Marco CAMERINI – “4321” di Paul Auster
Mezzo secolo di Novecento americano
nell’ultimo, lunghissimo romanzo dello scrittore statunitense Paul Auster. La
recensione di Marco Camerini
Paul Auster, straordinario narratore nell’immaginario
collettivo dei suoi tanti appassionati ammiratori e nel riconoscimento unanime
della critica militante (per la sin troppo citata Trilogia di New York, ma anche per gioielli dimenticati come La musica del caso e Il libro delle illusioni), ha scritto un
libro di 940 pagine, 4321 (Einaudi, 2017), in cui
descrive – ricostruendo con dovizia di suggestioni/citazioni/riferimenti
storici, socio-culturali, politici, letterari, musicali, cinquant’anni di
Novecento americano – le possibili vite (quattro…ci pare bastino) di Archie Ferguson,
nato il 3 marzo 1947 a Newark, New Jersey: come lui, come Ph. Roth che ha contribuito
a farne un archetipo geografico della narrativa postmoderna.
Uno degli intrecci più ampi – stavamo scrivendo:
lunghi – degli ultimi anni corrisponde a una delle nostre recensioni più brevi,
di fatto già terminata. Perché 4321 è
lo spunto per analizzare una tendenza della prosa contemporanea – cui l’autore
ci sembra abbia ceduto – a comporre una sorta di “romanzo mondo” inclusivo
delle molteplici varietà e varianti del dicibile, quasi timoroso di scendere
sotto le 450 pagine e ansioso di tradurre in plot narrativo l’accadibile, oltre
l’accaduto. Non si tratta certo di una
querelle quantitativa (letterariamente/eticamente inaccettabile) che,
oltretutto, costringerebbe a mettere in discussione molti classici del secondo
‘800 russo e francese, insieme a un paio di capolavori (clamorosi in questo
senso…) del primo ‘900, ma di una breve riflessione narratologica.
Stefano Ercolino, in un recente, autorevole
contributo, ricorrendo al termine “massimalista” per definire il romanzo
contemporaneo, ne teorizza con lucidità «l’inclinazione ad oscillare tra
dominio del caos e potere dell’ordine […] dopo che quello postmoderno il caos
lo contemplava attonito» (il rischio di annegarvi e «arrendersi al mare
dell’oggettività» lo aveva ben intuito Calvino)[1] «mentre
la narrazione primo novecentesca aveva cercato le chiavi per penetrarvi».[2] Categoria
critica implicitamente – e sin troppo scopertamente – contrapposta al “minimalismo”
carveriano che parcellizza, nei frammentari momenti di una ordinaria ed
antiepica quotidianità, la trama narrativa ridotta al suo “grado zero” di
referenzialità, non per questo meno capace di restituire un’assoluta pregnanza
di senso che sconta un evidente debito con Joyce prima che con il venerato
Hemingway.
A questo punto sorprende quanto proprio il citato
Calvino, sin dal 1985, avesse felicemente anticipato l’orientamento che stiamo
analizzando nelle profetiche Lezioni
americane, di cui riportiamo doverosamente un passo fondamentale:
«Tentazione
e vocazione della letteratura contemporanea è scrivere il libro che contenga in sé l’universo diventando
un’enciclopedia[3] […] il che può
identificarsi con il nulla. Decisivo è, invece, per lo scrittore – nel momento
in cui ha a disposizione il mondo, una somma di informazioni, di esperienze, di
valori – distaccarsi dalla potenzialità illimitata e multiforme del narrabile e
decidere di isolare e rendere raccontabile una singola storia nella
molteplicità delle possibili».[4]
In questo senso l’incipit,
definito «atto rituale e canonico di individuazione»,[5]
costituisce per lui una sorta di gravosa e ardua assunzione di responsabilità
(non a caso Se una notte d’inverno un
viaggiatore si presenta come un metatesto “per germinazione” di soli inizi)
finalizzata a ritagliare/definire “una” storia che non può né deve includere
“tutte” le storie ma – semmai, e se vi riesce – una porzione in sé conclusa
dell’Universale. Che, nella fattispecie, ad un “oltre” la trama debba
assolutamente rinviare è quanto sostiene la scrittrice Flannery O’Connor, secondo
la quale la narrativa – che non può non riguardare «tutto ciò che è umano»
nella sua sperimentabile concretezza (la linea anglo-americana della prosa
novecentesca su questo non transige, al contrario di quella europea) – deve
approdare, o tentare di farlo, a una dimensione anagogica «per cui, in una
trama, l’accumulo di significato del dato reale fa acquisire valenza simbolica
alla vicenda stessa […] in un buon racconto accade sempre di più di quanto
riusciamo a cogliere […] ed esso può dirsi riuscito se continua a sfuggirti di
mano e puoi vederci qualcosa d’altro».[6]
Ai fini del nostro discorso, questo comporta appunto
il doveroso rischio – che Auster in 4321,
come altri del resto, non ha voluto correre – di scegliere ciò che si “deve”
scrivere, rinunciando a tutto quello che si “potrebbe” scrivere o è “servito” a
scrivere: quasi che, per rendere convincente e solido l’esito conclusivo, sia
auspicabile, se non necessario, definire minuziosamente i 7/8 del proverbiale
iceberg di Hemingway («il materiale che posso eliminare e lasciare sott’acqua
perché il mio iceberg sia sempre più solido»),[7]
peraltro del tutto estraneo alla noiosa accademia delle teorie della
letteratura (solo George Plimpton riuscì miracolosamente – pare con l’aiuto di
qualche daiquiri – ad ottenere dallo
scrittore memorabili considerazioni teoriche sull’arte di scrivere e narrare
raccolte nel testo citato).
Dalle 980 pagine di Paul Auster siamo partiti, con le
5132 della Recherche terminiamo, azzardando
un riferimento irriverente per la valenza assolutamente incomparabile delle
rispettive opere… si tratta solo di anticipare una possibile e legittima
obiezione. Senza pretendere di affrontare dal punto di vista critico la questione,
ci limitiamo a sottolineare che Marcel Proust, nell’avventura interiore più
esclusiva ed estrema che un lettore possa vivere, non ha “incluso”, ma
“escluso” tutto. Circoscritto un momento ben preciso nella «pluralità
dell’indifferenziato, ha cercato il Cosmo dentro di sé»:[8] se lo
ha dilatato in tempi e modi mai emulati è grazie a un irripetibile talento narrativo,
vero “dono” (termine caro alla O’Connor) della Letteratura destinata a
rimanere.
Come, per tornare a Hemingway, Vecchio al ponte, uno dei Quarantanove
racconti. Sessantacinque righe…
Paul
Auster
4321
trad.
di Cristiana Mennella
Torino,
Einaudi, 2017, pp. 944, € 25,00
[3]
Nostro il corsivo.
[5] “La
storia della letteratura è ricca di incipit memorabili, mentre i finali che
presentino una vera originalità come forma e come significato sono più rari, o
almeno non si presentano alla memoria così facilmente”, ivi, p. 153. Proprio
all’importanza dell’incipit “dove tutto ha inizio”, ha dedicato interessanti
riflessioni lo scrittore JAMES SALTER nel saggio pubblicato postumo L’arte di narrare, Guanda, Milano 2017
(cfr. in particolare pp- 46-47).
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