Cinzia Baldazzi - In memoria di Nazario Pardini
Essendo ormai trascorso il periodo di lutto immediato e di un presunto digiuno in onore della scomparsa di Nazario Pardini, in chiave simbolica vorrei predisporre con voi una sorta di περίδειπνον (peridèipnon), o banchetto funebre, in sintonia a una solenne forma di consolazione e di omaggio alla memoria degli estinti praticata nell’antica Grecia, una civiltà attentissima a curare il sopravvivere di una parte di noi oltre il θάνατος (thànatos).
Del resto, tutt’oggi appare diffusa la scelta di organizzare,
a sepoltura compiuta, un rinfresco allo scopo di permettere a chiunque sia
distante di partecipare a una serie di azioni o gesti emblematici, ad esempio gustare ottimo cibo o bevande di buona qualità, per testimoniare con gioia la
profonda impronta di Dasein
(“esserci”) lasciata intatta. In virtù di uno “stato di cose” agevole, non ostile,
le amiche, gli amici, i numerosi conoscenti di Pardini sono sparsi ovunque, così
da rendere un analogo luogo di ritrovo collettivo, in senso geografico, oggettivamente
impossibile da realizzare.
Vorrei ora citare un cantautore italiano, Francesco De
Gregori, la cui canzone Pablo del
1975 è stata sentita (magari a torto, ma nell’arte la coscienza e la percezione
non hanno mai torto) come un inno contro la dittatura franchista in procinto di
dissolversi. Altri sostengono invece fosse dedicata a Pablo Neruda (scomparso
due anni prima). Le strofe furono inserite nell’orbita dell’immaginario militante
della sinistra dell’epoca, dove la morte più onorevole coincideva con quella causata
dal sopruso e dalla violenza sociali. La canzone racconta di un emigrato spagnolo
in Svizzera, morto sul lavoro o forse assassinato. Le parole del ricordo sono
però ironicamente assai esplicite: «Pablo è vivo», come il nostro Nazario.
Ben lontano dal subire alcun tipo di prepotenza
deleteria, o dal dover tener testa a un regime autoritario come il Nobel cileno,
il professor Pardini senza dubbio vive in ciascuno di noi; anche se sono sempre
stata perplessa quando, perdute delle persone a me care, il credo religioso e la
forza d’animo ripetevano, quasi in un refrain,
che in realtà lo spirito del trapassato, quindi la parte principale, fosse
ancora lì, malgrado l’assenza fisica. Risulta dunque necessario chiarire la
differenza fra la tragedia del varcare l’aldilà e, per altro verso, l’affrontare
la sopravvivenza da superstiti.
Sotto questa prospettiva, siccome siamo comunque
mortali - se non si abbandona l’esistenza precocemente, o per vicende legate a
una sorte di per sé terribile - chi muore “subisce” un fato meno nefasto dei
congiunti, poiché condiviso dall’intera gens
humana. Conosco la fatica di elaborare una
grave mancanza: dapprima inseguo il traguardo di rassegnarmi dinanzi a un
orizzonte ineluttabile e cerco di voltare pagina; poi, dissolto il buio della
notte, preparata a uscire per proseguire la routine
quotidiana, allora penso che i miei genitori, mia sorella, gli amici più preziosi,
incluso Nazario, non potrebbero fare altrettanto. Così ricomincio a soffrire per
loro.
Come concludere? Nel continuum di un pianto disperato? Oppure
alzando i calici? Le domande, chissà, soffiano nel vento e non rischiano di
entrare in categorie stereotipate perché la figura paterna evocata da Nazario mai
ha significato un ordine arcano fuori da ogni controllo: noi scrittori, poeti e
critici siamo stati da lui addestrati a non profetizzare destini aprioristici,
a stare con gli occhi aperti, a non giudicare in fretta, a comprendere quanto la
ruota che gira sia sempre in funzione: di conseguenza sembra difficile anticipare
chi avrà la meglio.
Purtroppo, accertata la
precarietà dell’hic et nunc concreto,
ieri o domani sarebbe accaduto: anche questa volta, qualcuno tanto amato è
stato scelto. Ma, in una fede incontrastata, il passato diviene presente.
Cinzia Baldazzi
Nazario
Pardini
(1937-2026), poeta, saggista, docente e blogger, ha vissuto tra Arena Metato
(Pisa), dove è nato, e Torre del Lago (Lucca). La sua passione per la poesia risale
ai tempi della fanciullezza e le prime composizioni poetiche (tra cui un
poemetto d’ispirazione dantesca) agli
anni 1952-53. Laureato in Letterature
Comparate e in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è stato ordinario di
Letteratura Italiana. Ha pubblicato oltre trenta libri di poesia, racconti e
saggi, molti di essi oggetto di premi nei concorsi e inseriti in antologie letterarie. È autore di numerose
prefazioni ad autori contemporanei e componente di giuria in diversi premi letterari.
Tra i tanti riconoscimenti alla carriera, ricordiamo quelli conferiti nel 2013:
il 14 aprile, a Portovenere, il “Premio alla Carriera per alti meriti
letterari” nell’ambito del concorso “Cinque Terre”; il 9 maggio, a Roma, la “Laurea
Apollinaris Poetica” dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione
dell’Università Salesiana Pontificia. Il blog “Alla volta di Leucade”, di cui è
stato fondatore (nel giugno 2011), direttore e instancabile animatore, ha
costituito un importante punto d’incontro della comunità letteraria nazionale e
non solo (https://nazariopardini.blogspot.com).



