mercoledì 18 febbraio 2026

 

Cinzia Baldazzi - In memoria di Nazario Pardini

 


         Essendo ormai trascorso il periodo di lutto immediato e di un presunto digiuno in onore della scomparsa di Nazario Pardini, in chiave simbolica vorrei predisporre con voi una sorta di περίδειπνον (peridèipnon), o banchetto funebre, in sintonia a una solenne forma di consolazione e di omaggio alla memoria degli estinti praticata nell’antica Grecia, una civiltà attentissima a curare il sopravvivere di una parte di noi oltre il θάνατος (thànatos).

Del resto, tutt’oggi appare diffusa la scelta di organizzare, a sepoltura compiuta, un rinfresco allo scopo di permettere a chiunque sia distante di partecipare a una serie di azioni o gesti emblematici, ad esempio gustare ottimo cibo o bevande di buona qualità, per testimoniare con gioia la profonda impronta di Dasein (“esserci”) lasciata intatta. In virtù di uno “stato di cose” agevole, non ostile, le amiche, gli amici, i numerosi conoscenti di Pardini sono sparsi ovunque, così da rendere un analogo luogo di ritrovo collettivo, in senso geografico, oggettivamente impossibile da realizzare.  

                        

         Per l’universo letterario, un simile evento non equivale a un dolore privato, bensì pubblico, ed escludiamo il bisogno di Nazario di essere accompagnato nell’aura celeste, come si pensava nella mitica Ellade persino posizionando una moneta obolo nella bocca del defunto per pagare Caronte all’ingresso del regno dell’Ade. Siamo infatti convinti che la sua ψυχή (psiuchè), da sola, sia stata all’altezza di rintracciare la pace eterna. Tuttavia, ritengo opportuno, dopo la dipartita, celebrarne in via utopica, in una sfera classica, la continuità dell’operato, incline, dalla remota isola di Leucade, a trasmettersi nello spazio-tempo circostante con l’obiettivo di promuoverne il coraggio, l’energia di perpetuarla.

Vorrei ora citare un cantautore italiano, Francesco De Gregori, la cui canzone Pablo del 1975 è stata sentita (magari a torto, ma nell’arte la coscienza e la percezione non hanno mai torto) come un inno contro la dittatura franchista in procinto di dissolversi. Altri sostengono invece fosse dedicata a Pablo Neruda (scomparso due anni prima). Le strofe furono inserite nell’orbita dell’immaginario militante della sinistra dell’epoca, dove la morte più onorevole coincideva con quella causata dal sopruso e dalla violenza sociali. La canzone racconta di un emigrato spagnolo in Svizzera, morto sul lavoro o forse assassinato. Le parole del ricordo sono però ironicamente assai esplicite: «Pablo è vivo», come il nostro Nazario.

                    


Ben lontano dal subire alcun tipo di prepotenza deleteria, o dal dover tener testa a un regime autoritario come il Nobel cileno, il professor Pardini senza dubbio vive in ciascuno di noi; anche se sono sempre stata perplessa quando, perdute delle persone a me care, il credo religioso e la forza d’animo ripetevano, quasi in un refrain, che in realtà lo spirito del trapassato, quindi la parte principale, fosse ancora lì, malgrado l’assenza fisica. Risulta dunque necessario chiarire la differenza fra la tragedia del varcare l’aldilà e, per altro verso, l’affrontare la sopravvivenza da superstiti.

Sotto questa prospettiva, siccome siamo comunque mortali - se non si abbandona l’esistenza precocemente, o per vicende legate a una sorte di per sé terribile - chi muore “subisce” un fato meno nefasto dei congiunti, poiché condiviso dall’intera gens humana. Conosco la fatica di elaborare una grave mancanza: dapprima inseguo il traguardo di rassegnarmi dinanzi a un orizzonte ineluttabile e cerco di voltare pagina; poi, dissolto il buio della notte, preparata a uscire per proseguire la routine quotidiana, allora penso che i miei genitori, mia sorella, gli amici più preziosi, incluso Nazario, non potrebbero fare altrettanto. Così ricomincio a soffrire per loro.

 

                                  


Come concludere? Nel continuum di un pianto disperato? Oppure alzando i calici? Le domande, chissà, soffiano nel vento e non rischiano di entrare in categorie stereotipate perché la figura paterna evocata da Nazario mai ha significato un ordine arcano fuori da ogni controllo: noi scrittori, poeti e critici siamo stati da lui addestrati a non profetizzare destini aprioristici, a stare con gli occhi aperti, a non giudicare in fretta, a comprendere quanto la ruota che gira sia sempre in funzione: di conseguenza sembra difficile anticipare chi avrà la meglio.

Purtroppo, accertata la precarietà dell’hic et nunc concreto, ieri o domani sarebbe accaduto: anche questa volta, qualcuno tanto amato è stato scelto. Ma, in una fede incontrastata, il passato diviene presente.

 

               Cinzia Baldazzi     

 

Nazario Pardini (1937-2026), poeta, saggista, docente e blogger, ha vissuto tra Arena Metato (Pisa), dove è nato, e Torre del Lago (Lucca). La sua passione per la poesia risale ai tempi della fanciullezza e le prime composizioni poetiche (tra cui un poemetto d’ispirazione dantesca) agli anni  1952-53. Laureato in Letterature Comparate e in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è stato ordinario di Letteratura Italiana. Ha pubblicato oltre trenta libri di poesia, racconti e saggi, molti di essi oggetto di premi nei concorsi e inseriti in antologie letterarie. È autore di numerose prefazioni ad autori contemporanei e componente di giuria in diversi premi letterari. Tra i tanti riconoscimenti alla carriera, ricordiamo quelli conferiti nel 2013: il 14 aprile, a Portovenere, il “Premio alla Carriera per alti meriti letterari” nell’ambito del concorso “Cinque Terre”; il 9 maggio, a Roma, la “Laurea Apollinaris Poetica” dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia. Il blog “Alla volta di Leucade”, di cui è stato fondatore (nel giugno 2011), direttore e instancabile animatore, ha costituito un importante punto d’incontro della comunità letteraria nazionale e non solo (https://nazariopardini.blogspot.com).

 

                           
                          Portovenere. “Premio alla Carriera per alti meriti letterari” 
                                        nell’ambito del concorso “Cinque Terre”

 

 

 

10 commenti:

  1. Un bellissimo omaggio ad un poeta che, leggendo le tue delicate parole, rimpiango di non aver conosciuto in vita. E come sempre foriero di riflessioni, le tue, estremamente profonde. Il senso della vita, credo, sta proprio nella morte; tanto più vale la prima in quanto c'è la seconda, e allora - nel nostro dolore di vedere qualcuno con cui abbiamo un legame lasciarci per primo, abbandonandoci nella nostra realtà contingente un po' più soli e un po' più sperduti - al dolore si accompagna la memoria e questa a sua volta si diffonde anche tra coloro che non erano insieme alla persona scomparsa, tramandandone quanto fatto su questa terra.
    Non voglio concludere con un richiamo ad una presunta immortalità della memoria, perché anche per le figure più note il passaggio dei secoli e delle generazioni è ineluttabile e presto arriverà il momento in cui nessuno ricorderà non solo le opere ma nemmeno i nomi di quelli che sono, al momento, i capisaldi della nostra cultura. Tutto è effimero, e dunque a cosa serve tramandare? Ma il senso è proprio nella morte, nel non voler cercare di travalicarla quanto piuttosto nel celebrare tra coloro che sono rimasti quanto compiuto da chi ci ha preceduto. Questa è la comunità umana, questa è la nostra Umanità.

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    1. Cara Dora, sono del tuo parere. La nostra umanità nutre gran parte della propria linfa vitale rispettando la morte che chiude inesorabilmente un passato, ma che almeno, fino a oggi, lascia che si spalanchi un ulteriore futuro. Dobbiamo lavorare unite e uniti da una simile speranza. Grazie per queste riflessioni allo stesso tempo realistiche e cariche di una spinta utopica difficile da ignorare

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    1. Grazie a te, carissima. Sono contenta che tu abbia voluto commemorare insieme a noi Nazario Pardini.

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  3. Ricevo questo commento da Rita Fulvia Fazio:

    Cara Cinzia, ho letto con attenzione il tuo omaggio rivolto al caro a noi tutti poeta Nazario. È desiderato, dotto e attinente, partecipato nella bella, rara e raffinata forma letteraria che ti è propria, caratterizzata da rimandi atti a esprimere tuoi concetti e sentimenti. Una scelta stilistica che incontra la sensibilità emotiva-culturale a te affine. Ed è a me così tanto prossima, gradita e ammirata.
    Il tuo sentito richiamo alla perdita dei famigliari e degli amici più cari, come Nazario, palesa il dolore con cui vivi la loro dipartita. Ti trinceri nella buia notte e, nel risvegliarti alle quotidianità della vita, sei conscia del fatto che loro non possono più goderne. Perciò soffri della loro mancanza e ne percepisci la perdita.
    È vivo il tuo dolore. Gli interrogativi posti su - "Del doman non v'è certezza" - quale concetto esteso alla precarietà della vita, non rischiarano la ruota che gira. Si deve restare nella realtà dell'hic et nunc, che diverrà ineluttabilmente transuente. Egli ha addestrato noi scrittori, poeti, critici a non prefigurare il destino, a non sognare, a non supporre chi avrà la meglio. Concludi che non ci rimane altro che il passato: "Il passato diventa presente". Una realtà così vera. Ma unisco il mio saluto a Nazario, certa della sua comprensione, condivisione al mio spirito poetico, riprendendo le sue parole scritte: "Rimangono indelebili le passioni comuni e i valori che ci hanno uniti." I valori della lealtà, dell'onestà intellettuale, dell'umanità e dello spessore culturale. La passione poetica mi suggerisce di donare il mio commosso saluto all'amico Nazario pensando il suo "qui e ora" nell'azzurrità del cielo, affinché veda la vera luce della luna e la bellezza delle stelle, con la mia poesia "La buonanotte".
    "Appendi la luna alle stelle/ e falle più belle/ dei sogni che hai avuto/ degli sguardi più belli./ Sì, non ti addormentare,/ non percepire in sogno/ il suono dolce di mille mandolini/ ma ascolta la mia voce/ e pensa che ciò che viene pensato/ non può prendere le distanze/ dal pensiero stesso./ Così, se accendi la luce/ e sogni,/ la luna avrà/ la sua luce/ e le stelle saranno/ ancora più belle".
    Rita Fulvia Fazio

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    1. Cara Rita, la conoscenza personale che avevi di Pardini è solo tua. Per questo, svolge un ruolo importantissimo per tutti, e per me in particolare di conferma (speriamo non di smentita!) di come le mie parole possano evocare chi sia stato, chi sia per noi, Nazario Pardini.
      Ma la τύχη favorevole (che ti ha còlto consentendoti di conoscere e frequentare a lungo il Maestro), pur essendo una sorte differente dalla μοῖρα (dal destino ineluttabile, perlopiù nefasto), era necessario conquistarla. Ai nostri fratelli greci, come a noi, nessuno regalava alcunché.
      Grazie per le tue parole.

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  4. Cara Cinzia, non ho avuto il privilegio di conoscere Nazario Pardini personalmente, ma leggendo questo ricordo ho percepito quanto fosse per molti un punto di riferimento. Forse è questo il senso più autentico del peridèipnon che hai evocato: non trattenere chi è andato, ma continuare a nutrirsi della sua opera. La letteratura ha questa strana forza: quando una voce è stata vera, non tace. Risuona in chi resta.

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    1. Hai ragione, Antonio. La letteratura possiede la capacità di far tacere (non censurandole, assolutamente no, ma svuotandole di significato) le voci non sincere, condizionate, magari finalizzate a seguire scopi strettamente personali. Le altre, legate all'idea, all'anima di chi le manifesta, suscitano invece un'eco ripetuta all'infinito.
      Grazie.

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  5. Ricevo questo commento da Piero Sponze:

    In memoria di Nazario Pardini - L’approdo a Lèucade
    ​C’è un’isola chiamata Lèucade che Nazario ci ha insegnato a sognare: un luogo di equilibrio, di bellezza laica e di parole che non muoiono. Oggi Nazario ha finalmente raggiunto quell’approdo, lasciandoci in dono la sua umiltà e il coraggio di credere che la Poesia sia l’unico modo per "elevarsi al sapore del durevole".
    ​Grazie, Professore, per aver creduto nel mio nome e per avermi accolta nel tuo mondo, quando il mio era ancora in cerca di una voce. Il "giocattolo" letterario che hai costruito con tanta cura resta per noi una dimora preziosa.
    Parole non dette
    ​Quanti di noi non hanno fatto a tempo
    a dire al padre, alla madre o al fratello
    frasi rimaste dentro, non uscite:
    “Ti voglio bene, scusami, perdono….
    Andiamo insieme oggi a passeggiare.
    Quella via che un giorno ci portò
    alle mura di una casa stretta
    è sempre là che aspetta il nostro sguardo.
    Andiamo, andiamo, padre, ne ho bisogno…”.
    (...) E noi gridiamo al vuoto il nostro male,
    lo spleenetico ingombro che ci assale.
    È inutile gridare! O sperare
    nei sogni per poterci riprovare...
    Desidero rivolgere un pensiero di sincero ringraziamento alla critica Cinzia Baldazzi. Le sue riflessioni, così puntuali e partecipate, sono state un ponte necessario per ritrovare il senso profondo del magistero di Nazario Pardini. Grazie a lei per aver saputo dare voce, con rara sensibilità, all’eredità umana e intellettuale di un Maestro che non smetterà di ispirarci.

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    1. Grazie, Piero, per queste riflessioni emozionanti e sincere con le quali elabori la vita e l'operato intellettuale di Nazario Pardini. L'atmosfera lirica del tuo scritto mi emoziona anche quando alludi a me secondo una scala di valori nobile e costruttiva che spero, con tutto il cuore, in qualche modo corrisponda alla realtà dei fatti nei quali ho conosciuto e collaborato, nel mio piccolo, con il Maestro.
      Un abbraccio grande in memoria di Nazario Pardini.

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