si dicono come si danno». Gli elementi giacciono nel loro esporsi, e così illustrati si offrono alla presenza:

Mi sento in gabbia
ho voglia di evadere
rompere il sigillo
camminare sulla sabbia.
Lasciare che il mare cancelli
un’impronta frettolosa
che raggiunge la scogliera
dove l’onda è fragorosa.
Va lontano il pensiero
come un marinaio
al largo nell’oceano
sulla rotta del ritorno
sopra un veliero.
[Evasione]

In un ulteriore componimento, la Costa torna a sedersi sulla riva del fiume per lasciar correre la mente: atteggiamento solo in apparenza contemplativo, in quanto presuppone un movimento reciproco tra l’essere e il poter essere:

Adagia,
sul greto del fiume,
i cattivi pensieri.
Guarda
l’acqua che scorre
e affidali a lei.
[Scacciapensieri]

Di pagina in pagina, la luce del mito torna a illuminare l’intera antologia. Nelle narrazioni dell’antica Grecia, l’Araba Fenice, sotto forma di uccello rapace, è una creatura mitologica capace di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte nel fuoco. Nella versione egizia, con le sembianze di un airone, non risorge dalle fiamme, bensì dalle acque. Più che il potere taumaturgico dell’acqua, elemento di palingenesi (ai nostri giorni vissuta in quanto simbolica purificazione dal male epidemico), la Costa enfatizza l’aspetto di “eterno ritorno”, particolarmente affascinante ed enigmatico nel moto ondoso:

S’avvicina alla riva
su bianca
finissima rena
dove s’infrange leggera
rumoreggiando appena.
[…]
Poi rientra verso il mare,
libera finalmente
di ripetersi
continuamente.
[Onda]

Nella filosofia indiana moderna, la natura e l’uomo vivono una delle infinite esistenze destinate a ripetersi, senza riuscire tuttavia a intuirne l’ultima tappa, in quel risorgere e morire di nuovo indicato con il termine samasara. In un simile apparato speculativo, il divenire corrisponde a un’illusione provvisoria cui è dato il nome di Maja: per Galimberti, «sollevare il velo di Maja significa rendersi conto che a conferire realtà alla molteplicità e al divenire è solo l’ignoranza del principio unitario in cui molteplicità e divenire si dissolvono». Ad evitare l’iterazione infruttuosa degli elementi, la nostra autrice deciderà di togliere il «velo» che ricopre il «pensiero nascosto»: perderà «il senso del tempo», ma conserverà la preziosa facoltà della «memoria».


Il nesso inestricabile di mito e lavoro razionale percorre l’intera silloge Come l’Araba Fenice, sciogliendo il nodo ora in una direzione ora nell’altra.
Nel capitolo intitolato “Dentro il tempo e le stagioni” a dominare è la φύσις, la Natura: secondo i presocratici, realtà prima e fondamentale, principio e causa di tutte le cose. Lo sguardo poetico è rivolto alla pioggia e al grano, ai fili d’erba e alle nuvole, alle rose e ai tramonti, alla neve e agli alberi: affiora qua e là il senso perpetuo della temporalità e la combinazione degli elementi primigeni, così ben sistematizzato dallo spirito della filosofia antica nata nelle colonie greche dell’Asia Minore con Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, attualizzato però dall’atmosfera complessiva del presente.
Il movimento dell’aria, àmbito naturale dell’uomo, delle sue esperienze, esplode in Giocare col vento, Cuore gioioso, Altra dimensione, per essere collegato alla vita interiore in altri due brani:

Un soffio,
un alito di vento
sento passare
dalle imposte
appena socchiuse.
[Esplosione]

Mi lascio trasportare
sull’onda della brezza mattutina
come un sogno da raccogliere
e tenere stretto tra le mani.
[Brezza mattutina]

Avanza l’input generativo dell’acqua e della “natura umida”, ribadito nei frammenti di Talete così come li riferisce un passo aristotelico della Metafisica:

Tutti i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l’acqua è il principio della natura delle cose umide.

In questa sezione del libro della Costa, la sostanza primordiale rivive nell’acqua «tepida» (Riflessi d’autunno sul lago), «salmastra» (Cristalli d’amore), «fresca» e «cristallina» (Anima in pena), «pura» (Luce), «silenziosa» (Guardo il fiume).
Anassimene, amico di Talete, anticipava i processi della chimica. I suoi ragionamenti sono stati tramandati da Simplicio:

L’aria si differenzia nelle varie sostanze a seconda del grado di rarefazione e di condensazione: e così, dilatandosi, dà origine al vento e poi alla nube; a un grado maggiore di densità forma l’acqua, poi la terra e quindi le pietre; le altre cose derivano poi, da questa.

Il crescendo ambientale e terrestre in tal modo delineato assume nella Costa un carattere antropomorfo:

L’erba appena tagliata
lascia nell’aria
un aroma pungente
leggero come nuvola
che inonda il prato
giocando in girotondo.
[…]
Nelle narici dilatate
penetrano insieme
fragranze e aromi inebrianti
che ci riportano a gustare
gli antichi sapori
della terra madre.
[Odore d’erba]

Nella sezione “Noi donne”, con la mutazione del bruco in farfalla e quindi in donna, il taglio antropomorfico è ancora più precisato:

Poi, all’improvviso
inavvertitamente
prendo il volo della vita
in un cielo dall’azzurro più intenso.
Mi libro nell’aria sospinta dal vento
e mi riposo sul profumo dei fiori
già in attesa
di confondersi con me
per formare il tutt’uno di un’anima.
[Metamorfosi]

Quasi il «tutt’uno di un’anima» di sapore eracliteo, dove da ogni cosa discende l’Uno, provenendo l’Uno proprio da esse.
Nel capitolo intitolato “Spiritualità” prevalgono, invece, la figura angelica, il tono elegiaco, l’atmosfera onirica:

Mi appare un angelo,
in sogno.
Evanescente mescolio
di suoni e colori,
onde in movimento
simile a un fruscio.
[Apparizione soave]

L’anima che è in noi
vede miraggi soffusi
sospesi tra tempo e spazio
e respira il nostro respiro.
[Miraggi soffusi]

La parte di chiusura, “Con amore”, pur densa di apparato romantico, in uno scambio continuo tra la vicinanza fisica dell’amato (Tra presente e passato) e la sua assenza (Pomeriggio), mantiene saldo il legame con la riflessione e l’anima filosofica:

Mi siedo
su uno spuntone di roccia
e spingo lo sguardo
oltre tutto ciò
che non posso vedere,
che non voglio vedere.
Senza capire
che l’ho già dentro di me.
[Cristalli d’amore]

L’unitarietà dell’Io è la vera conquista delle poesie di Gianna Costa, nutrite e alimentate di un pensiero destinato a conoscere una ciclicità ininterrotta, un perenne alternarsi di vittorie e disfatte. E il procedimento, a distanza di oltre duemilacinquecento anni, non sembra essere cambiato, a partire dalla saggezza di Empedocle il quale presupponeva due forze motrici, insite nel κόσμος, che - alternandosi tra loro - contrapponevano e allo stesso tempo tenevano congiunti gli elementi: da un lato Amicizia-Eros, dall’altro Odio-Discordia.
Nella sua antologia, completata circa un anno fa, Gianna Costa ha scritto parole epifaniche e anticipatrici della complessa situazione odierna, individuando in alcuni precisi movimenti dell’anima una possibile via d’uscita:

dimentichi di un passato
incerti di un futuro
consapevoli
solo di un presente
che appartiene
esclusivamente a noi
[Tra presente e passato]

Nelle epoche remote, la mitica Araba Fenice, dopo la periodica inondazione del Nilo, si manifestava in una sorta di Osiride rinato, prima ed eterna invincibile forma di vita, prevalendo sul caos.
Ed è in quest’aura, insieme alla nostra Autrice e alla sua poesia, che vorremmo permanere.



Ringrazio Adriano Camerini per la collaborazione alla stesura del testo.


Gianna Costa è nata nel comune di Sona (VR) e vive a Villafranca di Verona. Arrivata al pensionamento ha deciso di realizzare il suo sogno nel cassetto: cimentarsi nella scrittura. Nel 2011 esordisce con Africa dolce amara (Enter edizioni), in cui descrive il suo soggiorno presso una missione Comboniana in Uganda nel 1997. Del 2012 è la raccolta di poesie Sussurri nel vento (Book Sprint edizioni). Su questo libro realizza nel novembre 2015 un’intervista (ora su Youtube) presso la Biblioteca Nazionale di Roma. Nel 2014 è presente, con altri cinque poeti italiani, nell’antologia Semplicemente amore (Aletti Editore), pubblicando quindici componimenti. L’ultima sua silloge poetica è Come l’Araba Fenice (Adfgraf edizioni) del 2019. Nel frattempo partecipa a numerosi concorsi, sia di prosa che di poesia, dove si afferma con riconoscimenti a livello nazionale e internazionale. Si esprime maggiormente in lingua, ma scrive anche nel vernacolo della sua zona di Verona. Da qualche anno collabora con l’Assessorato alla Cultura di Sona, organizzando e presentando nuovi autori ed eventi di poesia e prosa con intermezzi musicali.