sabato 8 febbraio 2020




Lauro ZUFFOLINI - “Per Cattolica binario 5” (racconto breve)



Da molto tempo Michele non metteva piede alla stazione ferroviaria di Carpi, dove viveva.
Ritrovò i soliti tre binari, sempre uguali fin dal tempo in cui suo padre lo caricava bambino sulla canna della sua bicicletta e lo portava a vedere il treno che arrivava. Quello con la locomotiva tutta nera che faceva ciuff ciuff e faceva fuoriuscire le nuvolette di fumo bianco che si innalzavano lentamente verso il cielo.
Pensò a quando era capitato lì l'ultima volta e ricordò che fu per accogliere sua figlia Laura nei suoi rientri periodici da Milano, dove studiava all'Accademia della Comunicazione.
Lei non si era bloccata davanti alla prospettiva di andare a vivere da sola, pur di sviluppare la grande passione che aveva per internet e per la grafica. Aveva solo diciannove anni, e l'idea chiara in testa di voler lavorare in quei settori.
Michele portava impressa in sé l'emozione dell'attesa dell'arrivo del treno da cui sarebbe scesa sua figlia, che amava intensamente. Aveva anche il rammarico, che a volte gli cresceva dentro fino a diventare un senso di colpa, di non averle assicurato una famiglia unita, ma spezzata dalla separazione dei suoi genitori. Provò ancora quello stato d'animo misto. Da una parte l'orgoglio per l'autonomia e l'indipendenza che sua figlia dimostrava nel voler affrontare da sola la vita di una metropoli e dall'altra l'apprensione per i pericoli che le potevano incombere a seguito di quella scelta. Soffriva per il disagio della lontananza da lei che la separazione gli aveva lasciato in eredità da quando era uscito per sempre di casa e che lo accompagnava stabilmente, come un basso continuo, nonostante gli sforzi da lui compiuti per esserle vicino in tanti modi e in tante occasioni, nonostante tutto.
In quel sabato d'estate di un week end prossimo a ferragosto c'era poca gente in stazione e non ce ne poteva essere di più. Non si trattava della Gare de Lyon, né della stazione Termini, ma solo di quella di Carpi.
Il treno poi era diventato un mezzo di trasporto desueto. Non dava la libertà d'azione e di orario delle automobili, mezzi alla portata di tutti, né copriva le distanze degli aerei. Gli utenti andavano così cercati tra coloro che dovevano economizzare nelle spese di trasferimento.
Vide due ragazze dalla pelle scurissima che chiedevano informazioni a tre signori anziani seduti su una panchina. Non si capiva bene se quei signori stessero aspettando un treno o fossero lì per passare il tempo in compagnia. L'abbondanza di parole che quei tre, a turno e accavallandosi, usarono nel fornire indicazioni alle giovinette, il tono di voce affettato e la quantità di sorrisi esibita, davano l'impressione che i panchinari cercassero di andare oltre le domande ricevute. Pareva che tentassero di fare i galletti, in realtà molto spennacchiati e bolliti. Ma si sa che l'abitudine di certi uomini all'abbordaggio non dipende dall'età e si perpetua finché c'è il respiro.
Michele non poté osservare più a lungo la scenetta, perché il suo treno si era già presentato al binario 3.
Sua sorella Daniela l'aveva invitato a passare il fine settimana da lei a Cattolica, dove aveva da poco comprato un appartamento, coronando il sogno suo e di suo marito per quanto riguardava le vacanze. Cattolica forever. Seguendo le scelte dei genitori, Michele c'era stato tante volte da ragazzo nel mese di agosto con tutta la famiglia e per sua sorella non esisteva località migliore di quella.
Le carrozze erano semivuote e i passeggeri potevano così collocarsi ben lontani gli uni dagli altri, come lui stesso fece. Le poltrone erano ben più che ordinari sedili, decisamente comode, di un vivace colore blu elettrico e piazzate alla giusta distanza tra loro. Si stupì, gli sembrava di viaggiare in aereo, anche se lui non aveva mai provato cosa fosse la prima classe perché i suoi voli erano stati molto economici. Quella rimaneva comunque la seconda classe di un treno regionale, decisamente migliorata di livello dai tempi della sua giovinezza.
All'arrivo a Modena era previsto un cambio.
Prima dell'ingresso in stazione si sentì una voce nell'etere… abbiamo maturato sei minuti di ritardo, ce ne scusiamo con i viaggiatori...
Il proverbiale vizio italico del ritardo sulle strade ferrate non era quindi stato abbandonato. Vi era così stato aggiunto un tocco di gentilezza e di precisione unitamente alla confessione esplicita dell'errore commesso. Michele si meravigliò anche di quella parola usata, 'maturato', che riteneva più adatta a descrivere frutta che un ritardo nella percorrenza di un convoglio.
Sull'orario esposto al pubblico era indicato il binario 4 per il cambio del treno, ma una voce avvertì che bisognava invece dirigersi al binario 5. Così si assistette a repentini spostamenti di direzione da parte di gente con valigie in mano e borse a tracolla e con la tipica frenesia di chi teme di perdere il treno giusto.
Michele già lo sapeva e rimase calmo. Sua sorella viaggiava spesso su quel treno e lo aveva avvisato di tale variazione.
Ora i posti liberi si erano ridotti di numero e la scelta si era ristretta. Occorreva così valutare dopo un veloce colpo d'occhio anche i vicini per decidere dove sedersi. Michele si sistemò davanti a un signore col doppio mento che stava dormendo. Gli sembrava più vecchio di lui, ma non ne era sicuro. Forse Michele stesso era il più vecchio dei due. Superati da un po' i cinquant'anni, non riusciva più ad attribuire l'età alle persone. I giovani gli sembravano tutti giovanissimi, quasi ragazzini. Gli adulti facevano parte di una massa in cui non ci capiva molto. Poteva sbagliare anche di dieci anni e più. Gli anziani si distinguevano per un qualche segno di visibile decadimento nell'aspetto fisico.
Michele quel pomeriggio aveva voluto viaggiare in treno. Avrebbe potuto usare la macchina, ma intravide in quella scelta l'opportunità di riposarsi di più e di poter riflettere con calma. Voleva cogliere qualcosa, uno spunto, un'idea, un bagliore di luce che lo aiutasse a sbrogliare in parte la matassa aggrovigliata della sua vita.
Era il primo week end che trascorreva da solo, da tanto tempo, senza la presenza della sua compagna Stefania, che si era recata a fare una vacanza in Tunisia con sua figlia.
Con Stefania viveva da alcuni anni una sorta di convivenza part- time, limitata ai fine settimana, alle feste comandate e poco più. Quella condizione andava bene a lei, ma non a lui. E gli era piaciuto poco che avesse preferito passare una vacanza con la figlia senza di lui, dietro richiesta della ragazza stessa, appena adolescente. Stefania non gliene aveva parlato abbastanza e gli sembrò di dover accettare senza discussione quella cosa. Cioè di subire. Per lui era un indizio serio dello scarso amore di Stefania nei suoi confronti. Questo ci poteva anche stare, alla fine. I sentimenti non si impongono, né a se stessi né agli altri. Ma era necessario capire che tipo di sentimenti provasse la persona che lui amava, per non dover accorgersi troppo tardi di aver imboccato una strada che non portava da nessuna parte. Quanto meno non dove lui desiderava arrivare. E lui voleva unire la sua vita a quella di una donna, o almeno a riprovarci, dopo il fallimento del suo matrimonio. Era innamorato della dolcezza di lei, ma sentiva che c'era ancora un po' di distanza tra loro, che lei non colmava affatto, anzi sembrava voler mantenere. Questo gli occupava la mente, in viaggio per Cattolica. E mentre era in attesa di una illuminazione interiore vide il treno giungere alla stazione di Bologna.
Qui salì il resto del mondo.
Ma Bologna era Bologna, una bella città, popolosa ma non troppo. Gente simpatica, ironica, piena di buon senso e sorprendentemente saggia. Qui i ricordi aggredirono Michele con più veemenza.
Erano gli anni dell'università e riaffiorò un altro rimpianto. Dopo il primo anno da matricola, quando frequentava le lezioni ogni giorno e faceva avanti e indietro sui treni da Carpi e per Carpi, Michele smise di presentarsi nelle aule se non per gli esami.
Scelse di lavorare per pagarsi gli studi, perché suo padre disapprovò la sua decisione di studiare pedagogia. Voleva che diventasse, medico, ingegnere o bancario, insomma che perseguisse una professione che gli procurasse denaro e prestigio. Cos'era la pedagogia?  Gli chiedeva con feroce sarcasmo suo padre. Di sicuro una cosa che dava poco da mangiare, secondo il suo genitore.
Per amor proprio, Michele si fece assumere come insegnante di musica comunale e rifiutò quell'aiuto economico che suo padre non gli aveva comunque mai negato né messo in discussione. Per amor proprio o per orgoglio, ma soprattutto per coerenza sembrò a Michele di dover compiere quel gesto. Ognuno doveva pagare per le scelte che faceva. Così era fatto lui.
Più avanti nella vita si chiese alcune volte cosa sarebbe stato di lui se fosse andato avanti per la strada che preferiva, quella che portava all'insegnamento, partecipando assiduamente alla vita universitaria senza deragliamenti.
La laurea che conseguì alla prima sessione di esami, senza aver perso un solo giorno utile, non gli bastò per imboccare quella via. Fu un giorno più di mestizia che di gioia, quando salì sulla vecchia Fiat 1100 di famiglia e tutto solo si avviò verso Bologna per discutere la tesi, ottenendo anche il massimo dei voti.  Il conflitto col padre si accentuò in seguito, lo spinse a uscire di casa presto per sposarsi troppo giovane e a cercare per necessità il lavoro dove c'era. Ed entrò nel settore dell'abbigliamento, quello che a Carpi forniva più opportunità di lavoro, che poteva essere per molti un piacere e un interesse, ma per lui niente più che una forma di esilio dal mondo della scuola che avrebbe voluto frequentare. Esiliato, appunto. Così si sentiva nei panni di un piccolo imprenditore. E la sua piccola azienda non andava affatto bene negli ultimi tempi.
A quel punto sul treno i posti vennero tutti occupati.
E iniziò una specie di festival delle suonerie dei telefonini. Musichette di ogni tipo, dal rock all'hawaiano, al melodico strappacuore classico o napoletano, al motivetto per bambini, dalla mazurka da sagra paesana al cool jazz. A suo insindacabile giudizio vinse la sua, di suoneria. Grazie a una chiamata da parte di sua sorella, tutti, o almeno chi era stata attento, poterono ascoltare l'imperioso inizio della quinta sinfonia di Beethoven.
“Tutto bene?”.
“Sì, tutto a posto… non so l'orario preciso in cui arriverò… perché dipenderà dal ritardo... maturato”.
“Bene... ti aspettiamo”.
Daniela era adorabile e disponibile, tranne in quei momenti in cui il loro rapporto subiva degli improvvisi black out per incomprensioni reciproche. Suo marito era molto simile a lei. A quel tempo tutto filava liscio tra loro fratelli e lei era orgogliosa di mostrargli quell'appartamento tanto anelato.
Si guardò intorno.
Lo spettacolo agli occhi di Michele parve davvero singolare. Quasi tutti i viaggiatori stavano parlando, con partecipazione, con intensità, gesticolando ed emozionandosi, ma non con i propri vicini di posto, bensì con i lontani, tramite il cellulare.
Come in quadro di pura follìa, popolato da marionette, ognuno si atteggiava e rivolgeva parole a una tavoletta sonora e colorata che teneva in mano, ignorando del tutto chi gli stava accanto o di fronte.
Michele cercava di buttare acqua sul fuoco riattizzato dai suoi ricordi.
Vide un controllore zelante che al limite dell'impertinenza scosse due volte il braccio di una bella ragazza bionda che si era addormentata, per chiederle il biglietto. Non era neanche facile assopirsi in quel contesto concitato e rumoroso di conversazioni mediatiche. Michele pensò che lui l'avrebbe osservata e attesa per qualche attimo e poi se ne sarebbe andato lasciandola riposare.
Intanto vide che fuori dai finestrini pioveva, anzi scrosciava. Non male per chi si recava in luoghi di vacanza a cercare amplessi col sole cocente.
Da uno scompartimento vicino arrivò una ragazza con i capelli rosa. Mancava giusto una così, con in testa una tinta artificiale, perché le diverse etnìe erano già tutte presenti con la varietà dei colori di pelle e di pelo inventata dalla natura. Dal punto di vista cromatico i passeggeri del treno erano pressoché al completo.
Michele girò gli occhi verso la ragazza seduta alla sua destra. Stava leggendo con molta concentrazione un testo di economia in lingua inglese, ma era italiana, da come parlava al cellulare. La ammirò, lui che l'economia la capiva poco già nella sua lingua natìa e ancor meno gli piaceva.
Tre file di sedili più avanti, da un posto di fronte al suo, un uomo mezzo calvo col pizzetto lo stava guardando per la sesta o settima volta. Gli occhi si incrociano casualmente in certi ambienti in cui si è costretti a stare, ma Michele si scocciò di quel guardone.
Il treno procedeva a velocità elevata e lui si sentiva rilassato, quasi cullato dai ritmici movimenti di quella macchina. L'unico inconveniente era rappresentato dalla difficoltà di scrivere. Era solito annotarsi pensieri e riflessioni su dei fogli bianchi che portava sempre con sé, come in una sorta di diario dell'anima, ma in quella circostanza gli uscivano dalla biro solamente dei caratteri tondeggianti e arzigogolati, simili all'alfabeto urdu dei pakistani.
Stazione di Forlì.
Ad ogni fermata il conduttore dichiarava i minuti di ritardo, che risultavano in costante aumento, e ciò stava diventando una stucchevole litanìa. Sarebbe stato meglio che cercasse di rimediare al ritardo invece di informare puntigliosamente i viaggiatori, suscitando commenti tutt'altro che benevoli.
Un flash mentale lo riportò ai tempi dell'università, quando sul treno che lo portava a Bologna si chiedeva, nell'incapacità di prevedere il suo futuro, a quali stazioni della vita sarebbe sceso, facendo varie ipotesi del suo lavoro. Invece cominciò a pensare, quel sabato, quanto mancasse al capolinea.
Stazione di Cesena.
Michele poté finalmente allungare le gambe e allargare le braccia, nel massimo della comodità possibile, perché molti dei suoi compagni occasionali di viaggio erano scesi.
Chissà chi erano e che vita conducevano. Pensò che nella vita si percorre solo un tratto di strada insieme agli altri, più o meno lungo che sia. E quando non ci sono più un progetto che accomuna o una necessità che lega si assiste alla scomparsa indifferente o dolorosa degli altri. Oppure siamo noi stessi a scendere a una stazione precisa, abbandonando il viaggio comune fino ad allora, causando dolore o indifferenza. Il problema principale consiste nell'individuare bene i vari momenti, capire cosa c'è che unisce le persone, né illudersi né illudere. Nel caso si tratti di una coppia ci vorrebbe la lucidità di comprendere se la situazione è veramente condivisa o se uno dei due si sta caricando un cadavere sulle proprie spalle.
Molti viaggiatori stavano ascoltando musica dagli auricolari. Chissà se era musica buona, pensò Michele, e se avevano le orecchie pulite...
C'era un ragazzo che portava scritto sulla sua maglietta gialla 'violence and aggression', ma aveva occhi miti e mansueti e un fare flemmatico. Che si trattasse di un caso di personalità dissociata? O multipla?
Faceva anche pensare a Michele che i violenti, al di là delle apparenze, sono accanto a noi, sono come noi e potremmo diventarlo anche noi stessi. Michele era un pacifico, tutt'altro che impulsivo. Ma anche a lui erano venuti certi attacchi di rabbia.
Aveva ancora scolpita davanti agli occhi l'immagine di quel direttore di banca, basso di statura, che il mese prima con tono di voce indifferente e cantilenante gli aveva bruscamente tolto di mano quell'ombrello che gli aveva generosamente offerto quando gli affari gli andavano bene. Rientrato a casa, Michele tirò un pugno contro il muro. Solo in quel giorno dovette controllare impulsi aggressivi, che mai aveva provato per alcuno, verso quell'individuo che gli ripeteva ossessivamente 'non ho facoltà di comportarmi diversamente', mentre Michele gli squadernava umiliandosi tutti i motivi della stretta economica in cui si ritrovava, il suo passato e presente di persona affidabile e responsabile, e sull'orlo della disperazione gli spiegava le sue proposte per risollevarsi dallo sforamento del fido bancario. Inutilmente. In conclusione se la prese con se stesso e per puro caso non si fratturò una mano.
Quel giovane sul treno probabilmente tentava di esprimere con ironia un dato caratteriale o una metodologia di vita che gli erano estranei e che condannava. Forse.
Il sole finalmente riuscì a bucare le nuvole.
Così le prospettive cambiavano.
Ma si era ormai al tramonto.
Come poteva vivere, Michele, quei giorni e quella stagione della sua vita?
I saggi avrebbero sentenziato che occorreva scorgere nella avversità il manifestarsi di opportunità sempre nuove. Ma Michele non si sentiva saggio e a volte pensava che i saggi non avrebbero immaginato in quali e quanti casini si trovasse Michele stesso.

Inviò un sms a sua sorella, informandola che stava per arrivare.
Di illuminazioni proprio non ne ebbe o forse non se ne accorse.
E per poco non scese per sbaglio alla stazione di Misano, quella prima di Cattolica.
Aveva già i piedi sul predellino.


Lauro Zuffolini, 66 anni, è nato e vive a Carpi (MO), dove lavora come educatore di ragazzi disabili nelle scuole superiori. È laureato in pedagogia e diplomato in pianoforte. Scrive assiduamente da circa vent'anni, ma solo da un decennio pubblica i suoi componimenti. Nel 2019 è risultato primo classificato in due concorsi: a Novara a “La canonica arte” per la prosa, a Roma a “Mangiaparole“ per la raccolta Poesie così (di prossima pubblicazione presso le edizioni Progetto Cultura). Sempre a Roma, gli è stato assegnato nell’ottobre 2019 il Premio della Critica al concorso nazionale “I colori delle parole”, ottenendo poi vari riconoscimenti a Massa, S. Benedetto del Tronto, Melegnano, Zola Predosa, Viareggio, Monza e Carpi. Per l’editore Montedit ha pubblicato tre raccolte di poesie, Quello che sono capace di dire, Terremoti fuori e dentro e Vele stracciate, nonché il romanzo Maistefureb dieci volte.



____________________________________________________________

Commento di Cinzia Baldazzi

Nella vita, quale significato possiede il pensiero, o meglio la riflessione in sé? Valutando cosa siamo, cosa accade intorno, potremmo migliorare la qualità dell’esistenza personale o altrui? Il racconto Per Cattolica binario 5 di Lauro Zuffolini, nell’ordine di un macrocosmo della letteratura, mostra quanto porsi un quesito del genere, oltre ad essere già esempio in atto di una simile forma del ponderare e rivedere l’insieme, coincida con la prova di come tale genere di ragionamento sia insito nell’indole umana, reso esplicito o meno.
Poco meno di duecento chilometri, quasi due ore di viaggio: nell’itinerario del treno in partenza da Carpi e diretto a Cattolica, l’Io narrante si identifica, appunto, con la prospettiva di un point of view non per illuminare l’hic et nunc causale dell’intera vicenda descrivendola in linea tradizionale. Infatti, acquista rilievo progressivamente sempre più importante il ruolo della sorte, il peso dei “se”, tipici di un meditare in chiave di giudizio riflettente sulla traccia del criticismo kantiano:

Michele quel pomeriggio aveva voluto viaggiare in treno. Avrebbe potuto usare la macchina, ma intravide in quella scelta l’opportunità di riposarsi di più e di poter riflettere con calma. Voleva cogliere qualcosa, uno spunto, un’idea, un bagliore di luce che lo aiutasse a sbrogliare in parte la matassa aggrovigliata della sua vita.

L’accordo tra il referente dell’ambito primario naturale e lo spazio della libertà viene rintracciato da Immanuel Kant nell’intervallo intimo equivalente al giudizio riflettente. Dobbiamo però partire dall’altra grande tipologia, ovvero il giudizio determinante (o sintetico a priori), il cui regno è la Critica della ragion pura: l’individuo, per conoscere, si appella alle categorie dell’intelletto, la molteplicità dei fenomeni viene interpretata in base a un concetto già dato.
Nella Critica del giudizio estetico, dedicato al “bello” e al ”sublime”, la funzione riflettente indica invece che l’Io soggettivo “riflette”,  al pari di uno specchio, il reale interiore su quello esterno. Si parte da un singolo fenomeno, dal “particolare”, per ricondurlo a un concetto, a una regola, a un “universale”, sulla base della riflessione.
Nella Teoretica kantiana, “conoscere” corrisponde ad associare un oggetto a un altro: un predicato a un soggetto, oppure a con b. Nella short story di Zuffolini, a riguardo:

Le poltrone erano ben più che ordinari sedili […] gli sembrava di viaggiare in aereo […] Quella rimaneva comunque la seconda classe di un treno regionale, decisamente migliorata di livello dai tempi della sua giovinezza.

Nell’Estetica, invece, la conoscenza implica la connessione di a con s, ovvero con noi stessi: il soggetto è pienamente coinvolto nel giudizio da lui attribuito. Nel giudizio estetico, l’individuo appare libero nel formulare i nessi associativi e può tendere alla dimensione dell’assoluto, al contrario preclusa alla pura ragione consequenziale.
Ad esempio, nei pensieri di Michele prende corpo una riflessione sui compagni occasionali di viaggio:

Chissà chi erano e che vita conducevano. Pensò che nella vita si percorre solo un tratto di strada insieme agli altri, più o meno lungo che sia. E quando non ci sono più un progetto che accomuna o una necessità che lega si assiste alla scomparsa indifferente o dolorosa degli altri. Oppure siamo noi stessi a scendere a una stazione precisa, abbandonando il viaggio comune fino ad allora, causando dolore o indifferenza. Il problema principale consiste nell’individuare bene i vari momenti, capire cosa c’è che unisce le persone, né illudersi né illudere. Nel caso si tratta di una coppia ci vorrebbe la lucidità di comprendere se la situazione è veramente condivisa o se uno dei due si sta caricando un cadavere sulle proprie spalle.

Il “giudizio riflettente”, quindi, non svolge un ruolo direttamente conoscitivo, ma si caratterizza soprattutto per il libero gioco delle facoltà (giudizio, intelletto e ragione), consentendo di gettare un ponte tra l’universo naturale (necessario) e lo spazio-tempo della libertà. L’auspicio è nel cercare di rispondere personalmente alla domanda: qual è l’obiettivo della natura? che senso esprime il mondo intorno a noi?
L’atteggiamento kantiano del viaggiatore di Zuffolini ha questa caratteristica: osservare, scrutare e selezionare diventano azioni e strumenti idonei a comprendere la propria natura di uomo, spirituale e comportamentale, in rapporto agli altri e al mondo circostante.
Tra le pagine della short story emerge, attraverso un raffinato complesso di segni-segnali, un orizzonte di discorso in cui la comunicazione (orale, scritta) non è articolata in veste di semplice input informativo: rappresenta piuttosto un’autentica, preziosa azione esercitata dal singolo - a volte mittente, a volte destinatario - sugli altri.
Scaturisce, così, un concetto di scambio, responsabile di analoghe aree semantico-semiotiche proiettate in un’aura di pace acquisita, di lotte, speculazioni, notizie ottenute, riconoscimenti; il successo comunicativo evocato dall’autore nel lettore sussiste non tanto nel contenuto di dati ricevuti, quanto nel recepire questa serie di messaggi privati o collettivi, parziali o forse totali, all’interno della parola, non solo detta, ma alla quale il contesto assegna il merito di poter essere creduta. Ed ecco, apprendiamo:

C’era un ragazzo che portava scritto sulla sua maglietta gialla ‘violence and aggression’, ma aveva occhi miti e mansueti e un fare flemmatico.

E ancor prima:

Da uno scompartimento vicino arrivò una ragazza con i capelli rosa. Mancava giusto una così, con in testa una tinta artificiale, perché le diverse etnìe erano già tutte presenti con la varietà dei colori di pelle e di pelo inventata dalla natura. Dal punto di vista cromatico i passeggeri del treno erano pressoché al completo.

Ma tale ordine di pensiero, di riflessione - pare suggerire Lauro Zuffolini - siamo certi che si allinei, comunque, al profilo narrativo dei testi? Infatti, sorge il dubbio:

Il treno procedeva a velocità elevata e lui si sentiva rilassato, quasi cullato dai ritmici movimenti di quella macchina. L’unico inconveniente era rappresentato dalla difficoltà di scrivere. Era solito annotarsi pensieri e riflessioni su dei fogli bianchi che portava sempre con sé, come in una sorta di diario dell’anima, ma in quella circostanza gli uscivano dalla biro solamente dei caratteri tondeggianti e arzigogolati, simili all’alfabeto urdu dei pakistani.

La domanda oltrepassa il particolare e rinvia direttamente al generale: è vero o falso ciò a cui assistiamo percorrendo il fil rouge di una narrazione? Il semiologo lituano Algirdas J. Greimas, nell’introduzione all’opera Del Senso 2, rileva come al concetto fondamentale di verità del narrato si vada sostituendo e affermando sempre più quello di efficacia, traslando dall’essere delle cose al loro farsi. Un passo del ragionamento di Michele testimonia questa inversione di rotta:

Un flash mentale lo riportò ai tempi dell’università, quando sul treno che lo portava a Bologna si chiedeva, nell’incapacità di prevedere il suo futuro, a quali stazioni della vita sarebbe sceso, facendo varie ipotesi del suo lavoro. Invece cominciò a pensare, quel sabato, quanto mancasse al capolinea.

Un ulteriore strumento cognitivo utile a decifrare la narratività del testo di Zuffolini è la semiotica di Charles Sanders Peirce: come spiega il traduttore e curatore Massimo A. Bonfantini, essa è basata sul «primato attribuito alla realtà esterna rispetto al soggetto umano nel processo della conoscenza». Dunque, l’oggetto è il primo motore del meccanismo conoscitivo (semiosi), nel senso che determina il segno e anche colui che lo interpreta.  E quando Peirce parla di «cooperazione di tre soggetti», Bonfantini commenta: «Nella catena oggetto-segno-interpretante, il passaggio dall’uno all’altro non è meccanicamente determinato, ma avviene in virtù di una mediazione creativa».
Nell’articolazione del racconto Per Cattolica binario 5, un simile “valore aggiunto”, il fulcro in grado di spostare i gradi del sapere quotidiano è la voce esplicita in campo dell’autore, capace di mediare tra l’interpretante (Michele) e l’oggetto del narrato (il contesto). Il procedimento incrementa un continuo, avvincente progress:

Il sole finalmente riuscì a bucare le nuvole.
Così le prospettive cambiavano.
Ma si era ormai al tramonto.
Come poteva vivere, Michele, quei giorni e quella stagione della sua vita?
I saggi avrebbero sentenziato che occorreva scorgere nella avversità il manifestarsi di opportunità sempre nuove. Ma Michele non si sentiva saggio e a volte pensava che i saggi non avrebbero immaginato in quali e quanti casini si trovasse Michele stesso.

Il caos evocato affiora voluto e cosciente, e tuttavia il plot risulta cadenzato dalle fermate del tragitto ferroviario (Modena, Bologna, Forlì, Cesena, Misano), come fossero clausole di un contratto che, avendo intrapreso il viaggio, siamo costretti ad accettare, quasi trapelasse un’illusione convenzionale, un indizio di traccia provvisoria prima o poi destinata a svelare il mancato atto cognitivo finale:

Di illuminazioni proprio non ne ebbe o forse non se ne accorse.
E per poco non scese per sbaglio alla stazione di Misano, quella prima di Cattolica.
Aveva già i piedi sul predellino.

martedì 28 gennaio 2020


Cinzia BALDAZZI - Poesie e canzoni: a scuola da Mogol



Il talento è una fonte da cui sgorga acqua sempre nuova.
Ma questa fonte perde ogni valore se non se ne fa il giusto uso.
Ludwig Wittgenstein


Il volume antologico dei testi poetici e musicali più rappresentativi dell’ultima edizione del CET, pubblicato da Aletti nel settembre 2019, è arricchito dalla prefazione di Mogol, dove leggiamo:

Il talento è un dono che abbiamo potenzialmente tutti e va assecondato, coltivato, esattamente come un terreno incolto che, se lavorato, darà i suoi frutti prima o poi.

Del resto, la scrittrice statunitense Erica Jong dichiarava:

Chiunque ha talento. Ciò che è raro è il coraggio di seguire quel talento nel luogo oscuro a cui conduce.

Esortarlo, illuminarlo, coincide con quanto Giulio Rapetti, in arte Mogol, da una vita è intento a realizzare per sé, per i collaboratori e, con qualificati corsi o iniziative, per gli astri nascenti della musica e della poesia italiane, e non solo. La Scuola CET - Centro Europeo di Toscolano, di livello internazionale, nata nel 1992 nella «tranquilla campagna umbra» del ternano, ha diplomato oltre tremila allievi tra cui Arisa, Pascal e Giuseppe Anastasi.
Lo scrittore, paroliere e discografico milanese, nell’ottobre 2019 - nell’atmosfera del bicentenario de L’Infinito - ha ricevuto il Premio Giacomo Leopardi. Il grande recanatese, a proposito del talento, in Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura precisava, in un passo del settembre 1821:

L’uomo di gran talento si riconosce sempre e subito in qualunque occasione, da chiunque è capace di riconoscere. È impossibile ch’egli sia mai trovato assolutamente incapace e inetto in nessuna cosa. Per nuova ch’ella gli sia egli sarà sempre proporzionatamente superiore alle persone di piccolo talento, che però vi sono avvezze. Il gran talento s’impratichisce anche ben presto di qualunque cosa, purché sia esercitato ed avvezzo.


Tra i numerosissimi contributi (oltre duecento) degni di particolare rilievo, tra le pagine dell’antologia della 6^ Edizione del CET - comprendente sia poesie che testi di canzoni - ricordiamo Attimi di Rosanna Sabatini, dove il tempo, le ore, i giorni, gli anni, si tramutano in granelli di sabbia di una clessidra dove si consuma il nostro quotidiano: nell’epilogo diverranno, però, note di una melodia perpetua, in una trama di «illusioni d’amore». Con A me stesso, Ernesto Auriemma evoca la concreta inquietudine del dolore in una «testarda fermezza» di «invalicabili / poesie nude», all’altezza di offrire ossigeno puro per la vita degli altri. Un ritmo musicale incalzante traspare in Un filo bianco di Natalina Milva Sobrero sulle operaie di una fabbrica di cotone, con «donne bambine» dalle «mani piccine che fanno il coton».
Da parte sua Mogol, nell’introduzione al libro, mette in rilievo l’importanza insita nell’acquisire una tecnica in ogni agire artistico, così come Émile Zola ammoniva:

L’artista è nulla senza il talento, ma il talento è nulla senza lavoro.

Una volta elaborata tale forma di poetica - ossia la τέχνη (téchne) di scrittura - la selezione di idee da trasmettere va tuttavia confrontata, soprattutto agli inizi, con un’esperienza critica oggettiva fornita da professionisti in grado di supportarla e qualificarla: infatti, da un lato occorre possedere virtù e perizia, dall’altro scoprire il modo di utilizzarle e alimentarle. Tra i brani destinati a diventare canzoni, vorrei citare la scrittura collettiva di Quello che noi siamo di undici allievi del Liceo Musicale “Tommaso Campanella” di Lamezia Terme.
Ha ragione Mogol quando afferma che la poesia «se è vera, trasmette emozioni; se non suggestiona, non è poesia». Un nuovo modulo valutativo crociano in senso inverso? Una emozionalità del genere è legata stretta al «fatto vero», al «proprio vissuto», ma non con parametri di corrispondenza schiaccianti, visto che al nostro autore, insieme a Lucio Battisti, nel lontano 1970 accadeva di chiamare “emozioni” il «seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi ritrovarsi a volare».


AA.VV.
CET - Scuola Autori di Mogol - 2019
Roma, Aletti Editore 2019, pp. 310, € 22,00




venerdì 24 gennaio 2020



Massimiliano IVAGNES - "Se non qui, dove?" (racconto breve)



Quel giorno di fine settembre mio padre aveva davvero la luna storta.
Sapeva che ormai gli rimanevano pochi giorni di quella vita da pescatore che aveva condotto fino all’età di quasi ottant’anni.
Era ancora intento a sistemare le nasse seduto sulla scogliera, vicino alla sua vecchia paranza che aveva chiamato “Libera”, quando mi avvicinai per cercare di fargli ritornare il buon umore.
“Ne hai ancora per molto, papà?”, chiesi con finta noncuranza.
“Ne ho finché queste nasse non sono pronte per l’uscita di domani”, mi rispose seccamente.
“Ma sei sicuro di voler uscire? Le previsioni portano maltempo per domani…”, tentai di opporre timidamente.
“Verrà a piovere per pranzo. E io, per quell’ora, sarò già rientrato da un pezzo”, precisò con il broncio.
“Va bene”, mi arresi. “È giusto che tu esca per l’ultima volta con la tua barca”, continuai abbozzando un sorriso.
“Se non esco, niente pesca. E se niente pesca, niente pranzo!”, mi rimbrottò con gli occhi fissi sulle nasse.
“Si lo so, papà, è da quando sono piccolo che me lo ripeti. So che per te sarà difficile, almeno per i primi tempi. Ma vedrai che alla fine ti ci abituerai…”, provai a tranquillizzarlo. “La vita di città ha i suoi vantaggi, sai?... Finalmente starai al caldo, in una casa asciutta e confortevole… Non giova tutta questa umidità ai tuoi reumatismi… e poi, saperti qui tutto solo, dopo la morte di mamma… in quella casetta minuscola… ecco… non mi fa stare tranquillo! D’altronde, il lavoro non mi permette di starmene qui in paese... Il bilocale che abbiamo preso a Bari di fianco casa mia sarà perfetto per te, vedrai… E poi è il caso che ti goda un po’ la pensione che con tanti sacrifici sei riuscito ad ottenere, i tuoi nipoti…”, argomentai con ragionevolezza.
“Quella casa minuscola che tanto disprezzi ha ospitato la nostra famiglia per almeno vent’anni e vi abbiamo vissuto tutti dignitosamente!”, mi interruppe stizzito. Poi, moderando il tono della voce, con fare suadente, mi supplicò: “Lasciami qui, figlio mio. Un pescatore non potrà mai separarsi dal mare. Non può farne senza. Sarebbe come morire anzitempo”.
“Papà ne abbiamo già parlato ed è stato già deciso”, risposi con tono fermo. “Tu verrai a vivere a Bari con me e mia moglie. Non puoi andare avanti così. E, soprattutto, non hai più l’età per fare il pescatore, per abitare da solo in riva al mare…”.
“Se non qui, Michelangelo, figlio mio, dimmi dove potrei abitare io?! Dove?!”, mi interruppe con gli occhi lucidi.
“Con me, in città! A fianco ai tuoi cari”, provai a persuaderlo.
Mio padre abbassò lo sguardo, mi voltò le spalle ed iniziò a caricare le nasse sull’imbarcazione senza dire altro. Era triste. Triste e contrariato. Rammaricato di non essere compreso.
Io sospirai profondamente. Sapevo che per lui sarebbe stato un sacrificio enorme venire a vivere a Bari. Ma sapevo anche con non potevo più lasciarlo solo lì, in paese, e permettergli di andare a pesca in mare aperto in qualsiasi periodo dell’anno. Non era più in grado, con i suoi acciacchi e l’età avanzata, di governare una paranza. E anche quell’imbarcazione era ormai così malridotta da farmi stare sulle spine ogni volta che prendeva il largo. “Sarà dura in principio”, pensai, “ma con la buona pazienza e con il nostro affetto si ambienterà ed accetterà la vita in città lontano dal mare, lontano da Libera”.

Il giorno seguente, alle tre del mattino, lo sentii già trafficare in cucina. Mi alzai lentamente, curando di non svegliare mia moglie e lo raggiunsi.
Aveva già preparato la borsa con la coperta, la bottiglia dell’acqua e il panino ed aveva indossato la sua scoloritissima giacca a vento blu.
“Sei sicuro che non vuoi un po’ di compagnia?”, gli domandai sottovoce. “Potremmo uscire insieme, come ai vecchi tempi”, proposi affettuosamente.
“No, stai tranquillo, Michelangelo. Quest’ultima uscita la voglio tutta per me. E non state in pensiero. Prometto che al massimo per mezzogiorno sarò di ritorno”, mi rassicurò.
“Come vuoi. Divertiti!”, gli augurai sull’uscio di casa, assaporando sul volto la brezza settembrina.
“Disse il boia al condannato che fumava la sua ultima sigaretta…”, rispose mio padre, mentre slegava le cime di Libera con la maestria di decenni di ininterrotta attività.
Per un po' la paranza si lasciò trascinare dalla timida corrente marina, fino a che non venne inghiottita dal buio, sparendo dalla mia visuale. Rimasi in attesa di sentire accendere il motore e dopo rientrai in casa.

Mi risvegliai intorno alle nove, con una strana sensazione di malessere dentro. Mi affacciai alla finestra e notai all’orizzonte un ammasso di nuvole nere e minacciose, come un presagio funesto.
Verso le undici del mattino, d’improvviso, venne giù il finimondo: lampi, tuoni, fulmini… pareva che si fossero aperte le cataratte del cielo, mentre un vento freddo di libeccio faceva ingrossare paurosamente il mare. Provai a chiedere aiuto in paese, ma nessuno degli abitanti ebbe il coraggio di mettersi in mare con quel tempaccio.
“C’è solo da pregare che non succeda nulla di grave”, disse Claudio, pescatore anch’egli e amico di vecchia data di mio padre: “Aspettare e pregare”.
Di Libera non si seppe più nulla. Il corpo senza vita di papà, invece, venne ritrovato riverso su una spiaggia della costa a tre chilometri a est del paese, due giorni dopo. Accanto a lui, sull’arenile rinvenni questa grossa conchiglia bianca, dalla quale non mi separo mai.

“Ecco perché la tieni sempre sul comodino”, rifletté mia figlia accorata.
“Non essere triste, piccola mia”, le sussurrai con dolcezza. “Forse, doveva andare proprio così… Ascolta nella conchiglia”, la esortai portandogliela vicino all’orecchio sinistro.
“Si sente il rumore del mare!”, sussultò divertita.
“È vero: si sente il mare”, approvai con un sorriso. “Ma se tendi bene l’orecchio, se presti bene attenzione riuscirai a sentire anche la voce del nonno che dice: Io sono qui. Sono sempre stato vicino al mare. Se non qui, dove? …”.


                                      *   *   *

Massimiliano Ivagnes è nato nel 1970 a Roma. Dopo la maturità scientifica si è laureato in Giurisprudenza e poi ha conseguito il dottorato di ricerca in diritto penale. Ha pubblicato diversi studi di diritto intertemporale su riviste specializzate, svolgendo parallelamente l’attività di avvocato.
Da sempre appassionato di letteratura, nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo: Palla al centro (Gruppo Albatros Il Filo ed.) con il quale, tra gli altri riconoscimenti, ha vinto il Premio internazionale di letteratura e Poesia De Finibus Terrae 2018.
Nel mese di luglio 2019 è uscita la sua prima raccolta organica di poesie dal titolo  Uomini, noi... (ed. Aletti), con la quale l’autore esplora l’universo maschile sotto i suoi multiformi aspetti di vita e di personalità, ispirandosi alla gente comune, rappresentativa dei sentimenti e delle problematiche dell’uomo contemporaneo. La raccolta ha ottenuto il terzo posto al Premio Maria Cumani Quasimodo 2019. Lo scorso dicembre è uscito il suo secondo lavoro di narrativa Questioni di coscienza (Gruppo Albatros Il Filo ed.).



*   *   *


commento di Cinzia Baldazzi


Nel riflettere su brani di prosa - e Se non qui, dove?, racconto di Massimiliano Ivagnes, ne è prova - mi è spesso accaduto di dover confermare la teoria in base alla quale l’opera letteraria può non incrementare una speciale scienza della successione, piuttosto una rete di trasformazioni: in tale sviluppo il lettore partecipa agli esiti non dal punto di vista diacronico ma sincronico, ossia la trama-intreccio ne condivide non il divenire, ma i risultati.
Nella critica moderna, il riferimento è a short story di una lunghezza compresa entro le otto pagine: vale a dire, scritti tra le 1.000 e le 4.000 parole (Se non qui, dove? è di 969), secondo alcuni sotto la soglia delle 20.000 (ai confini con il romanzo breve). Da tali strutture deriva uno spiccato meccanismo polisenso e una rilevante “auto-riflessività” del contenuto - lo documentava nel 1960 il formalista russo Roman Jakobson - inseriti entrambi in un numero maggiore di segni-unità significanti.
In effetti, l’origine dei brani di prosa, oggi discussa nelle modalità di “novelle”, “racconti”, “tales”, “short stories”, oppure “short short stories” (inferiori ai 1.000 vocaboli), risalirebbe “itinerante” dall’India, diffusa poi in Occidente, cogliendo l’insieme creativo fissato negli epos orali vicini alle omeriche Iliade e Odissea. Il patrimonio di leggende, di fantasie non trascritte sembra fosse all’epoca tramandato da versi in rima o ritmici e ricco di contributi ricorrenti: nel caso di Omero, erano i cosiddetti “epiteti”, o “formule” (da “Achille piè veloce” ad “Atena occhi azzurri”). Il grecista Milman Parry ha rivelato come l’intero corpus Homericus, di circa 27.000 esametri, coincidesse con un mosaico geniale di una serie di succinti “formulari”, ripresi ad hoc nei repertori epici a partire da Apollonio Rodio.
Nel testo di Ivagnes, un siffatto meccanismo prioritario di continuum legato alla fisicità si consolida e si replica nelle aurore, nei crepuscoli, nella terra ferma, nelle distese marine, tra gente lontana e prossima: sorge un respiro di immenso pari al mare, eterno in consonanza alla natura dell’anima e delle sue ambiguità.
Nel sintetico racconto Se non qui, dove?, già il titolo manifesta un’ubicazione misteriosa degli assi di pertinenza del lessico: non tanto della matrice cognitiva, quanto nella loro attinenza spazio-temporale, lasciando intravedere il mare, o meglio la morte in mare, come l’unica via utopica di sopravvivenza consentita al vecchio padre. La struttura semiotica del messaggio è globale, coltivando lo scopo di non sovrapporre il pensiero dell’Io narrante alle notizie trasmesse, guidato com’è, illustrando l’esistenza dell’anziano pescatore, dall’intento morale e affettivo di non parlare al suo posto.
Da un lato siamo messi a conoscenza di elementi volutamente confusi tra sostanziali e accessori; dall’altra, assistiamo ex abrupto a fenomeni decisi, programmati a nostra insaputa. Ad esempio, il figliolo ha mai creduto davvero che il papà avrebbe abbandonato la casa sulla marina per seguirlo a Bari? E quando il genitore si imbarca su “Libera”, la storica paranza, veramente affronta l’ultimo viaggio in mare prima di trasferirsi in città? O invece appare conscio di ricongiungersi per sempre all’universo marino, facendosi poi trovare esanime sulla spiaggia, vicino a una grande conchiglia bianca?
Per comprenderlo, durante la lettura potrebbe essere opportuno utilizzare i classici tropi della metonimia, sineddoche, metafora: tuttavia, forse rimaniamo troppo affascinati dall’occupare questo spazio, questa aura di continui interrogativi per prestare fiducia completa a tali figure esemplari di comprensione. Applicando, così, la forma più semplice di associazione per contiguità, riga dopo riga, interpretiamo i concisi dialoghi prima che il peschereccio sparisca nella notte, quindi il breve resoconto di cronaca sul naufragio, infine il colloquio con la figlia-nipotina. Certo, i due principi associativi della similitudine e contiguità, nella coesione superiore della frase letteraria, conquistano sempre il contatto con la parola, l’icona proposta: in questo caso la conchiglia, in apparenza trait d’union tra fisicità e dissolvimento, presenza e memoria.
Massimiliano Ivagnes ha costruito un’intelaiatura logico-intuiva finalizzata a riconoscere nel mare un’entità totalizzante, capace di recuperare significati, di vivere al suo posto magari sotto altre vesti, ovvero tra le spire risuonanti di una conchiglia: nel suo locus naturale (sulla sabbia, vicino al mare), altrimenti in contesti ulteriori (sul comodino di un appartamento), infine all’orecchio di una bambina. A questo punto, dobbiamo chiedere: intendiamo esistenza terrena, oppure ricordo? Al di là o al di qua del reale si colloca ora il marinaio, anche padre e nonno? Non è necessario - e il plot lo dimostra - analizzare il contenuto in due maniere distinte: la coppia di soluzioni ne costituisce una sola. In un saggio su Discorso del racconto (1972), il critico francese Gérard Genette, trattando di retorica ha scritto: «La vela non è contigua alla nave, ma è contigua all’albero, al pennone, e per estensione, a tutto il resto della nave, a tutto ciò che, della nave, non è vela».
Dunque, un ciclo quotidiano strettamente connesso al mare è solo una parte del vivere, ma può appartenere a tutti i suoi fenomeni, quindi significarla nel complesso. In altri termini, la short story procede alternando presenza-assenza di vita e morte, comparandole grazie al ruolo assunto in un confronto del genere. Prima la preghiera del vecchio: «Lasciami, qui figlio mio. Un pescatore non potrà mai separarsi dal mare. Non può farne senza. Sarebbe come morire anzitempo». Poi l’indicazione del figlio alla bimba: «Se tendi bene l’orecchio, se presti bene attenzione riuscirai a sentire anche la voce del nonno che dice: Io sono qui. Sono sempre stato vicino al mare. Se non qui, dove?...».
Nel volume dedicato a I fondamenti della semiotica cognitiva (1931), il filosofo statunitense Charles Sanders Peirce dichiarava: «Il concetto universale più prossimo al senso è quello del presente in generale». Inoltre: «L’unità a cui l’intelletto riduce le impressioni è l’unità della proposizione […] ovvero il concetto dell’essere, quello che completa l’operazione propria dei concetti: la riduzione della molteplicità a unità».
Ciò si verifica poiché è ampia la varietà delle impressioni suscitate dal mittente del messaggio al destinatario e, precisa Peirce, «dal momento che c’è una molteplicità di impressioni, abbiamo un sentimento di complicazione o confusione che ci spinge a differenziare le varie impressioni; e quindi, essendo state differenziate, richiedono di essere ridotte a unità».
A quale unità mi riferisco? Di sicuro - lo testimonia la story di Ivagnes - non un’organizzazione concettuale autoritaria distaccata dal contesto e ad esso indifferente, semmai sua complice: la rappresentazione, elaborata e accolta, viene sottoposta a un continuo legame con i soggetti-oggetti, indici o segnali evocati. In sostanza, scorrendo le pagine di Se non qui, dove?, la coinvolgente sintesi della molteplicità in unione di significante-significato garantisce dapprima l’indispensabile carica-emozionale nel discriminare gli elementi percepiti; in seguito, però, subentra la non comune propensione a dissociare, tra i dati ricavati, non il vero dal falso, il concreto dall’immaginario, ma quanto è e sarà dal vuoto assoluto di associazioni, di valori.
Dal primo insieme di pertinenza scaturisce una proposizione dell’essere uomini, donne, adulti, bambini, da afferrare immediatamente: alludo ai concetti più spontanei da organizzare nonché conservare insieme a quelli la cui pronta affidabilità è mediata solo da lontano, in prospettiva. Così leggiamo: «Mi svegliai intorno alle 9, con una strana sensazione di malessere dentro. Mi affacciai alla finestra e notai all’orizzonte un ammasso di nuvole nere e minacciose, come un presagio funesto. Verso le 11 del mattino, d’improvviso […] pareva che si fossero aperte le cataratte del cielo».
Ha ragione Ivagnes: non sempre risulta necessario e proficuo attendere il “dopo”, dal momento che è indiscussa l’idea della essenziale metaforicità posseduta in sé dalla langue letteraria, dal linguaggio in genere, che si rivela all’altezza di esprimere anche il più complesso e indefinito ambito reale.