venerdì 13 luglio 2018




 Cinzia BALDAZZI - Il poeta all’ascolto del silenzio.

Renato Pigliacampo e il “Concorso Città di Porto Recanati”

 





 

 

 Ciò che non mi uccide, mi rende più forte.

Friedrich Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli, 1888.

   
Prima d’iniziare devo dirvi che, parlando, non ho opportunità d’ascoltarmi la voce. Pertanto vi chiedo scusa, sin d’ora, se qualche parola verrà pronunciata male o vi sfuggirà. L’importante è comprenderci per intuizione, che ciascuno di voi possiede nella mente e nel cuore! Grazie. 

Così, nell’ottobre del ’91, a Comano Terme, tra la punta nord del Lago di Garda e la città di Trento, esordiva, dinanzi a un uditorio molto coinvolto di cinquecento persone, l’allora quarantottenne Renato Pigliacampo, non udente dall’età di dodici anni a causa di una grave forma di meningite contratta da bambino. «Ogni poeta reagisce alle offese fisiche o sensoriali, alle arroganze e alle umiliazioni dell’esistenza, secondo la propria indole»: il professore e poeta parlava con la sua stessa voce, anche se non riusciva a sentirla. «Io sono nato e vivo a Recanati», proseguiva, «pertanto è quasi d’obbligo far riferimento al mio grande concittadino, al concetto Infinito/Silenzio di Leopardi, “prigioniero” dell’udire/non udire».

La mente corre subito alle strofe centrali:  

[…] E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei […].
 

Pigliacampo ha vissuto, dunque, la storia di un nobile riscatto, esemplare, edificante, frequentando le migliori scuole per audiolesi, laureandosi all’Università “La Sapienza” di Roma in Pedagogia e conseguendo poi una specializzazione in Psicologia. È stato docente universitario, consulente del Ministero per l’Università e la Ricerca, insegnando in istituti per sordi e dedicandosi a studi e ricerche di Psicologia dei disabili con particolare attenzione alla saggistica legata all’universo dei non udenti.

Intraprende l’attività poetica nel 1967 con la raccolta Anni, anni che vanno, conclusa nel 2013, un paio di anni prima della scomparsa, con Nel segno del mio andare. Annotava lo studioso Giorgio Bàrberi Squarotti, una delle voci straordinarie della critica letteraria del secondo Novecento: 

C’è un fervore di sontuose invenzioni e visioni, che testimoniano una vocazione autentica e originale. Mi piace la capacità, che dimostra, di giocare col verso, sul linguaggio, sulla creazione dei miti; canta di una poesia come autentica alternativa al reale e al fenomenico. 

Nel campo artistico il nome di Pigliacampo è soprattutto associato al Concorso Internazionale “Città di Porto Recanati”, da lui fondato e organizzato per tre decenni: uno dei più longevi dell’intera Regione Marche, con il patrocinio morale del comune di Porto Recanati e della provincia di Macerata. «Nelle varie edizioni, l’evento ha ospitato e raccolto testi di pregevole fattura e di elevato valore civile», racconta il dr. Lorenzo Spurio, «frequentemente incentrati sulle difficoltà sociali, sulla diseguaglianza, sulla denuncia delle ingiustizie e sul riscatto degli oppressi, tematiche centrali dell’impegno umano del suo fondatore».

Nel 2015, in seguito al decesso del professore, la famiglia Pigliacampo, incoraggiata e sostenuta tecnicamente dallo stesso Spurio (collaboratore negli ultimi anni), ha voluto proseguirne il percorso nell’atmosfera di rispetto e impegno delle finalità: ossia dar voce a coloro che spesso, nel sociale, non gestiscono la capacità di enunciare direttamente la propria.

 




 

Da allora, alle varie iniziative si è aggiunto un ulteriore riconoscimento, il “Premio Speciale Renato Pigliacampo”, conferito agli autori ritenuti particolarmente in sintonia con l’esistenza condotta e i contenuti lirici sviluppati dal fondatore del concorso, spaziando dalla disabilità sensoriale alla battaglia per i diritti degli  handicappati. Ne sono stati insigniti Rita Muscardin di Savona nel 2016, Rosanna Giovanditto di Pescara e Flavio Provini di Milano nel 2017. 

La sordità non è un ostacolo a una persona dotata di viva intelligenza, anzi dotata d’ingegno, di esprimersi artisticamente in prosa e in poesia.  

Sono queste le parole del poeta e studioso Diego Valeri, rivolte molti anni orsono al professore, all’altezza di costituire l’epigrafe augurale alla XXIX edizione del bando “Città di Porto Recanati”, la cui data di consegna degli elaborati è fissata per il prossimo 25 luglio. 

Ogni partecipante potrà inviare un massimo di due brani, ciascuno entro i cinquanta versi, edito o inedito, in italiano, in dialetto o in lingua straniera. Il tema è libero, tuttavia gli organizzatori, nella scia delle volontà del promotore, consigliano di trattare temi consoni alle problematiche strutturali, alle discapacità sensoriali, alle diseguaglianze, alla disabilità, alla povertà, alla solitudine degli anziani, all’odissea dei migranti e dei profughi: insomma, gli argomenti e le questioni intorno a cui Pigliacampo aveva voluto istituire il Premio.

La Commissione di Giuria, formata dai poeti Rosanna Di Iorio, Rita Muscardin, Emilio Mercatili e Lella De Marchi, è presieduta dal critico letterario Lorenzo Spurio, il quale così lo ricorda:  

Renato Pigliacampo è un protagonista del Silenzio e io oserei dire che è addirittura il Maestro del Silenzio, perché non solo ne conosce le sue caratteristiche, ma con esso colloquia e interagisce nel suo mondo, che è un privato microcosmo sul quale vuole sensibilizzare tutti. 

È d’obbligo, allora, ricordare il filosofo viennese Ludwig Wittgenstein, precursore contemporaneo della riflessione ontologica sulla condizione del linguaggio e del suo sviluppo, in relazione alla mancanza di suoni da ascoltare per interpretarlo. Tuttavia, il marchigiano Pigliacampo citava Leopardi. Di lui, rievocava le salite al Monte Tabor per ascoltare i «sovrumani silenzi» e la «profondissima quiete», in una sorta di volontaria rinuncia alla facoltà dell’udito per attingere e percepire la forza del silenzio naturale e l’assenza di voce umana. Pur senza arrivare all’«elogio della debolezza» propugnato dal francese Alexandre Jollien, Pigliacampo vedeva all’opera nel poeta dell’Infinito la facoltà di rendere la fragilità un punto di forza, quasi l’avversità stessa potesse costituire un’occasione di crescita, di acquistata grandezza, l’avvio di un cammino creativo, una leva originale per compiere un salto nel processo di sviluppo individuale e collettivo.

In Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, o Zibaldone, del 24 luglio 1820, Giacomo Leopardi, evidenziando il “piacere” strutturale del contrapporsi tra l’Io e il Mondo, sosteneva: 

Qualunque cosa ci richiama l’idea dell’infinito è piacevole per questo, quando anche non per altro. Così un filare o un viale d’alberi di cui non arriviamo a scoprire il fine. Questo effetto è come quello della grandezza, ma tanto maggiore quanto questa è determinata, e quella si può considerare come una grandezza incircoscritta.  

Il piccolo e il grande, il minuscolo e l’illimitato, si alimentano l’uno con l’altro. Ma, in toni addirittura inquietanti per la loro attualità esistenziale e filosofica, tre anni dopo, il 4 novembre 1823, in un altro pensiero Giacomino aveva scritto: 

Straordinaria, ed, apparentemente, più che umana facoltà e potenza che i ciechi, o nati o divenuti, hanno negli orecchi, nella ritentiva, nell'inventiva, nell'attendere, nella profondità del pensare, nell'apprender la musica ed esercitarla e comporne. Similmente dei sordi nell'attenzione, nella contenzione e concentrazione del pensiero, nell'imparar cose che paiono impossibili ai sordi nati, fino a leggere, a scrivere, a parlare fors'anche, come nelle scuole de' sordi muti.

Il grande recanatese anticipava così di un secolo le considerazioni dello psicologo russo Lev Semënovič Vygotskij sui meccanismi compensativi:  

Da un lato il deficit è un difetto, una limitazione, una debolezza, una diminuzione dello sviluppo. Dall'altro, proprio perché crea degli ostacoli, esso provoca una potente spinta in avanti. Ogni deficit crea degli stimoli alla produzione di una compensazione, ogni consapevolezza soggettiva dell'insufficienza innesca una spinta al suo superamento. 

In una simile ottica dovremo allora leggere anche le parole all’epoca dedicate da Cesare Zavattini a Pigliacampo:  

Lei è scrittore, è poeta, e il suo difetto fisico, invece di precluderle certi strumenti espressivi, glieli migliora o comunque glieli caratterizza sia tecnicamente che umanamente.  

 



 

Ma il professore non aveva dimenticato il periodo in cui il suo udito era perfettamente funzionante 

Ho vissuto e sperimentato emozioni forti con i luoghi nativi: il territorio di Recanati (e le sue contrade) per me hanno un significato ideativo, poetico, esse mi suscitano voci nel ricordo di quando, bambino, solevo ascoltare la valle satura di caratteristici “richiami” agresti. E voci idiomatiche di contadini e leggende, nelle sere di veglia d’inverno attorno al focolare. Sì, potrei parlarvi a lungo del tempo del mio “bagno sonoro”. 

Divenuto ben presto, e suo malgrado, cittadino del “paese del silenzio”, Pigliacampo farà più di una volta riferimento, nei versi, all’handicap: 

Ho già pagato con gli eterni silenzi

voci di suoni in musiche

nella tonalità di boschi rurali

nelle magnifiche contrade

che amo come se vi avessi sempre vissuto

parlato scritto sperato. 

E sarà lo stesso paesaggio marchigiano ad alleviare e lenire la sensorialità negata:  

Rivedo spiagge silenziose

un mare che non richiama

né ridona racconti di avi. 

La chiusura non può che essere di nuovo leopardiana: 

Leopardi utilizza il Silenzio come un’entità di primaria ideazione poetica. Il silenzio leopardiano è pertanto cosmico, profetico, forse post-apocalittico. Questo silenzio preannuncia quello assoluto. Io, ammiratore della poesia leopardiana, non sono in grado di abbracciare tutto questo Silenzio significante col mio «silenzio sensoriale di vita quotidiana». Ma scorgo, in Leopardi, una coscienza prigioniera di un Silenzio che nulla ha a che fare con gli orecchi. Il poeta tentava di capirne la provenienza.  

Una testimonianza lucida e appassionata, quella di Renato Pigliacampo, che la presente edizione del Concorso Internazionale “Città di Porto Recanati” contribuirà a mantenere viva e vitale: 

Troppe persone, oggi, rincorrono rumori e confusi suoni temendo di restare soli davanti al Silenzio per ascoltare il proprio intimo. È errore annullare i desiderati momenti di silenzio: è il coraggio di ascoltare il silenzio che ci permetterà di interpretare, nella reale doviziosità, le parole, in modo che suoni e voci diventino compagni del nostro cammino. Forse ascoltando il Silenzio scopriremo che siamo gli unici essere viventi che, con esso, possono raggiungere il sublime. Il Silenzio diventa pertanto il nostro principale mezzo di comunicazione, a cui tutti noi possiamo accedere. E in un mondo frenetico di arroganti parole e assordanti rumori, il Silenzio finisce di essere una bandiera di distinzione, di sensibilità e di cultura. 

Concludiamo rammentando quanto, sempre in Wittgenstein, la riflessione sul silenzio, sui vari modi del silenzio, fosse un meditare dialettico sulla condizione più profonda del linguaggio: il tentativo sempre precario e incompiuto di dare forma alla realtà, al punto che il silenzio può essere dunque definito come il linguaggio del limite del linguaggio…

 

 



 


BANDO DEL CONCORSO 



1 – Ogni partecipante può inviare un massimo di due poesie.
I testi possono avere una lunghezza massima di 50 versi.
I testi possono essere editi o inediti ma l’autore dovrà dichiarare di possedere i diritti a ogni titolo e di esserne proprietario a ogni diritto. Essi potranno essere, indifferentemente, risultati meritori di premi da podio o speciali in precedenti premi letterari.
I testi possono essere in lingua, dialetto o lingua straniera. Nel caso di testi poetici in dialetto e lingua straniera è necessario allegare anche la traduzione in lingua italiana.
Il tema è libero, tuttavia si consiglia di trattare tematiche relative alle problematiche sociali, alle discapacità sensoriali, alle disuguaglianze, alla disabilità, alla povertà, alla solitudine degli anziani, all’odissea dei migranti e dei profughi, ecc., tematiche per le quali fu istituito il Premio quasi trent’anni fa.
 
2 – Per prendere parte al concorso a ogni partecipante è richiesto di inviare le proprie poesie esclusivamente per posta elettronica a poesia.portorecanati@gmail.com
Le poesie dovranno essere inviate entro e non oltre il 25 luglio 2018 specificando nell’oggetto “XXIX Concorso Città di Porto Recanati”.
Il poeta dovrà inviare in un’unica e-mail in seguenti materiali:
  1. I testi delle poesie senza riferimenti alla propria identità in formato Word. Ogni poesia va presentata su un file a parte.
  2. Un file Word contenente i seguenti materiali:
    nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza completo (Via, città, cap), telefono fisso e cellulare, indirizzo mail e queste attestazioni come seguono:
  • Dichiaro di essere l’unico autore delle poesie e di detenere i diritti a ogni titolo.
  • Acconsento il trattamento dei miei dati personali secondo la normativa vigente nel nostro Paese per i fini istituzionali legati alla organizzazione, promozione e diffusione del Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati”.
  1. La copia della ricevuta di versamento del contributo a copertura delle spese di segreteria.
      
    3 – È richiesto il contributo di partecipazione a copertura delle spese di segreteria fissato a 20 €. Il versamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:
     
  1. PostePay n. 5333 1710 2372 6843
    Intestazione: Marco Pigliacampo
    Codice fiscale: PGLMRC75E07E958C
    Causale: XXIX Concorso Città di Porto Recanati
    (Il versamento si può fare dagli Uffici Postali e dai tabaccai abilitati)
     
  2. Bonifico bancario
    IBAN IT29J 07601 05138 276234476237
    Intestazione: Marco Pigliacampo
    Causale: XXIX Concorso Città di Porto Recanati
     
     
    4 – La Commissione di Giuria leggerà le opere pervenute in forma rigorosamente anonima e provvederà a scegliere le dieci poesie vincitrici.
    I primi tre classificati riceveranno premi in denaro, così ripartiti: 1° Classificato 500€, 2° Classificato 300€ e il 3° Classificato 200€. Tutti i poeti premiati dal 1° al 10° posto riceveranno una targa personalizzata. Nell’eventualità di punteggi pari-merito la Commissione di Giuria ha la facoltà di proporre ex-aequo per le posizioni dal 4° al 10° che dovranno ottenere il parere ultimo e definitivo da parte del Presidente.
    La Commissione di Giuria assegnerà il Premio Speciale Renato Pigliacampo 2018 a una poesia che sarà considerata particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, il prof. Renato Pigliacampo, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati. Infine si riserva la facoltà di riconoscere ulteriori premi speciali, menzioni d’onore, menzioni di merito o attestati d’incoraggiamento.
     
     
    5 - La Commissione di Giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario ed è presieduta dal poeta e critico letterario dott. Lorenzo Spurio. Essa è formata da Rosanna Di Iorio (poetessa), Rita Muscardin (poetessa), Emilio Mercatili (poeta) e Lella De Marchi (poetessa).
    Oltre a stilare la graduatoria dei dieci poeti vincitori, la Commissione di Giuria scriverà e renderà pubbliche le motivazioni relative ai primi dieci premi e al Premio Speciale “Renato Pigliacampo”. Il Verbale della Giuria, con l’elenco di tutti i nominativi dei premiati e dei segnalati e le decisioni ultime della Commissione di Giuria, sarà inviato via e-mail a tutti i poeti partecipanti e reso pubblico online.
     
     
    Per maggiori informazioni: 
    Segreteria del Premio
     
     


     


sabato 30 giugno 2018


Luisa SANFILIPPO – La ragazza di Saint Louis (racconto breve)
                                                          

mail-art di Vincenzo Sanfilippo
 
 
Alfredo attende con trepidazione, dopo molti anni, il ritorno di Josephine. La sta aspettando da circa quindici giorni, ma tarda a venire, sebbene sia già in Europa ospite di amici. Solo lei - cittadina di Saint Louis - potrebbe recar sollievo alla ingarbugliata esistenza di Alfredo, ritemprarne lo spirito, alzargli il morale. Solo lei, calma e rassicurante immagine femminile, sarebbe in grado di beneficiarlo della sua ambita presenza.
Di Josephine gli affiorano alcune frasi dell’ultima lettera scritta in un traballante, tenero italiano. Ogni tanto - lontano ormai dal pensare alla comunicazione cartacea - la tira fuori quasi fosse una reliquia, e si sofferma in alcuni punti: 

“… mi manchi, è sempre come primo… non voglio lasciare mia terra, famiglia, amici, chiesa… e lo so che tu non puoi venire qui per tuo figlio piccolo e per tuo lavoro pure. Sei troppo caro…una persona molto speciale… scrivimi quando puoi. A me non dispiace se mi fa con computer pure… ti penso sempre con molto affetto, con amore…”.                                                                                                                                                   

Con amore, sei troppo caro, una persona molto speciale… Parole che ad Alfredo pulsano di continuo nel cervello e che ritiene troppo impegnative, inusitate per un tipo come lui. Ci riflette su e considera che con Josephine potrebbe iniziare un nuovo capitolo della sua vita.
Lei rappresenta la donna irraggiungibile, fuori dalla propria quotidianità. Ecco, quotidianità. Forse è quello il pericolo che teme maggiormente.
Intanto, nell’attesa tutto gli appare confuso ed estremamente complesso.
Persino smanie e manie si raddoppiano, come quelle delle telefonate pomeridiane delle ore quindici agli amici. Per Alfredo quell’ora è estremamente intollerabile, come pure la sua costrizione, se pur momentanea, alla solitudine. Il rapporto con il telefono, dunque, diventa simbiotico. Rapporto che qualche volta si tramuta in odio profondo quando si trova a litigare violentemente con qualcuno. In preda a un attacco isterico, scaraventa l’apparecchio per terra, ma se ne pente subito dopo.
In queste particolari condizioni psicologiche Alfredo aspetta Josephine.
I dubbi continuano ad assillarlo: 

“Sono in grado di sapermi accattivare la simpatia, la benevolenza, l’arrendevolezza di una donna?”.

Cerca di dare valide giustificazioni all’insorgere di questi timori, attribuendoli al periodo particolarmente difficile che sta attraversando. Ma l’immagine di lei, che balza prepotente e imprime al proprio corpo un moto morbidamente ondulatorio, fuga subito ogni dubbio o timore.
Era bella, Josephine. Una falsa magra come piacevano a lui, una massa di capelli neri, occhi seducenti. Così la ricorda. L’avrebbe persino sposata.  

“Ma ne sono del tutto convinto? Accidenti! Perché sono così complicato?”. 

Si tormenta per queste sue contraddizioni. Subito viene assillato da incertezze, dubbi sulla sua sensualità.
Una telefonata di Josephine gli annuncia il suo arrivo imminente.
Due giorni dopo sono insieme, lui facendo ironiche osservazioni sul fisico di lei, lei scherzando bonariamente per l’adipe formatosi nell’addome di lui. Ciononostante mostrano molto entusiasmo, quello che normalmente accompagna i primi incontri. Soprattutto Alfredo sembra aver ritrovato la sospirata pacatezza. Sembra. 
La sua è un’illusoria, apparente serenità? 
                                                                                                                                 
Dopo appena una settimana di convivenza, lo spirito lievemente ritemprato di Alfredo comincia a perdere il suo vigore. I dubbi che lo hanno tormentato stanno per trasformarsi in certezze.
Ha scoperto che con lei, come del resto era accaduto con altre donne, non c’è nulla di imprevedibile. Tutto ripetitivo, niente di stimolante, nessuna novità.
Al pari di certi personaggi brancatiani, “… se la donna è altrove, l’Eros ha per oggetto soltanto una figura di donna immaginaria”. Alfredo l’ha molto idealizzata, ha creato nella sua immaginazione un tipo di donna che non corrisponde più all’immagine reale. Una donna con il suo bagaglio quotidiano carico di improvvise accensioni colleriche, trasporti affettuosi, angosce, fragilità, bisogno di amore... Di lei non riesce più ad accettare l’eccessiva magrezza, gli occhi meno seducenti, i capelli non più voluminosi, la mentalità non corrispondente alle sue esigenze intellettive. Alfredo, molto deluso, comincia a rimpiangere i momenti insoliti della sua struggente attesa, il caldo entusiasmo, i deliri del desiderio che per lungo tempo avevano preceduto il nuovo, sospirato e temuto incontro con lei. 

“Non mi ami più? Non senti più nulla per me?”, gli chiede accorata Josephine, con una dizione simpaticamente siculo-americana.  

 “Devi capirmi… è un periodo difficile… sono uscito da una disastrosa relazione… Se tu fossi arrivata magari tra un mese… sarebbe stato diverso…”. 

Poi Alfredo si autoconvince che l’unica soluzione per distaccarsene definitivamente è quella di comunicarle la sua imminente partenza per un importante impegno di lavoro. 
Naturalmente non parte, rimane ospite in casa della moglie, dalla quale è separato, dormendo nella camera del figlioletto su un letto a castello.
Appena svegliatosi, dopo una notte piena di incubi in cui si mescolano nel sogno le fisionomie della madre che lo tiene in braccio come fosse un bambino, della ex moglie che prende le sembianze della ragazza di Saint Louis, si sofferma a guardare suo figlio con amore e tenerezza, mentre ancora dorme, come se lo vedesse per la prima volta, determinando in lui la formazione della coscienza morale del ruolo di padre.
Poi ripensa a Josephine. Solo sentimenti di nostalgia, ma nessun rimpianto. Solo una pulsione impetuosa terminata in un rapido e progressivo declino.

 

 
(c.b.) Apprezzando un componimento in prosa, di frequente l’obiettivo coincide con valutarne lo stile espressivo e il corpus delle notizie, il messaggio, equilibrandone in scala personale (è ovvio, connessa alla realtà attuale del testo) l’ingerenza reciproca di ruolo nella trama-intreccio. In termini critici, il messaggio una volta era definito contenuto: sebbene le due entità non siano equivalenti, poiché il secondo raffigura solo un aspetto del primo, spesso, per utilità strumentale, concentro su di esso l’importanza.
Quando ciò avviene, per complesso contenutistico intendo anche gli elementi, le tracce sentimentali, dunque non un flusso eminentemente informativo: lo identifico, pertanto, con gli indizi di un certo “sentimento dominante”, ossia con il carattere naturale, la vicenda particolare, psichica e culturale enfatizzati dallo scrittore (in questo caso, scrittrice) nell’opera analizzata, o meglio, nel piano della struttura semantica elaborata.
Per un motivo simile, leggendo La ragazza di Saint Louis della Sanfilippo, sin dalle righe d’esordio sono stata indotta a costruire un livello interpretativo adeguato a seguire il legame tra la story dei protagonisti (Alfredo e Josephine), la Weltanschauung dell’autrice (cioè l’idea del microcosmo e del posto da noi occupato in esso), e le occasioni spirituali o storiche (di taglio pure economico) del nostro tempo. In altre parole, il racconto così recepito incarna l’attesa di concretizzare l’ambizione coraggiosa di lasciare alle spalle la collettività di uomini impegnati a dedicare «la loro vita a ripetere cose, gesti e comportamenti che chiamano abitudini», descritti dal cileno Louis Sepùlveda in Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza (2013).
Ma nel “fluire” di tale aspettativa, presto delusa dalle scarse forze in campo e dall’alibi di scovare nella novità orme indelebili del già vissuto, si impone essenziale e vitale una siffatta pausa di segni e segnali in grado di espandere e inaugurare un mondo analogo a quello risolto per Ismaele - emblema della matrice utopica dell’Herman Melville di allora - in un’aura impietosa di totale relativismo: ovvero, in un eterno ritorno del ciclo del fare umano per niente rassicurante, al contrario fautore dell’annullamento di qualsiasi tentativo che nel nostro Alfredo «potrebbe recar sollievo alla ingarbugliata esistenza (…) ritemprare lo spirito», alzare il “morale”.
Adottando un lessico a metà strada tra il ricordo e il presente percepito, l’intelaiatura narrativa del brano si snoda di conseguenza, con peculiare riguardo alla semiotica del mezzo di trasmissione telefonico (mezzo «simbiotico» e «intollerabile»), lungo iter realizzati con funzionalità diretta e indiretta di brame e desideri, materiali o immaginari, sinceri o velleitari al limite del lecito e dell’illecito. Il tutto, comunque, sempre e per volontà idealizzato ed espresso grazie a consonanze di lessemi e referenze di origine familiare, idonei a catturare interesse, solidarietà e immedesimazione: ecco il protagonista considerare «che con Josephine potrebbe iniziare un nuovo capitolo della sua vita».
L’input di passione trasgressivo, ciononostante, è racchiuso non in una simbologia erotica travolgente - sarebbe oltremodo ordinario - quanto piuttosto in insiemi di pertinenza delle “cose” transitate in un codice linguistico e un periodare intensi, soffusi di allusioni suggestive, all’altezza di attrarre e garantire piacere emotivo e dei sensi, carichi in misura elevata di gratifiche responsabili e unanimi. Infatti, l’uomo indugia su «alcune frasi dell’ultima lettera scritta in un traballante, tenero italiano»: «Con amore, sei troppo caro, una persona molto speciale…». Una coesione paradigmatica, quindi, colloquiale, nell’area semiologica affettiva; eppure, appunto per questo, sono «parole che ad Alfredo pulsano di continuo nel cervello e che ritiene troppo impegnative, inusitate per un tipo come lui. Ci riflette (…) Lei rappresenta la donna irraggiungibile, fuori dalla propria quotidianità».
Ma per quale ragione tali unità di veicoli e messaggi così classiche, a dispetto della chiara bellezza evocativa, spaventano il maturo spasimante? Magari perché - e Luisa Sanfilippo ne è ben consapevole - i valori fondamentali non sono generati dai fenomeni, dai sentimenti, dalle relationship in sé, ma dalle conseguenze, dagli esiti da esse imposte. In sostanza, se in principio amare una lady del Missouri lasciava intravedere un gioco di qualità contrastanti avvincente ed estraneo al ritmo “quotidiano” («Quotidianità. Forse è quello il pericolo» che il personaggio «teme maggiormente»), nel procedere, poi, i passaggi dall’hic et nunc oggettivo ai significati presupposti non si compiono come previsto, o secondo un’attendibilità rassicurante. Persino nell’attesa, «tutto gli appare confuso ed estremamente complesso».
No, Alfredo non rimane deluso dall’incontro, né interrompe la programmata convivenza perché «di lei non riesce più ad accettare l’eccessiva magrezza, gli occhi meno seducenti, i capelli non più voluminosi, la mentalità non corrispondente alle sue esigenze intellettive». «Smanie e manie» ossessive, invece, raddoppiandosi, stabiliscono un segnale di singolare ricerca di conforto in cui il dinamismo delle angolazioni sentimentali ed esistenziali del protagonista trova, infine, il punto focale negli albori associativi della società umana: l’unione famigliare formata dalla moglie (anche se ex), il proiettarsi progressivo infantile, molto saldo se rinnovato nel vissuto di un figlio dove i limiti dei gesti reiterati e delle consuetudini alienanti non esistono ancora.
Attenzione, però: non penso a una fuga nell’infanzia felice e idilliaca, in quanto, come Oriana Fallaci ribadiva, la vita dei bambini spesso è una battaglia perpetua, con momenti di gioia pagati a caro prezzo. Completo queste note critiche su La ragazza di Saint Louis citando una riflessione di Ennio Flaiano dal romanzo Melampus (1970), assai confacente all’atmosfera del racconto, tale da suggerire il movente autentico capace di spingere Alfredo nel rifugio conclusivo della sua avventura: «L’amore non può nascere che dall’oscuro desiderio che è in noi stessi di ripetere le sconfitte infantili. L’amore comincia quando ci accorgiamo di aver sbagliato ancora una volta».

venerdì 15 giugno 2018


Inés SÁNCHEZ MESONERO - “Un profumo tra i ricordi” (racconto breve)


 
 I.
Tagliavamo il fiore del vento in una veloce corsa in mezzo al campo. Lui non vedeva niente fra le erbe lunghe: io ero gli occhi. Non sentiva nient’altro intorno che il raschiare delle erbe secche contro il cranio: io ascoltavo la natura per lui. Mi agganciavo fortemente al suo torso con le mie mani fisse. A lui però non facevo male, perché la sua pelliccia era troppo fitta per i miei lunghi artigli di umana. Le mie gambe storte si adattavano perfettamente alla sua ruvida pancia, e con i piedi sentivo il su e giù dei suoi polmoni.
Questo è uno dei miei ricordi più intensi. Non ricordo perché correvamo, ricordo solo che la sensazione di libertà e potere sui suoi fianchi, contro ogni elemento della natura, mi faceva sentire invincibile. I miei lunghi capelli si intrecciavano da soli in questa frenetica velocità, mi coprivano il viso, mi entravano in bocca. Eravamo pura vita.
Ora lui è vecchio. Spesso va contro gli alberi e non riesce nemmeno a sfiorare una lepre. Sono io ogni mattina a lasciarlo sul letto di muschio per andare a cacciare qualche animaletto. Quando lo mangia, sembra prenderne la vita direttamente dal suo sangue, per poi, qualche ora dopo, ributtarsi a terra. Vedo nei suoi occhi bianchi la stanchezza di una vita vissuta intensamente.
Oggi c’è luna piena. Siamo sdraiati accanto a un fuoco che non ho mai capito come ho imparato a creare. Da un lato, la luce dorata illumina le sue zampe, il suo petto, il suo muso, le sue palpebra. Dall’altro, la pelliccia della sua schiena riflette la luce argentata che sembra dare alle costole un’apparenza di statua vivente. A un certo punto mi giro verso il cielo per trovare le stelle. Fin da piccola le guardavo e le contavo come se fossero i giorni che avevamo passato insieme. Più guardavo nel nero, più ne vedevo. Pensavo che i giorni condivisi sarebbero stati così infiniti come gli astri. Ora sento veramente che le stelle stanno per finire e i battiti del suo cuore per estinguersi. Mi sdraio accanto a lui, lasciandogli gli ultimi attimi di caldo provenienti da quella danza di fiamme e cenere.
Apro gli occhi. Il sole mi colpisce, ho sete e mal di testa. Il fuoco è spento e le braci grigie. Pure lui.
Dal muschio lo sposto a un letto di radici intrecciate quasi disegnate apposta lì, dove la terra sarà la sua coperta. Spero che gli sia lieve. Vorrei baciare il suolo che lo ricopre, come l’ho baciato ogni notte, per augurargli un’eternità d’oro. Appoggiando le mani sul punto dove dovrebbe essere il suo petto, in un’ultima carezza, mi alzo e guardo ancora una volta il faggio che farà compagnia a mio padre.
Con tutto il dolore che mi appesantisce il cuore, devo lasciarlo: sento l’urgente bisogno di partire svelta a cercare la risposta che mi solleverà almeno un po’ di vecchie catene, con me da sempre e da mai: come sono arrivata qua? Chi sono? Come faccio a conoscere la parola, senza un ricordo di alcuna conversazione? Dove sono tutti gli umani? Come conosco la loro esistenza?
Ora che non ho nessuno, ora che non c’è niente da perdere, voglio perdere me stessa. Mi abbandono all’azzardo, mi lascio portare dal bosco.  

II.
Cari genitori,
dove siete? Vi cerco e non vi trovo. Vi cerco nella rugiada, tra il fogliame, fino fra le crepe della corteccia degli alberi, ma non ci siete. Provo ad annusare l’aria per trovare quel filo di profumo che mi porterà magicamente da voi. Ma non sento niente. Sì, sì che sento qualcosa: un buco nell’aria, sento un buco a casa mia; un vuoto che mi attira verso lui per provare a mangiarmi e farmi sparire. Ma non lo permetterò. Io lo voglio riempire, voglio dirgli che posso vivere perfettamente senza di lui, che non ho bisogno di nessuno. Invece, mi manca un pezzo d’aria, e non so dove andare a trovarlo.
Siete presenti nei ricordi del cuore, ma non della testa. Non ricordo mai un abbraccio o un pranzo condiviso insieme, ma la sensazione di essere insieme in famiglia la sento per tutto il corpo come già vissuta, come qualcosa di non nuovo. Mi chiedo perché non ci siete, mi chiedo che avete deciso di fare, mi chiedo come mai da un giorno all’altro tutto sia diventato un ricordo vago che ora mi sembra irreale. Come quella volta che il babbo e io vedemmo quel cavallo enorme.
È passato all’improvviso, e io non ci davo attenzione ma, passando davanti a noi, a ogni galoppo, m’incantavo di più: quella meravigliosa creatura piena di magia che sembrava non disturbarsi per la nostra presenza. Vi giuro, oramai mi sembra lontano, inesistente, perché è andato via così come arrivò.
Però di lui almeno ho questa vera messa in scena della natura, questo sogno in carne e ossa. Ma di voi... Che ne ho? Spinte istintive? La sensazione di amore? Il ricordo di un profumo?  

III.
Sento di nuovo un enorme buco, ma ora nello stomaco, che alimenta se stesso nella mancanza di cibo. Non caccio niente da giorni, raccolgo solo frutti di questo bosco che ingoio subito e freneticamente. Poca è l’energia che danno per sopravvivere in questi paraggi ostili; meno male che il loro sapore e colore, più che il corpo, mi riempie la lingua e l’anima. Ma ora, proprio ora, pur analizzando ogni ramo a ogni metro, non trovo niente. E mi butto arresa su un pezzo di muschio, che è quello che mi fa sentire a casa. Il muschio come protettore di ogni pericolo.
In ogni caso, sono esausta. Mi manca: ho imparato il mondo da lui e io ora cerco di trovarne uno mai esistito, o almeno per me. Lascio cadere la testa abbattuta, poi la schiena, vertebra a vertebra, su un tronco di un faggio. In questo giorno grigio, sento poca vita sia fuori sia dentro di me... E queste palpebre che mi pesano irrimediabilmente.
O, forse... Prima che le ciglia arrivino a inchinarsi verso il mondo, in segno di resa dopo la sconfitta, vedo di fronte uno scoiattolo. Si trova su un ramo, non troppo alto, e penso “ce la faccio, ce la posso fare”. Mi lancio in un salto, come avrebbe fatto lui, con un piede a più di un metro dell’altro e, sull’aria, mi sento già girare la testa, annebbiarsi la vista... Ci sono quasi, allungo il braccio, prima di perdere l’equilibrio e...
Sento il profumo del muschio. Fresco sotto la guancia; non è freddo. Apro gli occhi è c’è lui. Di fronte a me. Si richiudono. Non vedo bene. Riprovo: vedo luce, vedo lui, ma mi fa paura. Pure lui mi guarda stranito e teso. Perché? Perché è uno strano. Così, comincia ad annusarmi dalla testa ai piedi. Si ferma un attimo, due, tre, che mi sembrano eterni. Poi, avvicina il suo muso a me e, all’improvviso, comincia a leccarmi la faccia per, finalmente, sdraiarsi accanto a me.
Oltre tutte le sensazioni, sento l’intenso profumo del muschio, addirittura più forte del suo odore. Una felicità mi scuote dagli organi fino ai nervi delle punte delle dita pur avendo una bestia del genere davanti. Rimango lì, respiro lì, con il suo collo intorno alla mia testa. Finalmente trovo qualcuno. Ora sì che sento caldo. Lascio andare le palpebre, voglio sentire meglio.
Subito dopo si rialzano da sole. Niente babbo, niente sole, solo faggi e faggi. Ma il profumo di muschio, quel profumo che ci accompagnava ogni mattina al risveglio, sì che è qui! Ora ho capito tutto. Ecco da dove vengo.
Vengo dalla terra, dal letto di muschio; nasco dal momento in cui quell’animale ha deciso che avrei fatto parte di lui. Chi saprà spiegare come ho imparato ad arrampicarmi, cucinare la carne o per quale ragione i miei capelli siano rossi e non neri? Non so come ci sono arrivata quella mattina lì, tanti anni fa, tenera, io, da sola, e senza ricordi. So solo che il momento in cui ho sentito per la prima volta il profumo di muschio insieme alla sua presenza è cominciata la mia vita, quella vera.
E ogni mattina, mi risveglierò accanto a lui. Ogni mattina rinascerò di nuovo.

 

Da alcuni anni Inés Sánchez Mesonero dedica il proprio tempo libero alla scrittura, anche seguendo corsi specializzati. Nel 2017 è stata finalista nel concorso di scrittura creativa del Caffè Letterario "Le Murate" di Firenze e ha partecipato con il racconto Un profumo tra i ricordi alla III edizione del bando “Incrociamo le penne” ad Aprilia. È attualmente al lavoro su un racconto lungo, con l'idea di sviluppare in maniera più complessa personaggi e trame.
 

 

(c.b.) Le letterature classiche offrono una ricca sintesi degli schemi di narrazione successivi, insieme al loro procedere interattivo nei paradigmi di contenuto funzionali sviluppati nei secoli. In Occidente, l’epos omerico (ἕπος) consente di enfatizzare culture ignare del divario tra mitologia e storicità, dati concreti e fantasie, aree di significante e significato, ambedue candidate a costruire il plot simbolico ideato. Una volta registrata nelle civiltà posteriori la diversità, l’eterogeneità tra spazi verosimili e immaginari, unità di lessico e messaggio sono progredite (sotto l’egida della validità e della bellezza) in correnti letterarie dove ora affiora l’indice fantastico, ora l’approccio di impianto immanente, o entrambi. Nel dettaglio, però, la parola histor (ἱστορ), adottata dal capostipite degli aedi nella pertinenza di “uno che chiede informazioni” - anche se il concetto di histor sul piano referenziale moderno non esisteva affatto - era proclamata e creduta prioritaria.
Nel racconto di Inés Sánchez, dunque, già nella prima riga, l’autrice risponde alla nostra necessità di essere “informati” attraverso la presunta voce narrante, con notizie fondamentali attinenti se stessa e il misterioso compagno di avventura: «Lui non vedeva niente fra le erbe lunghe: io ero gli occhi», inoltre: «Non sentiva nient’altro intorno che il raschiare delle erbe secche contro il cranio: io ascoltavo la natura per lui». Pertanto, il potere dello sguardo e del percepire suoni nell’aria è consono all’espressione principale della protagonista, la cui vita sin da bambina (almeno suppongo) è stata custodita da un lupo in una sorta di foresta o zona boschiva. Studiando, rammento di aver appreso la vicenda - seguita agli inizi dell’Ottocento dal medico e pedagogista Jean Itard - del mitico Victor dell'Aveyron, un trovatello vissuto per circa dodici anni in solitudine nei boschi del Massiccio centrale in Francia, e di altri fanciulli cresciuti in luoghi selvatici: ad esempio, Marie-Angélique-Memmie le Blanc, conosciuta dagli anglofoni con l’appellativo di “The Wild Child of Champagne”, l’unica enfant sauvage al mondo capace, con l’aiuto di un clan di esperti, di imparare a leggere e a scrivere.
Sull’importanza dei cinque sensi, l’abate naturalista Pierre Joseph Bonnaterre ha precisato quanto, per un’infanzia non ambientata nel sistema di condizionamenti relativi allo status civilizzato, fosse preminente l'olfatto, seguito dal gusto, dall'udito, dalla vista e, quindi, dal tatto. Per coerenza, nell’aura del brano della Sánchez predomina l’aroma, la fragranza del muschio, com’è esplicitato con chiarezza dall’Ego femminile in campo a parlare per noi: «Sento il profumo del muschio. [...] Apro gli occhi è c’è lui. Di fronte a me. Si richiudono. Non vedo bene. Riprovo: vedo luce, vedo lui, ma mi fa paura. Pure lui mi guarda stranito e teso. Perché? Perché è uno strano. Così, comincia ad annusarmi dalla testa ai piedi. Si ferma un attimo, due, tre, che mi sembrano eterni. Poi, avvicina il suo muso a me e, all’improvviso, comincia a leccarmi la faccia per, finalmente, sdraiarsi accanto a me».
Chi sarà tale inquietante creatura femminea dalla lunga capigliatura e le «gambe storte», bloccata nel “ricordare” la “famiglia” d’origine? Dei genitori, infatti, confessa: «Siete presenti nei ricordi del cuore, ma non della testa. Non ricordo mai un abbraccio o un pranzo condiviso insieme […] Mi chiedo perché non ci siete, mi chiedo che avete deciso di fare, mi chiedo come mai da un giorno all’altro tutto sia diventato un ricordo vago che ora mi sembra irreale». Nondimeno, sappiamo con esattezza in quale misura il nucleo parentale di base della tradizione, agli albori della società organizzata in termini tecnico produttivi, scosse i capisaldi dell’ordinamento comunitario arcaico, motivando la svolta della matrice tipica dell’epos russo dove, appunto, a lottare per l’incolumità della prole è di norma la mamma e non il pater familias. Nelle analisi minuziose di S.V. Jastremskij, su un simile repertorio popolare, nel prologo delle trame-tipo la moglie dell’eroe era, di frequente, rapita da un mostro: nel frattempo, generando un erede, le spettava l’incombenza di difenderlo e mantenerlo. In seguito il figlio, da adulto, avendo combattuto il nemico proprio e della madre, lo uccideva: non prima di allora sopraggiungeva il padre, divenuto uno straniero, vissuto sino allora in uno stato contemplativo, essendo «stato salvato dai messi celesti che lo hanno risvegliato dal congelamento».
Per certo, l’arte delinea un quid inedito e innovativo, alieno da margini inibitori e influenze troppo condizionanti: nonostante ciò, affonda radici indelebili nell’hic et nunc quotidiano, “visitandolo” in modalità particolari nella civiltà letteraria globale, in un topos ospite di complessi microcosmi individuali e collettivi confortati da strutture intime o di gruppo. Nel racconto di Inés Sánchez, il vero “babbo” della nostra eroina dai capelli lunghi, soggetti a intrecciarsi «da soli in questa frenetica velocità», mentre le «coprivano il viso» o «entravano in bocca» ed erano «pura vita», non vuole trascurarla: e, sebbene anziana, la bestia, lasciata sul «letto di muschio», rimane protettiva e premurosa, malgrado la pelliccia sia adesso rada e nei «suoi occhi bianchi» emerga «la stanchezza di una vita vissuta intensamente». A un tratto, però, non respira più. «Con tutto il dolore che […] appesantisce il cuore», la ragazza deve andarsene, afflitta da una dilagante disperazione: «Niente babbo, niente sole, solo faggi e faggi». Avverte, comunque, diffuso «il profumo di muschio, quel profumo che ci accompagnava ogni mattina al risveglio, sì che è qui!», e dichiara: «Ora ho capito tutto. Ecco da dove vengo. Vengo dalla terra, dal letto di muschio; nasco dal momento in cui quell’animale ha deciso che avrei fatto parte di lui».
La bellezza di queste pagine è assai notevole, sebbene, appena la scena di giudizio è varcata dalla categoria della beltà, non è realistico identificarne e spiegarne ovunque, e con adeguata efficacia, le caratteristiche peculiari. Tra di esse citerei l’affascinante scelta di un’intelaiatura di canoni logico-causali sincronica/diacronica incrociata nel passato, nell’attualità e nel futuro; inoltre, ne apprezzo lo stile in quanto incrementato in virtù di una rete semiotica lessicale accurata, incisiva, con numerosi contrappunti di stampo drammaturgico, teatrale, allusivo delle “battute” in campo.
Il racconto potrebbe così rievocare, entro il margine di un’attrattiva poetica e simbolica utopica e strumentale, alcune riflessioni teoriche sul bello artistico illustrate da Immanuel Kant nella Critica del giudizio (1790), allorché scriveva: «Quando, scavando in una palude, si trova, come spesso accade, un pezzo di legno sgrossato, non si dice che esso è un prodotto della natura, ma dell’arte; la sua causa efficiente concepì uno scopo, cui esso deve la sua forma. D’altra parte si vede volentieri dell’arte in tutto ciò che è fatto in modo che la sua rappresentazione dovette essere nella causa prima della realizzazione». Il filosofo pensa alle cellette di cera costruite a regola dalle api. «Ma quando qualche cosa», prosegue, «si chiama assolutamente un’opera d’arte, per distinguerla da un effetto della natura, si intende sempre, con ciò, un’opera degli uomini».
Nel nostro caso ringraziamo, quindi, la Sánchez per aver agevolato il lettore nel condividere la bellezza dell’habitat, dei sentimenti, nello sviluppo di un terreno semantico narrativo con protagonista un autentico essere umano, una giovane, la quale, pur lasciandosi «portare dal bosco» e cercando invano i genitori «nella rugiada, fra il fogliame, fino fra le crepe della corteccia degli alberi», non appare emanazione di un’indole ancestrale involutiva: piuttosto, risulta animata da un meccanismo di libertà legittima, totale, fulcro essenziale, del resto, del valore universale della Schönheit kantiana.