giovedì 5 aprile 2018

Diego RIA – “Ezio e il campanile” (racconto breve) 
 
 

Ezio era un uomo facilmente irritabile, maleducato e avaro.
Non era vecchio, ma aveva stampata addosso l’alterigia di chi crede di aver fatto anche troppo in vita sua e, per questo, gli sia dovuto incondizionato rispetto. Era un insegnante di cultura mediocre e aveva un pessimo rapporto coi suoi alunni.
Si sentiva fondamentalmente sadico, per questo non mancava mai alla mensile riunione di famiglia. Sapeva quanto gli altri fossero infastiditi dalla sua presenza e ne godeva. Per nessun’altra ragione al mondo sarebbe tornato nell’ammuffita villa di campagna dei suoi genitori, se non per rovinare la giornata a quel vecchio fossile di suo padre, a quel disgraziato di suo fratello, accompagnato dal pit bull terrier di sua moglie e due piccoli mostriciattoli lagnosi. Alla cugina Eva, stupida oca, e al suo bambolo imbalsamato ex modello. A quella ciabatta consunta di zia Agnese e allo zerbino di sua sorella, disgraziatamente sua madre.
Sedeva nel grande giardino, alle spalle il fitto bosco di olmi e castagni saliva fino alla vetta della collina che dominava la tenuta. A sinistra del suo sguardo, oltre la villa, l’aia recintata dove rumorose e idiote bestioline, dette galline e papere, consumavano la loro misera esistenza roteando a scatti il collo. In fondo la fetida stalla.
Ezio voltò il viso disgustato, incontrando gli occhi di suo padre, seduto accanto a lui.
“Sai quel dolorino che avevo allo stomaco…”, disse il vecchio. “Sto molto meglio ora”.
“Che bello”, sbuffò Ezio. “Non ti seppellirò nemmeno questa volta”.
“Prima o poi lo farai”.
“Non sarà mai troppo presto”.
Suo padre scrollò le spalle con un grugnito. Si era ormai abituato al modo di fare di suo figlio, lo prendeva come uno scherzo di cattivo gusto. Ingoiava spazzatura per non chiedersi come fossero arrivati a questo punto.
“E quando accadrà”, proseguì Ezio, “metterò la mamma in un monolocale, giù in città, venderò questa bicocca e mi sputtanerò tutti i soldi alle Maldive”.
Il vecchio annusò l’aria. La campagna era umida e triste, il campanile del piccolo borgo svettava in lontananza. Prese un profondo respiro e chiuse gli occhi, cercando di non pensare.
Si avvicinò suo fratello Gabriele.
Qualche metro distante, sua cognata beveva analcolico e chiacchierava con Eva e il suo fidanzato, il modello. Quell’uomo era schifosamente impeccabile, tanto nell’estetica che nel modo di fare. Sentendosi gli occhi di Ezio addosso, gli rivolse un ampio sorriso, sollevando il bicchiere.
Un uomo così poteva essere solo falso, fedifrago e bugiardo. Ezio rispose al brindisi mostrandogli il dito medio, cosa che fece piegare in due dalle risate il bambolo. Sua cognata invece era già furiosa. Tentava di contenersi ma aveva la mascella tirata e stringeva forte il bicchiere.
“Non hai ricevuto il mio messaggio la scorsa settimana?”, gli chiese Gabriele. C’era un che di gentile nella sua voce. La sua debolezza era gentile, la sua inettitudine era gentile.
“Era il compleanno di Giacomino. Ti avevo invitato alla festa”.
“Oh sì", rispose lui distratto, senza guardarlo. “Ma sai, c’era la Juventus”.
“Era mercoledì alle cinque del pomeriggio. Non c’era la Juventus”.
“C’era. Una replica”.
Vide sua cognata sussurrare tra i denti: “Ma che ci parla a fare con quello stronzo?!”, ed Eva annuire, con le labbra sul bicchiere. Quelle labbra.
Dei gridolini interruppero la scena.
Zia Agnese stava uscendo dalla stalla con Tommaso e Giacomino per mano. I bambini gridavano eccitati, la zia doveva avergli fatto strigliare il vecchio Fulmine.
Ezio non aveva voglia di sentirsi quei marmocchi attorno, decise di fare una passeggiata su per il bosco in attesa del pranzo. Diede un grido a sua madre, impegnata in cucina, e attaccò la salita.
Detestava la natura ma amava il silenzio. Soprattutto quel silenzio elettronico che pervadeva il suo appartamento in città, perennemente vuoto, dove solo la tv, la radio e il computer osavano tranciare l’aria per parlargli. Dove le finestre stavano serrate in ogni stagione, dove l’unica pianta era di plastica e l’unico animale di marmo.
Camminò una mezz’ora, scivolando e imprecando diverse volte sul terreno umido, fino a raggiungere la vetta. Da lì si vedeva uno scorcio di valle e il paesino.
Guardò il campanile e, come se l’avesse destato, questi rintoccò il mezzogiorno.
Chiuse gli occhi un istante, li riaprì, ma questi non obbedirono.
Ezio tentò di sbattere le palpebre più volte, velocemente, ma gli occhi non si aprivano. Se li stropicciò e si rese conto: gli occhi erano aperti, ma il velo nero che gli restituivano poteva significare solo una cosa. Era diventato improvvisamente cieco.
Provò a colpirsi le tempie, si scosse la testa, ma ad ogni istante che passava una stretta sempre più serrata alle viscere gli diceva: “È tutto vero”.
Una fulminea, sordida paura lo attanagliò, tanto da strozzare in gola l’imprecazione che stava sgorgandogli dal petto. Si accasciò al suolo tastando il terreno. Una grossa radice, ricoperta da un soffice strato. Dall’odore lo valutò muschio.
Inaspettatamente si ricordò di quando zia Agnese portava lui e Gabriele su per la collina a raccoglierlo per il presepe. A quei tempi era sempre vivo zio Ivo, che li aspettava per portarli alla stalla da Sceicco, il cavallo che avevano prima di Fulmine. Era bello spazzolare Sceicco, era così calmo, così enorme. Lui passava un lato, Gabriele l’altro, e alla fine zio Ivo decretava il vincitore, il re della spazzola. Di solito uscivano correndo e gridando dalla stalla e la zia doveva rincorrerli per spolverargli le maglie sporche di pelo e paglia.
Chissà chi era stato, oggi, il re della spazzola tra Giacomino e Tommaso.
Ezio lasciò andare quell’immagine, doveva far qualcosa e subito.
Si alzò e, senza pensare, iniziò a gridare una serie di “Aiuto!”. Si sentì stupido e umiliato. Chi avrebbe aiutato un uomo come lui? Si immaginò il modello sghignazzare della sua cecità e baciare Eva sul collo. La sua Eva, quella dolce bambina che, nascosti dietro la stia delle galline, offriva due giovani e acerbe susine alla sua bocca.
Un moto di rabbia lo prese. Conosceva quella collinetta come le sue tasche, in alcuni punti era un po’ ripida ma non c’erano crepacci. Decise di tentare la discesa, forse da più in basso lo avrebbero sentito.
Procedette con cautela, aggrappandosi a ogni ramo, a ogni cespuglio che le sue braccia brancolanti incontravano. Cadde più volte. Quella terra era fertile e umida, aveva i pantaloni e le mani inzuppati di fango colloso. Saggiandolo con i palmi, ne fece una pallina. Questo gli strappò un sorriso: gli vennero a mente le bombe di fango che lui e Gabriele si tiravano, usando il trattore e la mietitrebbia come fortino.
Da bambino la vita era spensierata ma ora, da troppo tempo, si sentiva vecchio, eppure non così vecchio da avere un accidente simile. Qualcosa di circolatorio e di cerebrale, non c’era dubbio. Cos’altro poteva toglierti la vista in quel modo improvviso?
La paura lo prese nuovamente al petto. Si affannò più veloce verso il basso, moltiplicando le cadute.
Uno scalpiccio tra i cespugli lo impietrì, si acquattò nervoso. Poteva essere un cane randagio o, peggio, un cinghiale.
Rimase in ascolto per un lungo minuto. Poi i passi ripresero, sempre più impercettibili mano a mano che l’animale si allontanava da lui, fino a non essere più udibili, fino a lasciarlo solo con la bestia, quella maledetta bestia che da anni gli divorava l’anima, pezzo per pezzo, che lo rendeva sterile e astioso. Inutile.
Era madido di sudore, sporco di fango, graffiato e impaurito. Era iniziato a dieci anni. Voleva nascondersi da Gabriele e si era ficcato nel bosco nonostante l’imbrunire. Il calare delle ombre lo aveva confuso e non riusciva a trovare la via per casa. E lì, solo, al buio, terrorizzato, si era impietrito al suolo.
Un gufo aveva volato radente, pochi metri sopra la sua testa, lanciando un orrendo verso acuto. E la bestia aveva iniziato a sussurrargli cose nell’orecchio, aveva approfittato della sua debolezza, del suo terrore, per ghermirlo e impossessarsi di lui. La bestia non ascoltava le sue preghiere, non provava pietà per le sue lacrime e il suo tremare convulso. La bestia voleva mangiarselo.
Era stato suo padre a ritrovarlo, dopo più di un’ora. Gli aveva rifilato uno sculaccione e un abbraccio forte, disperato, ma guardandolo negli occhi aveva trasalito. Era come se anche lui avesse visto la bestia nella trasparenza degli occhi di Ezio e, con la scusa di carezzargli il viso, glieli aveva chiusi con la mano.
Suo padre si era arreso, subito, alla bestia. Aveva lasciato che prendesse possesso del bambino senza lottare, e lei aveva iniziato a divorarlo da dentro, piano piano, fagocitandolo per anni, risputandolo marcio e mangiandolo ancora, senza sosta.
Ezio si batté le mani sulla fronte, per scacciare i fantasmi. Il campanile batté l’una.
Come se un interruttore fosse stato premuto nella sua testa, Ezio ritrovò la vista. Una gioia incredula e sgomenta lo pervase. Si guardò intorno per orientarsi e corse verso casa.
A venti metri dal giardino vide suo padre, stava risalendo il sentiero per chiamarlo, ché era pronto in tavola. Ezio gli corse incontro, lo abbracciò, lo strinse forte.
Lui parò le mani per proteggersi, ma l’abbraccio continuava, costante.
Lacrime brumose bagnarono gli occhi del vecchio. Le spalmò via col dorso della mano, poi guardò suo figlio, tutto fangoso e graffiato. Lo guardò negli occhi, senza paura, ché la vita ormai era al tramonto e non c’era più niente da evitare, nemmeno la morte.
“Che hai fatto?”, chiese con un filo di voce.
“Ho avuto paura”, rispose lui con un singulto. “Ho sempre avuto paura”.
Suo padre gli carezzò la testa, lo prese per mano. Gridò agli altri di iniziare a mangiare, ché loro arrivavano tra un po’. Insieme risalirono la collina. 
 
 
 
Diego Ria è un operaio metalmeccanico livornese di 47 anni con una grandissima passione per la letteratura. Tre anni fa ha seguito un corso di scrittura creativa nella sua Livorno e ha iniziato a scrivere racconti brevi. È stato finalista del premio “Città di Livorno” del 2016 col racconto L'ultimo sciopero della mia vita e del premio “Terra di Guido Cavani” 2017 con E Nunzia, che dice? Il racconto qui pubblicato, Ezio e il campanile, è arrivato terzo nel concorso letterario “Incrociamo le penne” 2017.
 
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Quando sfogliamo le pagine di un racconto, nel nostro caso Ezio e il campanile di Diego Ria, in genere l’aspettativa coincide con il cogliere un messaggio narrativo più o meno vasto, “condensato” (non “ristretto”) in confronto all’epos e al romanzo classico, divenendo così basilare percepire, nella relativa brevità del testo, gli elementi semiotici essenziali in gioco: da un lato la fonte ispirativa letteraria, dall’altro la Weltanschauung (visione della vita) divulgata. Conosciamo, dunque, sin dalla riga iniziale la facoltà utopica nell’atto di fare i conti con Ezio: «Un uomo facilmente irritabile, maleducato e avaro». Già dall’incipit risulta evidente quanto trama e intreccio tematici della short story siano capaci, nella scelta stilistica, di elaborare segni e segnali in reti plurime di sintagmi e paradigmi: entro l’orizzonte di una fisionomia simbolica dall’aura comunicativa teatrale, di sicuro non nella struttura semantica specifica, sfiorandone la competenza nel fondare un mosaico articolato in primis su personaggi e ambiente, in un arco di spazio e tempo limitato, anche se a metà tra il verosimile e il fantastico.
L’origine drammaturgica del vocabolo “personaggio” è molto nota, derivando dal latino persona: è la maschera, emblema di un tipo preciso incaricato di ricoprire ruoli caratteriali, incluso il mondo animale, come in Diego Ria accade a un inquietante cinghiale, presto trasformato nella temuta “bestia”. Il protagonista e i coprotagonisti (dai minori ai minimi, alcuni nei panni di semplici comparse) sono insomma “attori in campo”, poiché agiscono eludendo pause ridondanti, gestendo una prossemica spontanea, conversando e rapportandosi con ulteriori soggetti del plot in una matrice sincronica e nell’insieme diacronica, di successione, in un dialogo bisognoso di attenzione immediata: quasi avessimo il presagio di perdere per sempre l’occasione di interpretarlo se non lo decifriamo nel momento in cui procedono le parole.
Infatti, leggiamo: «“Non hai ricevuto il mio messaggio la scorsa settimana?” gli chiese Gabriele. C’era un che di gentile nella sua voce. La sua debolezza era gentile, la sua inettitudine era gentile. “Era il compleanno di Giacomino. Ti avevo invitato alla festa”. “Oh sì”, rispose lui distratto, senza guardarlo. “Ma sai, c’era la Juventus”. “Era mercoledì alle cinque del pomeriggio. Non c’era la Juventus”. “C’era. Una replica”. Vide sua cognata sussurrare tra i denti: “Ma che ci parla a fare con quello stronzo?!”, ed Eva annuire, con le labbra sul bicchiere. Quelle labbra. Dei gridolini interruppero la scena».
Quindi dove siamo, in sostanza, nel reale illustrato? Partecipiamo, forse, alla riunione mensile di un singolare gruppo di famiglia? Sembra di sì, e il paesaggio, la scenografia in chiave teatrale, è ricca di importanti segnali di referenze illuminanti, perché di numerosi hic et nunc materiali inerenti vengono forniti dettagli minuziosi da non ignorare: un «grande giardino, alle spalle il fitto bosco di olmi e castagni saliva fino alla vetta della collina che dominava la tenuta. A sinistra del suo sguardo, oltre la villa, l’aia recintata dove rumorose e idiote bestioline, dette galline e papere, consumavano la loro misera esistenza roteando a scatti il collo. In fondo la fetida stalla».
Ebbene, l’Io narrante, a volte, “sa più” dei personaggi e lo accogliamo nella veste di guida, altrove “ne sa meno” e, allora, è indispensabile utilizzare un quadro sommario al di fuori di lui, della casa, della residenza e della parentela, per intendere gli eventi. Certo, nel racconto di Diego Ria un accurato e traslato parallelo fra significanti e significati o, viceversa, livelli descrittivi (vari e appropriati) di fedeltà al concreto, nutre l’obiettivo di garantire un pur schematico senso della storia. Affascinante, nel nostro caso, è piuttosto un meccanismo semantico circolare e di genere “a scala”, di presente e figurato, nell’equivoco massimo dell’intravedere, finalmente, un profilo di realtà, grazie a un intervallo in cui, in effetti, intorno a noi è stato buio completo.
In un analogo pathos delle vicende combinate a incastro giudico stimolante, inoltre, lo svilupparsi del discorso di Ria il quale, non prendendo le distanze, per volontà, dalle battute delle “maschere” in scena – in merito al transito di notizie e opinioni – qui li smentisce impietoso, là ne giustifica o motiva il ruolo. Nel saggio L’arte come artificio, Viktor Šklovskij ha esordito con le parole del linguista e storico della letteratura Aleksandr Potebnja: «L’arte è pensiero espresso come immagini», poi osservando: «La poesia (ma anche la prosa) è innanzitutto e principalmente una determinata manifestazione del pensiero e della coscienza».
In sintesi, in Ezio e il campanile, l’autore ha reso possibile condividere con i lettori la dinamica del riflettere e della “coscienza” personale del suo «insegnante di cultura mediocre», legato agli «alunni» da «un pessimo rapporto», che pure con me e con voi è diventato veicolo diretto e sincero di informazioni colme di dubbi costruttivi. (c.b.)

 

 

 

 

mercoledì 4 aprile 2018


Marco CAMERINI – “4321” di Paul Auster
 

Mezzo secolo di Novecento americano nell’ultimo, lunghissimo romanzo dello scrittore statunitense Paul Auster. La recensione di Marco Camerini

 
Paul Auster, straordinario narratore nell’immaginario collettivo dei suoi tanti appassionati ammiratori e nel riconoscimento unanime della critica militante (per la sin troppo citata Trilogia di New York, ma anche per gioielli dimenticati come La musica del caso e Il libro delle illusioni), ha scritto un libro di 940 pagine, 4321 (Einaudi, 2017), in cui descrive – ricostruendo con dovizia di suggestioni/citazioni/riferimenti storici, socio-culturali, politici, letterari, musicali, cinquant’anni di Novecento americano – le possibili vite (quattro…ci pare bastino) di Archie Ferguson, nato il 3 marzo 1947 a Newark, New Jersey: come lui, come Ph. Roth che ha contribuito a farne un archetipo geografico della narrativa postmoderna.
Uno degli intrecci più ampi – stavamo scrivendo: lunghi – degli ultimi anni corrisponde a una delle nostre recensioni più brevi, di fatto già terminata. Perché 4321 è lo spunto per analizzare una tendenza della prosa contemporanea – cui l’autore ci sembra abbia ceduto – a comporre una sorta di “romanzo mondo” inclusivo delle molteplici varietà e varianti del dicibile, quasi timoroso di scendere sotto le 450 pagine e ansioso di tradurre in plot narrativo l’accadibile, oltre l’accaduto. Non si tratta certo di una querelle quantitativa (letterariamente/eticamente inaccettabile) che, oltretutto, costringerebbe a mettere in discussione molti classici del secondo ‘800 russo e francese, insieme a un paio di capolavori (clamorosi in questo senso…) del primo ‘900, ma di una breve riflessione narratologica.
Stefano Ercolino, in un recente, autorevole contributo, ricorrendo al termine “massimalista” per definire il romanzo contemporaneo, ne teorizza con lucidità «l’inclinazione ad oscillare tra dominio del caos e potere dell’ordine […] dopo che quello postmoderno il caos lo contemplava attonito» (il rischio di annegarvi e «arrendersi al mare dell’oggettività» lo aveva ben intuito Calvino)[1] «mentre la narrazione primo novecentesca aveva cercato le chiavi per penetrarvi».[2] Categoria critica implicitamente – e sin troppo scopertamente – contrapposta al “minimalismo” carveriano che parcellizza, nei frammentari momenti di una ordinaria ed antiepica quotidianità, la trama narrativa ridotta al suo “grado zero” di referenzialità, non per questo meno capace di restituire un’assoluta pregnanza di senso che sconta un evidente debito con Joyce prima che con il venerato Hemingway.
A questo punto sorprende quanto proprio il citato Calvino, sin dal 1985, avesse felicemente anticipato l’orientamento che stiamo analizzando nelle profetiche Lezioni americane, di cui riportiamo doverosamente un passo fondamentale:
«Tentazione e vocazione della letteratura contemporanea è scrivere il libro che contenga in sé l’universo diventando un’enciclopedia[3] […] il che può identificarsi con il nulla. Decisivo è, invece, per lo scrittore – nel momento in cui ha a disposizione il mondo, una somma di informazioni, di esperienze, di valori – distaccarsi dalla potenzialità illimitata e multiforme del narrabile e decidere di isolare e rendere raccontabile una singola storia nella molteplicità delle possibili».[4]
 
 
In questo senso l’incipit, definito «atto rituale e canonico di individuazione»,[5] costituisce per lui una sorta di gravosa e ardua assunzione di responsabilità (non a caso Se una notte d’inverno un viaggiatore si presenta come un metatesto “per germinazione” di soli inizi) finalizzata a ritagliare/definire “una” storia che non può né deve includere “tutte” le storie ma – semmai, e se vi riesce – una porzione in sé conclusa dell’Universale. Che, nella fattispecie, ad un “oltre” la trama debba assolutamente rinviare è quanto sostiene la scrittrice Flannery O’Connor, secondo la quale la narrativa – che non può non riguardare «tutto ciò che è umano» nella sua sperimentabile concretezza (la linea anglo-americana della prosa novecentesca su questo non transige, al contrario di quella europea) – deve approdare, o tentare di farlo, a una dimensione anagogica «per cui, in una trama, l’accumulo di significato del dato reale fa acquisire valenza simbolica alla vicenda stessa […] in un buon racconto accade sempre di più di quanto riusciamo a cogliere […] ed esso può dirsi riuscito se continua a sfuggirti di mano e puoi vederci qualcosa d’altro».[6]
Ai fini del nostro discorso, questo comporta appunto il doveroso rischio – che Auster in 4321, come altri del resto, non ha voluto correre – di scegliere ciò che si “deve” scrivere, rinunciando a tutto quello che si “potrebbe” scrivere o è “servito” a scrivere: quasi che, per rendere convincente e solido l’esito conclusivo, sia auspicabile, se non necessario, definire minuziosamente i 7/8 del proverbiale iceberg di Hemingway («il materiale che posso eliminare e lasciare sott’acqua perché il mio iceberg sia sempre più solido»),[7] peraltro del tutto estraneo alla noiosa accademia delle teorie della letteratura (solo George Plimpton riuscì miracolosamente – pare con l’aiuto di qualche daiquiri – ad ottenere dallo scrittore memorabili considerazioni teoriche sull’arte di scrivere e narrare raccolte nel testo citato).
Dalle 980 pagine di Paul Auster siamo partiti, con le 5132 della Recherche terminiamo, azzardando un riferimento irriverente per la valenza assolutamente incomparabile delle rispettive opere… si tratta solo di anticipare una possibile e legittima obiezione. Senza pretendere di affrontare dal punto di vista critico la questione, ci limitiamo a sottolineare che Marcel Proust, nell’avventura interiore più esclusiva ed estrema che un lettore possa vivere, non ha “incluso”, ma “escluso” tutto. Circoscritto un momento ben preciso nella «pluralità dell’indifferenziato, ha cercato il Cosmo dentro di sé»:[8] se lo ha dilatato in tempi e modi mai emulati è grazie a un irripetibile talento narrativo, vero “dono” (termine caro alla O’Connor) della Letteratura destinata a rimanere.
Come, per tornare a Hemingway, Vecchio al ponte, uno dei Quarantanove racconti. Sessantacinque righe… 

 
Paul Auster
4321
trad. di Cristiana Mennella
Torino, Einaudi, 2017, pp. 944, € 25,00 


[1] ITALO CALVINO, “Il mare dell’oggettività” in Una pietra sopra, Einaudi, Torino 1980.
[2] STEFANO ERCOLINO, Il romanzo massimalista, Bompiani, Milano 2015.
[3] Nostro il corsivo.
[4] ITALO CALVINO, Lezioni americane, Mondadori, Milano 2002, passim pp. 137-156.
[5] “La storia della letteratura è ricca di incipit memorabili, mentre i finali che presentino una vera originalità come forma e come significato sono più rari, o almeno non si presentano alla memoria così facilmente”, ivi, p. 153. Proprio all’importanza dell’incipit “dove tutto ha inizio”, ha dedicato interessanti riflessioni lo scrittore JAMES SALTER nel saggio pubblicato postumo L’arte di narrare, Guanda, Milano 2017 (cfr. in particolare pp- 46-47).
[6] FLANNERY O’CONNOR, Nel territorio del diavolo, Minimum fax, Roma 2016, pp. 44-45 e 64-65.
[7] ERNEST HEMINGWAY, Il principio dell’iceberg, Il melangolo, Genova 1996, p. 61.
[8] ITALO CALVINO, Lezioni americane, cit., p. 143

giovedì 29 marzo 2018


MAPI – “Il vecchio” (racconto breve)
 

 
La casa è immersa nel silenzio, un pesante silenzio rotto appena dal crepitio intermittente della legna che brucia nel grande camino. Poca legna, in verità, appena due o tre pezzi dai quali si sprigiona una fiamma anemica che a volte scoppiettando e sibilando sembra voler fuggire su per la cappa, a volte si nasconde in agonia fra la legna. Il vecchio con un lungo soffietto di ferro muove la poca brace, la fiamma sembra riprendere vigore e mille scintille giocano a rincorrersi, simili a petali rossi di un fiore che man mano si disfano nel nero camino.
Quel fiore piace al vecchio, gli mette allegria, gli ricorda i grandi fiori dei fuochi artificiali delle feste della sua infanzia. Che corse, da bambino, per arrivare sull’aia da cui si potevano veder partire i razzi che in alto si aprivano come grossi ombrelli… Il cielo diveniva rosso, verde, giallo, azzurro… E mille corolle di fiori piovevano come stelle frantumate. 
Che gioia, ma anche tristezza, perché quei fuochi significavano la fine della festa e il ritorno al lavoro dei campi.
Ai suoi tempi a scuola andavano solo i figli dei ricchi, i bambini poveri il pane dovevano guadagnarselo in qualunque modo. Il vecchio se lo guadagnava portando le pecore al pascolo. Non erano molte, ma vi erano anche due caprette, una delle quali candida come la neve, con le corna striate e lunghe, e un campanellino appeso al collo che suonava ad ogni passo della bestia. Il bimbo passava l’intera giornata sui campi pieni di sole, di verde. Giocava a rincorrersi con le caprette, parlava al piccolo gregge e si sentiva l’anima leggera. Respirava  a pieni polmoni l’aria fresca del mattino ricca di profumi, mentre gli giungeva dal paese, portata dal vento, il suono della campanella che chiamava a scuola i suoi coetanei.
Un senso di malinconia lo invadeva mentre si immaginava seduto a un banco di scuola ad ascoltare la voce del maestro che lo trasportava verso mondi sconosciuti. Era il suo sogno! Fantasie di un bambino che il destino aveva ancorato alla terra, al lavoro dei campi, alla custodia delle pecore.
Ora la fiamma è più scura, lambisce i pezzi di legno come una carezza e si allunga festosa verso l’alto, lasciandosi dietro il rosso brillante dei carboni. Le lingue di fuoco illuminano il magro viso del vecchio: gli occhi stretti formano due lunghi solchi sulla fronte, illuminano i baffi che vanno su e giù col muovere delle labbra e le profonde cicatrici delle mani, indurite dal lavoro dei campi. Questa legna è buona, pensa il vecchio, tarda a prendere fuoco ma ti ripaga con tanto calore.
Quanta ne aveva tagliata da giovane nel bosco! Si rivede dietro il grigio steccato che separava la sua masseria della strada sassosa. Con quanto orgoglio caricava il basto del suo mulo con tronchi ben tagliati, ben sistemati in perfetto equilibrio sui due fianchi della bestia. Non era mai stanco e i suoi vent’anni non sentivano la fatica. Quando sollevava sulle spalle quei grossi tronchi, i muscoli delle braccia si gonfiavano e si indurivano e tutta la sua figura acquistava la bellezza di una statua greca. Erano belli i suoi vent’anni, pieni di entusiasmo, di gioia di vivere!
Alza la testa e, attraverso le palpebre socchiuse, su una foto appesa al muro vede la dolcezza del sorriso della sua Maria e gli sembra di riascoltare la soavità della sua voce. Qualche volta vorrebbe togliere quella foto dal muro, perché vederla gli stringe il cuore e lo fa sentire solo. Troppo presto se n’era andata…
Nella vaga luce della fiamma chiude  gli occhi e si perde nei ricordi. Rivede la sua casa, ogni angolo, ogni stanza gli ricorda bambini felici schiamazzanti: i suoi figli! La mente sembra si compiaccia a presentargli soltanto ricordi dolorosi. Ora la fiamma è del tutto spenta. I carboni perdono lo splendore, diventano cenere: la stanza è nell’ombra. Il vecchio non ha voglia di attizzare il fuoco, nessuna fiamma riuscirebbe a scaldarlo, nessuna fiamma riuscirebbe a fugare il freddo che si è impadronito del suo cuore.
Due guerre, due figli perduti! Un grido muto gli scuote le pareti del cuore, lo stringe alla gola, indurisce i muscoli del viso. Perché loro? Perché non io? Cosa ci faccio io qui, vecchio e stanco? Albero senza rami e senza più frutti?
Appoggia le mani sulle ginocchia, piega la testa sul petto e si abbandona all’onda dolorosa dei ricordi.
Rivede i carabinieri entrare in casa: il suo cuore aveva rallentato i battiti al lieve bussare della porta, quasi presagisse la tragedia che stava per abbattersi nella sua casa.
Era un eroe?
Sapeva soltanto che il sangue del suo sangue non avrebbe più varcato la soglia di quella porta: il giovane figlio non avrebbe più riempito quella casa con la sua esuberanza, la sua allegria, il suo attaccamento al lavoro.
Era fiero di lui quando insieme portavano avanti con lo stesso ritmo le grandi falci nella fienagione o quando insieme alzavano con le vanghe grosse zolle di terra. Il ragazzo gli comunicava la sua forza, il suo ottimismo, la sua allegria.
Non erano solo padre e figlio, erano due amici: bastava uno sguardo per capirsi, per sentirsi complici nei discorsi fra gli amici. Ora lui non c’era più. Era rimasto solo Antonio, sedici anni.
Ma il tempo passa inesorabile!
Purtroppo non si muore di dolore, e il lavoro dei campi, la custodia, la cura degli animali non permettevano rilassamenti o abbandoni. Il leone che era in lui si risvegliò, riprese il sopravvento, così col secondo figlio si gettò di nuovo nella fatica. Non poteva e non doveva arrendersi!
Il dolore, il vuoto, il rimpianto, erano insopportabili; il lavoro rappresentava per lui un’ubriacatura, uno stordimento, bisognava stringere I denti e andare avanti.
Un’altra guerra!
Cosa può capire un contadino di conquiste, alleanze o espansioni? Il suo orizzonte si restringe al campo, alla casa, al paese. A lui interessa solo un raccolto abbondante, e che non ci siano gelate o grandinate. È felice solo quando può dire: questa è una buona annata!
Erano passati anni dalla perdita del primogenito e il dolore si era attenuato. Gli avevano assegnato una pensione di guerra e sulla parete era appeso un attestato con due medaglie di bronzo.
ll secondo figlio si era sposato e gli aveva regalato due nipotini che qualche volta lo facevano sorridere. Per questa seconda guerra loro erano piccoli, e il padre quasi anziano.
Il vecchio si preparava ad affrontare una vecchiaia serena. Ogni mattina si recava in campagna, rimaneva tutta la giornata seduto sotto un ulivo a pensare, ricordare, a fare il bilancio della sua vita… Il tramonto del sole e il crepuscolo lo coglievano di sorpresa: bisognava tornare a casa, sarebbero stati in pensiero per lui.
Ma ecco il secondo appuntamento con la morte!
Un’altra tragedia si abbatte sulla famiglia: questa guerra, che egli non temeva, gli porta via anche il secondogenito, fucilato dai tedeschi.
Il buio cala nella casa.
A questo ricordo, grosse lacrime scivolano lungo le guance infossate, si incanalano tra le pieghe delle rughe, si poggiano sui baffi come gocce di rugiada.
Finalmente il vecchio piange!
Il suo è un pianto silenzioso, accorato: ogni lacrima un pezzetto di cuore, una speranza delusa. Rivive la sua angoscia e, come un leone ferito, aspetta la morte: non dovrebbe tardare!
 
 
Nata a Uccle (Belgio), di origini abruzzesi, Mapi si è laureata in Filosofia alla Sapienza di Roma. Ha insegnato Lingua e Letteratura italiana e Storia per trentatre anni nei trienni delle scuole superiori. Ha pubblicato i romanzi L’amore corre via internet (Europa edizioni, 2013) e Storia di Carlo… ovvero il dolore di una madre (Irda edizioni 2015). Nel 2016 ha dato alle stampe le sillogi poetiche Parole del cuore e Colori dell’anima (entrambi di Irda edizioni). Con Le Mezzelane ha pubblicato i versi Le scale del tempo (2017) e Il vento della vita (di prossima uscita).
 

 

Il racconto di Mapi esordisce entro l’orizzonte di uno status realistico e dettagliato in cui seguiamo l’avvicendarsi della “vita” e della “morte” attraverso una quantità di legna arsa nel grande camino: dall’iniziale «crepitio intermittente» sino a quando «la fiamma è del tutto spenta, i carboni perdono lo splendore, diventano cenere: la stanza è nell’ombra». Ne emerge un effetto di smarrimento, bilanciato dalla salda gamma di segni e segnali che lo armonizza: capace di collaborare con energia di espressione alla sintassi espositiva e sentimentale di un ethos del “fuoco” – ovvero, del vissuto – all’altezza di consumarla, verificarla, ridurla in tracce distinte, senza comunque gestire la facoltà di annullarla.
Attraverso il veicolo della voce del “vecchio” protagonista, la trama-intreccio esorta a condividere il pensiero dominante dell’esistenza interpretata con l’aspetto fisico dei luoghi e le sfumature commoventi degli affetti, però in una località letteraria idealizzata, di stampo visionario. In tale piano descrittivo agiscono, nell’esperienza e nella memoria indelebile, i componenti della famiglia, solidali e, per disgrazia, di colpo allontanati dalla genuina unione maturata negli anni.
L’andante narrativo in atto è nondimeno immerso nell’iter semantico di un inquietante, trascendente ed eterno interrogativo sul nodo cruciale del vivere, incentivato dal rapporto di successione tra principio e fine, dal bagliore della luce al buio oscuro. Benché il divenire si svolga in virtù di un tocco semiotico assolutamente polivalente e denso di significati ulteriori, il plot del brano è sviluppato nell’area complessa della coscienza umana, artefice e succube di uno spazio popolato di fenomeni antitetici e di senso, con opposte direttive morali e logiche.
L’anziano padre, nel suo mosaico dal timbro emblematico e di congiunzione all’input del ricordo, lamenta la scomparsa della moglie annientata da una malattia, e dei due figli, ciascuno vittima di una differente “guerra”. Seppure assecondando un’aura sconosciuta e arcana, quasi di integra spiritualità, celebra una giovinezza serena e forte trascorsa in campagna, malgrado il rammarico di non aver avuto i mezzi economici per studiare (come «i figli dei ricchi»), associando, chissà, questi lutti a un ambito collettivo legato all’archetipo-urbanesimo e alle città odierne.
Il paesaggio rievocato e la bellezza corporea della gioventù indirizzano, dunque, verso una lettura simbolica sorretta da un rituale di linguaggio cadenzato, con pause curate ed efficaci. Trapela un quadro reale o verosimile, relativo a quanto osservato o percepito: di frequente, nella norma, invece diffuso e proiettato in un sistema di riferimenti intimi. La pena straziante e l’angoscia acquisiscono un alone di dignità suprema, sospendendo, nella rete misteriosa di significanti dell’autrice, la natura di un “materiale”, di un hic et nunc incidentale, terribile e deteriore.
Ecco l’habitat bucolico, con «le pecore al pascolo», tra cui anche «due caprette, una delle quali candida come la neve»: un quadro accompagnato in un’elegante tensione temporale da «un campanellino appeso al collo che suonava ad ogni passo della bestia». L’insigne Giacomo De Benedetti, riguardo a un contesto in versi dal contenuto parallelo, ha sottolineato lo scaturire di «una visione ancora naturalistica in pura immagine, immagine in pura analogia, con tutta la sua pregnanza di suggerimenti e di associazioni molteplici e simultanee».
Metafore e metonimie del racconto evolvono e diventano ospiti di patrimoni comuni, quelli identificati da Mallarmé in unità di vocabolo e pertinenza dove «le parole della tribù, del gregge» sostengono la rottura del diaframma tra l’arte e la storia. Atteggiamento coraggioso, se valutato nei confronti del conflitto bellico in sé, di cui, non a caso, il filosofo tedesco del XX secolo Ernst Jünger, in Der Kampf als inneres Erlebnis (La lotta come esperienza interiore, 1922), ha scritto: «La guerra non è solamente nostra madre, è anche nostro figlio. Se essa ci ha creati, noi l'abbiamo generata. Noi siamo dei pezzi forgiati, cesellati, ma siamo ugualmente quelli che brandiscono il martello e maneggiano lo scalpello, insieme fabbri e acciaio scintillante, operai della nostra sofferenza, martiri della nostra fede».
Nelle righe conclusive del racconto di Mapi, siamo coinvolti nel pianto dell’anziano, disperato per i dolori subiti e presenti, in attesa che Thánatos (Θάνατος, nel pantheon greco, dio della Morte, discendente dalla divinità Nύξ- Nýx, Notte, con il gemello di Ὕπνος-Ipnos, nume del Sonno) lo raggiunga: infatti, «non dovrebbe tardare!».
Tuttavia, quando l’autrice precisa che le lacrime «poggiano sui baffi come gocce di rugiada», il messaggio risulta chiaro e persuasivo. Ebbene, sì, proprio sulla «rugiada». Allora è spontaneo riflettere: quale migliore e più autentico simbolo di rinascita, còlta negli albori preziosi e ricchi di aspettative future? (c.b.)

 

domenica 25 marzo 2018


“La Ragunanza” – Il bando di concorso – 5^ edizione

Fino al 31 marzo è possibile partecipare a La Ragunanza, concorso letterario per poesia e prosa. Quest’anno si festeggia il 5° anniversario con un bando dedicato alla Natura: possono partecipare singoli componimenti, sillogi, racconti brevi, libri e short-movie. La scadenza per l’inoltro dei testi è sabato 31 marzo. La cerimonia di premiazione è fissata per domenica 20 maggio a Roma, all’interno di Villa Pamphilj, nella Sala del Bel Respiro. Qui di seguito il bando integrale con le modalità di partecipazione.

 
5^ Ragunanza di poesia, narrativa e short movie

La partecipazione alla 5^ ragunanza di “POESIA, NARRATIVA & SHORT MOVIE” è aperta a tutti coloro che, dai 16 anni in su - per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci - senza distinzioni di sesso, provenienza, religione e cittadinanza, accettano i tredici (13) Articoli qui specificati. La frase sopra menzionata “per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci“, vuol dire che chi non ha compiuto 16 anni può partecipare alla QUINTA RAGUNANZA, previa l’autorizzazione scritta e firmata da entrambi i genitori che dovranno allegare alla loro autorizzazione la fotocopia della loro carta d’identità. I nostri GIURATI, i cui nomi saranno resi noti solo a conclusione della votazione, valuteranno gli scritti pervenuti e gli short movie spediti per e-mail, a loro insindacabile giudizio! Il REGOLAMENTO per la V Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & SHORT MOVIE, prevede cinque sezioni:

I sez.: POESIA “NATURA”

II sez.: SILLOGE DI POESIA “A TEMA LIBERO”

III sez.: NARRATIVA “NATURA”

IV sez.: NARRATIVA LIBRO “A TEMA LIBERO”

V sez.: SHORT MOVIE “NATURA” e “A TEMA LIBERO”

La tematica di tutte e cinque le sezioni, trattandosi di “ragunanza”, termine in uso nell’Arcadia di Christina, dovrà almeno contenere dei riferimenti alla natura che ci accoglie.

Per la I sezione, la POESIA “NATURA”, che sarà da Voi scritta, nel rispetto della sintesi poetica, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente e che troppo spesso immolano la loro vita per il bene comune.

Per la II sezione, la SILLOGE DI POESIA EDITA “A TEMA LIBERO”, che sarà da Voi già stata pubblicata (o da Casa Editrice o in proprio) e che decidete di far partecipare a questa V Ragunanza, si presenterà quindi come un libretto, potrà trattare qualsiasi tematica, essendo “A TEMA LIBERO”, e potrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali, che abbracciano il genere umano.

Per la III sezione, NARRATIVA “NATURA”, si intende un racconto breve di un massimo di tre pagine numerate, che sarà da Voi scritto in word, in Times New Roman, in carattere 12 o 18 a Vs scelta, ma che rispetti in tutte le loro parti i 13 Articoli di questo Regolamento.

Il racconto breve, proposto all’insindacabile giudizio dei nostri giurati, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente e che troppo spesso immolano la loro vita per il bene comune.

Per la IV sezione, NARRATIVA LIBRO “A TEMA LIBERO”, che sarà da Voi già stato pubblicato (o da Casa Editrice o in proprio) e si presenta quindi in forma di libro, potrà trattare qualsiasi tematica, essendo “A TEMA LIBERO”, e potrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali e filosofici, che abbracciano il genere umano.

Per la V sezione, SHORT MOVIE “NATURA” e “A TEMA LIBERO”, si tratta di girare, di riprendere, anche con il Vs telefonino, in un unico piano sequenza ovvero, senza stacchi o interruzioni di sorta, da un minimo di 1’ ad un massimo di 3’ di registrazione, dove logicamente non ci sarà bisogno alcuno ne di montaggio ne di doppiaggio, in quanto sarà in presa diretta, con l’eventuale voce o suono naturale o musica. Il Vs prodotto sarà così proposto all’insindacabile giudizio sia del nostro giurato specializzato in filmati sia dei nostri giurati, che daranno la loro valutazione. Secondo la Vs scelta potrete registrare, riprendere, soggetti così, come si trovano in “NATURA”, altrimenti per l’altra modalità proposta dal Ns Regolamento, “A TEMA LIBERO, potreste optare registrando, riprendendo, qualsiasi soggetto a tema libero appunto, e potrà, il Vs breve filmato, spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali e filosofici, che abbracciano il genere umano.

È questo l’intento e l’obiettivo della rinnovata “ragunanza” nell’ambiente bucolico di Villa Pamphilj a ricordo dei raduni, delle adunanze, organizzati da S.A.R. Christina di Svezia.

Art.1 Si richiede per la V Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & SHORT MOVIE, che il testo, la POESIA, sia compreso in un massimo di una (1) pagina word e scritto in Times New Roman, a carattere 12 o 18 e che si rispettino in tutte le loro parti i 13 Articoli, i quali specificano le norme, i diritti, i requisiti e le leggi di questo regolamento.

Art.2 La POESIA della sezione “NATURA” dovrà essere inedita e, per concorrere, andrà spedita via e-mail a apsleragunanze@gmail.comindicando e specificando la sezione da voi scelta:

Quinta Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & SHORT MOVIE

Sezione I: POESIA “NATURA”

1.La POESIA sarà ammessa solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso. I dati del concorrente sopra indicati andranno scritti in un foglio “a parte” e spediti insieme al foglio dove sarà scritta la Vostra POESIA che concorrerà.

Ai nostri giurati sarà fatta pervenire la Vs POESIA in forma anonima.

1.La “SILLOGE DI POESIA EDITA A TEMA LIBERO”, per concorrere, andrà spedita in pdf via e-mail a apsleragunanze@gmail.com indicando e specificando la sezione da voi scelta in questo modo:

Quinta Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & SHORT MOVIE

Sezione II: POESIA “SILLOGE DI POESIA EDITA A TEMA LIBERO”

La SILLOGE già pubblicata – o da Casa Editrice o in proprio – sarà ammessa solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso; questi dati saranno scritti su foglio a parte, che conterrà i dati ulteriori dell’Autore, nonostante appaia sul libro solo il nome ed il cognome dell’Autore della Silloge.

La Silloge di poesia, il libro, potrà essere spedita a scelta del partecipante, o con Raccomandata R/R o con piego di libri in una (1) unica copia a: A.P.S. “Le Ragunanze” c/o Michela Zanarella – Via Fabiola, 1 – 00152 Roma.

Congiuntamente dovrà comunque e pertanto arrivare, in pdf la Vostra silloge alla e-mail: apsleragunanze@gmail.com indicando nell’oggetto la sezione ovvero: sezione POESIA “SILLOGE DI POESIA EDITA A TEMA LIBERO”

La Raccomandata R/R tranquillizza il partecipante ed assicura dell’avvenuta ricezione da parte dell’A.P.S. “Le Ragunanze”

Nel foglio inserito nella busta, che conterrà la silloge (il libretto), dovranno essere specificati i dati dell’autore: nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso.

2.Il “RACCONTO BREVE di NARRATIVA A TEMA “NATURA”, per concorrere, andrà spedito via e-mail a apsleragunanze@gmail.comindicando e specificando la sezione da voi scelta in questo modo:

Quinta Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & SHORT MOVIE

Sezione III: NARRATIVA/RACCONTO BREVE “NATURA”

Il RACCONTO BREVE sarà ammesso solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso, dati che saranno scritti in un foglio “a parte”, e spediti insieme al Racconto Breve che concorrerà.

Ai nostri giurati sarà fatto pervenire il Vs Racconto breve in forma anonima, per cui saranno esclusi racconti firmati.


2.Il LIBRO DI NARRATIVA “A TEMA LIBERO”, per concorrere, andrà spedito in pdf via e-mail a apsleragunanze@gmail.com indicando e specificando la sezione da voi scelta in questo modo:

Quinta Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & SHORT MOVIE

Sezione IV: NARRATIVA LIBRO “A TEMA LIBERO”

ovvero, il Vostro romanzo, la Vs opera, potrà riguardare tematiche varie essendo “A TEMA LIBERO” e potrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali e filosofici che abbracciano il genere umano, i sentimenti, oltre alla fauna che regna nel nostro pianeta Terra. Il libro già pubblicato – o da Casa Editrice o in proprio – sarà ammesso solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso; questi dati saranno scritti su foglio a parte, che conterrà i dati ulteriori dell’Autore, nonostante appaia sul libro solo il nome ed il cognome dell’Autore del romanzo di narrativa a tema libero.

Il libro, potrà essere spedito a scelta del partecipante, o con Raccomandata R/R o con piego di libri in una (1) unica copia a: A.P.S. “Le Ragunanze” c/o Michela Zanarella – Via Fabiola, 1 – 00152 Roma.

Il Vostro libro “a tema libero” sarà fatto pervenire ai Nostri giurati in pdf e sarà esposto nel giorno della Premiazione.

3.Lo “SHORT MOVIE”, per concorrere, andrà spedito via e-mail a apsleragunanze@gmail.com indicando e specificando la modalità da voi scelta:

Quinta Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & SHORT MOVIE

Sezione V:

SHORT MOVIE modalità “NATURA”

SHORT MOVIE modalità “A TEMA LIBERO”

Il Vs SHORT MOVIE, nella modalità da Voi scelta: Natura o A Tema Libero, va inoltrato tramite il trasferimento file di DropBox o WeTransfer alla e-mail: apsleragunanze@gmail.com

Le opere filmiche le quali nelle relative due sezioni si posizioneranno al I posto, saranno proiettate nella giornata della premiazione.

La “motivazione” che sarà letta dall’ideatore del Festival del Corto di una cittadina nei pressi di Roma, e che per ovvi motivi non sveleremo in questo Regolamento, fa parte della giuria. Non si esclude la proiezione del corto vincitore nel Festival del Corto.

La premiazione contempla l’assegnazione di una coppa ai primi classificati per ognuna delle due modalità dello SHORT MOVIE: “Natura” e a “Tema Libero”.

L’assoluta competenza e serietà dei giurati permetterà una giusta assegnazione della votazione che porterà alla graduatoria finale.

Art.3 Le modalità espressive della POESIA, della SILLOGE, del RACCONTO BREVE, del LIBRO e dello SHORT MOVIE ripartito nelle due modalità, non dovranno essere offensive né ledere la sensibilità e/o la dignità del lettore, dell’ascoltatore, del visore e della persona chiamata in causa a “giudicare” e a leggere. Le opere che non ottemperano quanto specificato nell’articolo 3 saranno automaticamente escluse.

Art.4 La partecipazione è soggetta alla tessera associativa equivalente ad € 10,00 per ogni sezione, che sottintende la presenza dell’autore concorrente ed include le spese di segreteria; la partecipazione ad una delle cinque sezioni non esclude la partecipazione alle altre sezioni di questo Regolamento.

Art.5 La scadenza per l’inoltro dei testi è fissata a sabato 31 marzo 2018;

Art.6 Il giudizio della giuria è insindacabile;

Art.7 La partecipazione al concorso comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento ed il partecipante dovrà essere presente il giorno della ragunanza per la lettura delle POESIE e di alcuni stralci di brani tratti dal LIBRO di Narrativa, secondo la graduatoria di premiazione di fronte agli astanti e per la descrizione breve “a commento” del proprio filmato, lo SHORT MOVIE.

Sono ammesse deleghe solo in presenza “certa” del delegato a ritirare il premio assegnato, il quale si dovrà mettere in contatto con la segreteria del PREMIO, confermando il nome del delegato, almeno un mese prima: apsleragunanze@gmail.com;

Art.8 Qualora il premiato o il suo delegato non fosse presente, il suo riconoscimento decadrà e non sarà spedito alcun riscontro di quanto da lui vinto.

Art.9 I partecipanti, le cui loro opere di poesie, sillogi, racconti brevi, romanzi e short movie nelle due modalità, siano state selezionate per la premiazione, la lettura e la proiezione in pubblico, saranno informati sui risultati delle selezioni mediante e-mail personale e segnalazione nel sito dell’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze”: www.leragunanze.altervista.org

Art.10 Le POESIE di entrambe le sezioni scelte e premiate così come la NARRATIVA breve e a libro, saranno presentate e lette in pubblico il giorno della PREMIAZIONE ossia, DOMENICA 20 MAGGIO 2018, dalle ore 10,30 fino al termine delle letture e delle relative PREMIAZIONI all’interno di Villa Pamphilj nella Sala del Bel Respiro, conosciuta come antica vaccheria dei principi Pamphilj, di fronte al bistrot del parco.

Gli SHORT MOVIE di entrambe le modalità da Voi scelte, Natura o a Tema Libero, e premiati, saranno proiettati nello schermo allestito per l’occasione nell’antica vaccheria dei principi Pamphilj nel momento specifico della loro premiazione. Al termine della PREMIAZIONE le opere potranno essere diffuse su YouTube con l’autorizzazione dei rispettivi proprietari dell’opera, previo nulla osta del giurato Direttore del Festival del corto, il beneplacito del Presidente del Premio e l’approvazione della Presidente dell’A.P.S. “Le Ragunanze”.

Qualora per suggestione o timidezza l’autore decidesse di non leggere o di non commentare la propria opera in pubblico, questa sarà letta o commentata da un attore o un’attrice o da un critico d’arte, che darà professionalità all’evento stesso esaltando al contempo la poesia, la narrativa, o l’opera filmica dell’autore, accompagnata dalla lettura della motivazione dei giurati.

Art.11 A tutti i selezionati sarà inviato, con largo anticipo, l’invito a partecipare alla PREMIAZIONE, al reading e alla proiezione.

 
La POESIA sulla “NATURA” e una poesia a scelta estratta dalla “SILLOGE”, che saranno lette in pubblico e ritenute idonee dal giudizio insindacabile dei giurati, saranno inserite nell’antologia di POESIA, che conterrà anche alcuni stralci dai libri di NARRATIVA a Tema Libero oltre ai RACCONTI BREVI premiati. Nell’antologica ci saranno i relativi link degli SHORT MOVIE premiati.

L’antologia di Poesia, Narrativa & Short Movie sarà edita dalla Casa Editrice “Le Mezzelane”, ritenuta la più idonea poiché oltre alla serietà editoriale non richiede alcun impegno finanziario per questa pubblicazione che sarà disponibile, nella classica antologia “Le Ragunanze”, nella giornata di PREMIAZIONE, e comunque acquistabile nelle librerie virtuali e fisiche tramite il codice ISBN che le verrà attribuito.

Art.12 I PREMI saranno così suddivisi:

Quinta Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & SHORT MOVIE.

1.POESIA sez. “Natura”:

– primo classificato: (coppa) l’abbonamento per un anno alla rivista Leggere Tutti: www.leggeretutti.net

– secondo classificato: (targa)

– terzo classificato: (medaglia)

2.POESIA sez. SILLOGE DI POESIA EDITA a “Tema Libero”

– primo classificato: (coppa)

– secondo classificato: (targa)

– terzo classificato: (medaglia)

3.NARRATIVA BREVE a tema “NATURA”

– primo classificato: (coppa)

– secondo classificato: (targa)

– terzo classificato: (medaglia)

4.NARRATIVA EDITA – libro – a “Tema Libero”

– primo classificato: (coppa)

– secondo classificato: (targa)

– terzo classificato: (medaglia)

5.SHORT MOVIE

In modalità “NATURA”

– primo classificato: (coppa)

In modalità “A TEMA LIBERO”

– primo classificato: (coppa)

Per i primi classificati della sezione SHORT MOVIE nelle due modalità, è prevista la proiezione dei corti nell’ambito del Festival del Cortometraggio.

Saranno consegnate le Menzioni d’Onore (cartiglio pergamenato con i loghi: (al centro in alto in solitaria) Le Ragunanze, (in basso da sx a seguire) Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, EMUI, Golem informazione, Associazione Culturale Euterpe)

L’assegnazione della TARGA del PRESIDENTE dell’A.P.S. “Le Ragunanze” è a discrezione del PRESIDENTE.

* Nella sinergia tra l’A.P.S. “Le Ragunanze” e l’Associazione Culturale Euterpe è contemplata l’assegnazione del Trofeo, che verrà consegnato a discrezione del direttore della omonima rivista.

Tutti i partecipanti presenti, e solo i presenti, riceveranno brevi manul’attestazione di partecipazione alla Quinta Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & SHORT MOVIE per aver concorso con l’opera, anche se questa non si è posizionata tra i vincitori.

Art.13 Nel file d’invio a apsleragunanze@gmail.com includere dati personali, indirizzo postale, indirizzo e-mail, telefono, breve nota biografica, (per i minorenni includere anche l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci con la fotocopia della loro carta d’identità) la dicitura “SARÒ PRESENTE”, fotocopia del versamento di € 10,00 (per i soci già iscritti all’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze” la quota è di € 5,00 – Si ricorda comunque che la tessera ha valore annuale) da effettuare tramite ricarica Postepay n° 5333171018479663 intestato a Michela Zanarella, C.F.: ZNRMHL80L41C743L o in contanti nel plico di spedizione per i diritti di segreteria; in calce al testo, la seguente dichiarazione firmata:

“Dichiaro che i testi delle POESIE, dei RACCONTI e i VIDEO da me presentati a codesto concorso sono opere di mia creazione personale.

Sono consapevole che false attestazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge.

Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003) e la lettura e la diffusione del testo per via telematica e nei siti di Cultura della Poesia, della Narrativa e dell’Arte, nel caso venga selezionato, dai giurati del concorso Quinta Ragunanza di POESIA, NARRATIVA & SHORT MOVIE”

A maggio 2018, l’associazione di promozione sociale ‘Le Ragunanze’, nel V anno dell’omonimo Premio internazionale per la poesia, la narrativa e lo ‘short movie’, consegnerà la Targa ‘Anastasia Sciuto’ a un giovane talento dell’arte drammatica, cinematografica e televisiva, nel plauso dell’impegno artistico della giovane.

All’ingresso del pubblico sarà consegnato un foglietto numerato il quale darà diritto alla MEDAGLIA MAGNETIZZATA DI PRESENZA che riporterà a fronte il logo de “Le Ragunanze”, e a retro “V Ragunanza 2018”.

Il numero sarà estratto dalla più giovane presenza di domenica 20 maggio 2018.

Referenti concorso:

La Presidente dell’A.P.S. “Le Ragunanze”, Michela Zanarella

Coordinatore e Vicepresidente, Giuseppe Lorin

Segretario, Alberto Bivona

@: apsleragunanze@gmail.com

“EMUI”, European Mediterranean University Institute, Presidente Romàn Reyes

“Golem informazione”, diretto da Roberto Ormanni

MOVIE CLUB Film Festival, Palestrina

Uff. Stampa dell’evento: Pressliveitalia