sabato 22 febbraio 2020


Piero SESIA -  "Gigli spezzati" (racconto breve)


Era un pomeriggio di un giorno di settembre ancora caldo, anzi direi proprio afoso, quello nel quale, sotto un noccioleto giovane e fresco, vidi per la prima volta quell’uomo.
Da due giorni appena io, nato nel 1933, XI anno dell’èra fascista, ero entrato nel mio dodicesimo anno di età.
Mia madre era stata per settimane sdraiata in un letto, preda di una malattia che ancora oggi non saprei se definire incurabile oppure eravamo noi troppo poveri per curarla. Poi, quasi improvvisamente, una mattina di pochi giorni prima di questo mio strano incontro, era andata via per sempre.
Mio padre, chiuso in un silenzio ostinato, provava a strappare la vita con i denti per tutti noi.
Poi c’era mia sorella. Mia sorella piccola. A quasi dieci anni ancora incapace di parlare, mangiare da sola, vestirsi.
E infine mio fratello. 19 anni. Chiamato a fare il soldato per la Repubblica di Salò aveva preferito, sin dalla primavera precedente, scappare con i partigiani. O con i banditi, a seconda dei punti di vista.
Io, da parte mia, trascorrevo le giornate aiutando mio padre in campagna e badando a mia sorella ma, soprattutto, vagavo senza meta e cercavo uva e pesche e prugne da rubare e a cui demandare il difficile compito di combattere una fame che, sia pur di derivazione secolare, risultava però ferocemente incattivita dalla guerra e dalle conseguenti ulteriori privazioni.
Vidi quell’uomo, stavo dicendo, e mi spaventai decisamente. 
Un giovane uomo con l’incedere così stanco e sofferente da apparire come un vecchio. Indossava, sopra una maglietta che nemmeno più ricordava di essere stata bianca, giacca e pantaloni invernali vistosamente rappezzati. Trascinava, con fatica e con aria smarrita, un enorme zaino gonfio oltremisura.
Ci arrestammo di colpo e all’unisono. Entrambi governati dalla paura e dalla diffidenza.
Per la verità io non compresi che timore potesse avere un ventenne alto quasi due metri e con muscoli vivi e vivaci nei confronti di un undicenne che, debbo ammettere, dimostrava financo meno della sua età.
E infatti fui io ad arretrare e a pensare di scappare il più velocemente possibile.
«Non scappare, ti prego. Non voglio farti del male. Fermati. Ti prego…».
Queste parole furono pronunciate in italiano, anche se condite da un accento che allora mi suonò semplicemente strano senza che riuscissi a comprenderlo.
Ma fu soprattutto quel «Ti prego…», ripetuto due volte, che mi bloccò, impedendomi di principiare a correre.
Ci avvicinammo l’un l’altro a minuscoli passi e con le braccia tese in avanti, come se il terreno fosse ricoperto di ghiaccio e noi volessimo evitare di scivolare e cadere.
Le nostre mani arrivarono così vicine da avvertire il reciproco tremolio, tanto accostate da respingersi robustamente come i poli opposti di due calamite, per poi riavvicinarsi cautamente.
«Io, John Lo Cicero» disse l’uomo indicando se stesso con una delle due mani.
«Mi chiamo Giovanni Lo Cicero, mio padre era italiano» aggiunse, pensando che italianizzando quel “John” avrebbe favorito la mia comprensione.
Seppi così che suo padre Tommaso era partito, poco più che ventenne, da Salerno a inizio secolo, che aveva venduto pizze per strada per venti anni a Filadelfia prima di aprire un ristorante italiano divenuto con il tempo molto famoso in città e che tutto questo daffare non gli aveva impedito di generare cinque figli, i tre maschi dei quali erano tutti in qualche parte del mondo a guerreggiare, mentre le figlie, rimaste nella cucina di un ristorante di Filadelfia,  facevano quello per cui erano state generate: pizze e spaghetti al pomodoro.
Ma un particolare colpì in maniera grande la mia fantasia di ragazzo.
«Paracadutista? Sei un paracadutista?».
«Sì. Sono un paracadutista. Sono stato lanciato a inizio giugno in Normandia, Francia».
Persino mio padre, pur nella sua impermeabilità ai fatti del mondo, aveva un giorno farfugliato qualcosa circa lo sbarco degli americani in Francia, notizia arrivata dribblando le censure e le retoriche ufficiali di una guerra che, pur odorando già abbondantemente di sconfitta, era stata immaginata come obbligatoriamente vittoriosa.
Poi furono due ore di chiacchiere e discussioni e anche confidenze.
L’essere un undicenne di campagna fece sì che la mia bocca si spalancò oltremisura allorquando John, armeggiando nel suo immenso zaino, mi mostrò, nell’ordine, il telo bianco del suo paracadute, il fucile mitragliatore, la pistola, misteriose bustine per rendere potabile l’acqua, un coltello multiuso.
John mi raccontò che dal giorno nel quale aveva toccato terra in Normandia aveva camminato pressoché ininterrottamente e del tutto a caso. Aveva attraversato la Francia evitando accuratamente le città, sorvolato montagne con slancio e percorso pianure con fatica, era stato aiutato da alcuni contadini e, due giorni prima, aveva compreso di esser giunto in Italia.
A quel punto aveva rallentato la sua corsa, piangendo mezza giornata. Al pensiero dei suoi genitori, ma non solo.
Poi chiese a me se Sanremo, che dal punto in cui eravamo seduti vedevamo vagamente assopita giù attigua al mare, era vicina a Salerno.
Io risposi di no, ma non ne ero certo.   
«Cosa si prova», gli domandai spezzando un momento di pausa della chiacchierata, «a lanciarsi dall’aereo nel vuoto? a volare giù verso la terra?».
«Vedi Giovanni» (adesso ve lo posso confessare, anche io mi chiamo Giovanni!) «le sensazioni sono molte. Paura, soprattutto. Un terrore freddo e buio e nero. Ma anche emozione, eccitazione, cuore che batte. Poi, quando il paracadute si apre, una dolce commozione ti pervade. Come quando, da piccolo, la mamma ti cullava».
John si arrestò nella narrazione e fece un gesto come se stesse fumando una sigaretta che non aveva. Poi proseguì.
«Non scorderò mai la notte del lancio nel cielo della Normandia. Mai. Migliaia e migliaia di paracadute dondolanti nella notte. Pallide macchie nel cielo scuro. Lampi rossi e secchi rumori metallici a fare da lontano sfondo ad un silenzio pressoché totale. La scena era interamente occupata dai paracadute, quasi come se gli uomini appesi non vi fossero, relegati al ruolo di propaggini scure di quei grandi fiocchi chiari. Migliaia di fiori bianchi in un campo nero. Migliaia di gigli fluttuanti nel vuoto. Gigli fragili ed eleganti».
I ragazzini stentano a comprendere la commozione degli adulti. Ed io non facevo eccezione. Pertanto vedere John stropicciarsi gli occhi alla fine del suo breve racconto mi suonò strano e mi imbarazzò.  Anche se comprendo adesso che lì, proprio lì ed in quel momento, diventai un poco più grande.
Ma, sorprendentemente, John continuò a parlare.
«Sai, Giovanni, ho 20 anni. Sono il figlio di un salernitano analfabeta. Io stesso ho fatto solo tre anni di scuola. Però non sono stupido. E, soprattutto, “non voglio” essere stupido. Pertanto so benissimo che fare il paracadutista equivale a morire. E morire presto. Per primi. E, di conseguenza, so altrettanto bene quale è stata la fine delle migliaia di gigli caduti con me dal cielo. Sopravvissuto. Sono un sopravvissuto».
E di nuovo John parve commuoversi.
Poi, quasi d’improvviso, si addormentò, come sfatto e distrutto dalle sue stesse parole.
Lo voltai addossandolo contro il muro del casotto nel quale ci eravamo riparati con l’arrivare della sera, provai a coprirlo con la sua giacca e, non prima di aver frugato ben bene nel suo gigantesco zaino, me ne tornai a casa.
Era praticamente ancora notte quando tornai nella piccola costruzione in muratura situata nella vigna sulla collina. John dormiva ancora, quasi nella stessa identica posizione nella quale lo avevo lasciato poche ore prima.
La rugiada era ancora regina incontrastata della natura e solamente il sole, forse e più tardi, l’avrebbe detronizzata.
Rovesciai addosso al giovane uomo il contenuto della borsa che avevo portato con me e provocai il suo subitaneo entusiasmo.
Pane, anzitutto. John affrontò una delle due pagnotte di pane come se si trattasse di un capitano dell’esercito germanico. Poi il formaggio. Un pezzo di toma che il giovane, prima ancora di addentare, annusò con evidente voluttà. E infine un piccolo salame che lo esaltò oltremisura.
«Sai», mi disse tra un boccone e l’altro, «in realtà sia in Francia che negli ultimi giorni sono riuscito abbastanza a procurarmi da mangiare. Per fortuna è estate e la frutta non manca. Però, caro Giovanni, quanto mi manca il salato. Pane, formaggio, salame. Ah, che meraviglia! Una pizza. Darei non so cosa per una pizza!».
Io allora non sapevo cosa era una pizza, però in quel momento, pur immaginando si trattasse di una prelibatezza, non ebbi alcuna voglia di chiederglielo.
Ma il massimo della gioia lo raggiunse quando vide un piccolo pacchetto di colore verde con stampato in nero il profilo di un bastimento. Sigarette.
Fosse dipeso da lui, in quel preciso momento, credo mi avrebbe fatto santo.
Poi valutò e salutò con soddisfazione, nell’ordine, una camicia blu, un paio di pantaloni neri, due mutande, calzini, una canottiera, un paio di scarpe che, miracolosamente, si avvicinavano molto al suo numero. Infatti, oltre alla dispensa, avevo anche saccheggiato l’ormai inutile armadio di mio fratello. Mio padre se ne sarebbe certo accorto entro brevissimo tempo, ma non avrebbe avuto alcun modo di redarguirmi per l’azione commessa.
John mangiò lentamente e, tutto sommato, poco. Con adulta saggezza. Poi prese a sistemare cibo e vestiario nelle millanta tasche di quell’enorme zaino.
«Giovanni, piccolo stronzo italiano, cosa ti è preso? Sei diventato scemo?».
Solo in quell’istante John si era accorto che la pistola non era più nello zaino e che la stessa ostentava la sua grande mole nelle mie piccole mani. Ero arrivato da quasi mezz’ora e John, distratto da cibo e regalie varie, non se n’era accorto punto.
Me la strappò di mano con decisione borbottando qualcosa che non intesi compiutamente, anche se immaginai che si trattasse di giudizi sugli italiani non esattamente lusinghieri.
«Merda!», gridò John balbettando e quasi scosso da tremiti, «è tiepida. La pistola è ancora calda. L’hai usata, imbecille. Hai sparato. Cosa hai combinato? Mancano due colpi. Raccontami subito!».
E allora gli dissi tutto. Vuotai il sacco, come si dice nei libri. Non trascurando nulla, nemmeno di piangere nei passaggi più importanti.
Cominciai da mia mamma ammalata. Grave. Praticamente immobile nel letto da settimane, se non addirittura da mesi. La settimana precedente mia mamma si era fortemente aggravata e il dottore (mio padre vendette un bosco per pagare il dottore a mia mamma) ci informò che ne aveva per poco. Stava per morire.
Il mio papà non pianse, non era da contadini piangere. Salutato il dottore uscì di casa e bussò alla porta di un vicino di casa. Dopo poco tempo vennero entrambi e mi chiamarono.
Raccontai a John che, rompendo il suo silenzio di acciaio, mio padre mi prese da parte e, con aria solenne, mi parlò.
«Giovanni, devi fare una cosa. Per me, per la mamma, per tutti noi. Questa sera alle sette sali alla collina Buttelli, vai nel bosco di faggi dietro la vigna. E aspetti. A chiunque ti si presenti chiamandoti per nome e cognome tu consegni questa».
Così dicendo mio padre mi consegnò una busta su cui c’era scritto un nome: Aurelio. Mio fratello.
Arrancai sulla collina Buttelli ben prima delle sette. Con il cuore in gola e la solennità di una spia internazionale, allungai tremando la busta a due giovani dall’aria piuttosto truce che mi si erano presentati dinnanzi con fazzoletti rossi e mitra in mano. Che, per tutta risposta, mi liquidarono con uno scortese «Aspettaci. Non muoverti da qui». Ciò detto scomparvero in un baleno.
Riapparvero sorprendentemente alle mie spalle facendomi sussultare.
«Riferisci a tuo padre che Aurelio verrà la prossima notte. A mezzanotte. Ciao ragazzo», disse, guardandomi negli occhi, quello che, tra i due, pareva avere facoltà di decidere.
A questo punto John represse, con grande ed encomiabile sforzo, un moto di insofferenza per la lentezza della mia narrazione che pareva non venire mai al dunque. Prese una sigaretta dal pacchetto verde con la nave e la accese.
Da questo punto in avanti il mio racconto accelerò progressivamente, come in un film di Charlie Chaplin.
E allora narrai a John del mio ritorno, della risposta riferita a mio padre, della nostra attesa.
Dell’ulteriore peggioramento di mia mamma e della nostra angoscia.
Gli parlai del mio stato d’animo e del prete con l’estrema unzione. Della processione dei vicini e del silenzio di mio padre. Della malata indifferenza di mia sorella e della mia adolescenziale impreparazione.
Dell’arrivo di mio fratello poco dopo mezzanotte.
O meglio del “mancato” arrivo di mio fratello.
Già, perché Aurelio, appena entrato nel cortile, fu intercettato da due miliziani della RSI e da due soldati tedeschi che lo aspettavano. Venne malmenato e portato via. 
Qui John accese un’altra sigaretta e, ben sapendo di intaccare una scorta già di per sé minuscola, mi chiese se ne volevo una. Risposi di no, chiedendomi se stavo rinunciando ad un’altra occasione per diventare grande.
«Glielo ho detto, John!», gridai nel vuoto pneumatico di una notte lucida non ancora trasformatasi in mattino. «Glielo ho detto», insistetti non riuscendo a trattenere i singhiozzi.
«John, quando il prete mi aggredì apostrofandomi con “Tuo fratello per stare dietro ai comunisti è lontano e si è dimenticato di sua madre”, io digrignai i denti e, parimenti, lo assalii: “Aurelio non ha certo scordato sua mamma e verrà da lei questa notte”.
«Capisci John? L’ho detto al prete. Nessun altro lo sapeva», ribadii piangendo ancora.
Tra John e me calò il silenzio, si direbbe nel libro di prima, mentre in lontananza cani troppo mattutini presero a latrare.
John accese ancora una sigaretta prima di spegnere quella precedente.
Qualche voce astrusamente metallica attraversò lo spazio giungendo sino a noi dalla pianura sottostante. Rumore di fronde spostate ci colpirono e dei cani (tanti cani) sentivamo ormai, oltre all’abbaiare, financo l’ansimare.
«Ti ho messo nei guai vero John? Ho ucciso un uomo. Anzi no. Ho ucciso un prete. L’ho fatto con la tua pistola».
«Giovanni, non è colpa tua. Io nei guai ci sono entrato quando sono partito da Filadelfia».
Presero a giungere ordini secchi, suoni gutturali, parole incomprensibili. Mi venne paura e freddo. Ero uscito con la sola canottiera ed avevo tanto freddo. John mi coprì con il telo del suo paracadute. Poi accese due sigarette e senza attendere il mio assenso me ne infilò una in bocca.
I cani, prima lontani e ora vicinissimi, continuavano ad abbaiare sempre più rabbiosamente.
Malamente trattenuto il primo cane entrò nel casotto ringhiando e sbavando.
E non compresi perché un cane odiasse così tanto due gigli spezzati che non conosceva nemmeno. 




Piero Sesia (Torino, 1954) dopo il diploma al Liceo Scientifico Galileo Ferraris si è laureato in Lettere (indirizzo storico) all’Università di Torino. Ex gestore di imprese, attualmente in pensione, collabora con un’agenzia letteraria, partecipando inoltre a gruppi di lettura nell’ambito dei quali si occupa anche della redazione di schede libro e di recensioni. Da numerosi anni scrive racconti, soprattutto di origine o ambientazione storica. A partire dal 2018 ha partecipato a diversi Concorsi Letterari per racconti inediti, conseguendo sinora una trentina di riconoscimenti. Nell’ottobre 2019 ha pubblicato il suo primo libro, una raccolta di racconti dal titolo Una valigia di perplessità (Edizioni Tecniche), dove figura tra gli altri Gigli spezzati che si è classificato al 2° posto nel concorso “I colori delle parole”. 


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commento di Cinzia Baldazzi

Ogni opera d’arte è una pregiata forma di provocazione: non potendo spiegarla al completo, è preferibile piuttosto misurarsi con essa. Leggendo il racconto Gigli spezzati di Piero Sesia, ripenso a un celebre brano del filosofo-critico Walter Benjamin:

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

Per il progresso, appunto, per un possibile futuro, si spezzano i gigli di questa narrazione. Uno dei protagonisti, l’italo-americano John Lo Cicero, paracadutato nel cielo della Normandia il 6 giugno del 1944, ricorda:

Non scorderò mai la notte del lancio nel cielo della Normandia. Mai. Migliaia e migliaia di paracadute dondolanti nella notte. Pallide macchie nel cielo scuro. […] Migliaia di fiori bianchi in un campo nero. Migliaia di gigli fluttuanti nel vuoto. Gigli fragili ed eleganti.

Sono le parole di un soldato ventenne proveniente da Filadelfia, figlio di un salernitano immigrato, rivolte ad un ragazzo di dodici anni (la voce narrante), mentre paragona se stesso, i commilitoni, a «gigli» sparsi su un «campo nero». In un altro campo, lontano nello spazio-tempo da quello percorso dall’intreccio di Sesia, ma in via utopica ad esso vicino, il candido fiore compare in una lirica della statunitense Emily Dickinson del 1863:

Attraverso la Buia Zolla - per Istruirsi -
Il Giglio passa sicuro -
Non avverte il suo Candido piede - trepidazione -
Né la sua fede - ha paura -
Dopo - nel Prato -
Oscilla la sua Corolla di Berillio -
La Culla primigenia - del tutto dimenticata - ora -
Nell'Estasi - e nella Fossa –

Il traduttore Giuseppe Ierolli annota:

Il giglio passa attraverso il buio della zolla in cui è posato il seme che lo farà nascere, si fa largo senza paura in quegli oscuri meandri, e quando sboccia imperioso nel prato e sfoggia la sua "corona di berillio" l'estasi di vivere gli fa dimenticare la fatica di nascere.

E tuttavia,

è, nello stesso tempo in estasi e con un piede nella tomba (ovvero nella fossa) […] una sorta di "memento mori".

Anche i personaggi principali della short story di Sesia, candidi nella bellezza e nella forza della loro giovinezza ma già del tutto disillusi, provano paura osservando un recentissimo e tragico vissuto: sono spinti da una tempesta benjaminiana verso un domani non progressivo, avvolto però dalla violenza del passato ancora in fieri.
La vicenda narrata in queste pagine espone un episodio di fantasia legato al periodo storico della Resistenza: con un linguaggio indirizzato al reale e lo sguardo doppiamente nuovo - quello dei due giovani nella trama, e di una immaginaria gioventù autobiografica dello scrittore nei confronti delle circostanze illustrate - viene anticipata e prolungata una prospettiva di amore filiale, fraterno, mai spezzato. È notevole l’accenno formulato dall’Io narrante  di “raccontare” quasi stesse “scrivendo” un libro, con l’obiettivo di potenziare la cultura nella sua funzione di proteggere la società in una battaglia ininterrotta: da una parte, difendendosi dal realismo calcolato e pianificato (nel brano è evitata la descrizione diretta, in atto, degli eventi drammatici e brutali), dall’altra contro parzialità e soggettività limitative (al di là dell’inesperienza, il piccolo Giovanni riesce infatti, comunicando, a condividere fenomeni concreti a lui estranei).
Il tessuto tecnico-semantico del plot, articolato secondo l’ampia e preziosa capacità di attirare l’interesse sugli oggetti e sui sentimenti - in un presente all’altezza di divenire però, per noi, urgente da verificare - evoca un istituto semiotico abbastanza singolare, coincidente con il nostro ruolo di pubblico-interlocutore. Negli anni ’70, il sociologo francese Robert Escarpit notava come ognuno, «al momento di scrivere, ha presente alla coscienza un pubblico, non foss’altri che lui stesso. Una cosa non è completamente detta, se non ha un destinatario». Poi precisa: «Si può anche asserire che una cosa non può essere detta “a” qualcuno se non sia stata detta “per” qualcuno. Non sempre i due “qualcuno” coincidono».
Ma quando accade - ed è il caso di Gigli spezzati - la struttura logico-intuitiva si proietta in un terreno di destinatari troppo molteplici e contradditori per risultare unificati. Il risultato coincide con uno schema semiotico inquietante, carico di suggestioni avvincenti: tanto stretto sembra il rapporto tra chi parla per sé e per gli altri personaggi del racconto, da condurre il lettore a uno spaesamento, a non trovarsi a proprio agio, suscitando tuttavia in lui - cosciente di un simile status - un alto grado di apprezzamento.
Il panorama delineato da Sesia emerge tanto intimo e universale (il sacrificio di innocenti per stroncare il Nazismo) da tramutare il lettore-destinatario in un essere invisibile in grado di essere dappertutto, di vedere e sentire ogni cosa, di percepire e comprendere le situazioni, senza riuscire né tentare (perché limiterebbe il fascino dei segni-segnali) di possedere una reale esistenza di voce, un point of view in campo nel quale riconoscersi in linea diretta. Nonostante egli assista a un dialogo alla sua portata, quando sembra essere sul punto di esaurirne il contenuto in una interpretazione univoca, qualcosa immancabilmente sfugge, spalancando le porte a una pluralità di voci e di possibilità:

Mia madre era stata per settimane in un letto, preda di una malattia che ancora oggi non saprei se definire incurabile oppure eravamo noi troppo poveri per curarla.

E in un altro passo:

E infine mio fratello. 19 anni. Chiamato a fare il soldato per la Repubblica di Salò, aveva preferito, sin dalla primavera precedente, scappare con i partigiani. O con i banditi, a seconda dei punti di vista.

Ne deriva un rilevante piacere estetico, provato per risonanza a lasciarsi trasportare dagli affetti, dalle idee, dallo stile, senza dover sostenere la fatica della responsabilità morale e la conseguenza della sciagura: piuttosto, Gigli spezzati enfatizza il male, gli errori, la cattiveria, accanto alla speranza di costruire un avvenire ormai sgombro dalle zone atroci del passato. Non alludo, però, a un atteggiamento del destinatario nel ricevere in solitudine forma-contenuto del testo: penso invece a un nucleo di personalità coltivato non attraverso l’obbedienza o la replica meccanica di comportamenti socialmente riconosciuti (ad esempio, il rispetto totale per l’ambito di “bontà” e “giustizia” gestito dalla Chiesa). Mi riferisco a processi dinamici profondi dell’individuo in rapporto all’interagire costante tra gli ostacoli causati dalla violenza e la forza della solidarietà:

«Glielo ho detto, John!», gridai nel vuoto pneumatico di una notte lucida non ancora trasformatasi in mattino. «Glielo ho detto», insistetti non riuscendo a trattenere i singhiozzi. […] «Capisci John? L’ho detto al prete. Nessun altro lo sapeva», ribadii piangendo ancora.

In questo passo, l’espressione e l’impressione procedono in piena indipendenza generando, da uno spietato, vile tradimento, l’icona indistruttibile della libertà, del libero arbitrio del giudizio critico, in esperienze vissute o immaginate ma verosimili.
Nell’epilogo ascoltiamo «i cani, prima lontani ed ora vicinissimi», continuare «ad abbaiare sempre più rabbiosamente», con il coraggioso protagonista, imperterrito, a dichiarare:

Non compresi perché un cane odiasse così tanti due gigli spezzati che non conosceva nemmeno.

Noi dedichiamo a lui e al ventenne soldato statunitense un brano dall’Eneide di Virgilio, composto per la morte precoce del nipote di Augusto, il diciannovenne Marco Claudio Marcello. Il verso «Manibus date lilia plenis» è talvolta inciso su lapidi funebri di bambini, recisi nella primavera della vita:

Manibus date lilia plenis
Purpureos spargam flores animamque nepotis
His saltem adcumulem donis et fungar inani
Munere.

A piene mani, oh!, mi date
gigli, ch’io sparga fiori purpurei, che l’anima colmi
di doni, e faccia, almeno, al nipote questo inutile onore.


5 commenti:

  1. Una short story che unisce in un tutt'uno cuore e memoria. Storia e fantasia. Il dettato della tragedia drammatizzata, foriera di futuro per un'Europa che poteva solo risorgere, e di quella non detta, sorgente di sensazioni contraddittorie. Mi si permetta di aggiungere ai sapienti e circostanziati aspetti critici alcune considerazioni più viscerali. L'angelo benjaminiano è un pagano dio che, dall'alto del colle che porta il suo nome, vedeva passato e futuro dei destini di Roma. Giano bifronte volge una faccia al passato doloroso di una Repubblica sofferente per la Guerra Sociale e l'altra al radioso futuro dell'Impero. L'olocausto dei gigli spezzati nel cielo di Normandia fa pensare ai destini di Roma, che conobbe la decadenza dopo il sogno imperiale di Traiano, e ad una consapevolezza di Europa che in definitiva non ha mai conosciuto le certezze dell'Unione di fatto dopo le celebrazioni delle speranze di non autodistruggersi in altri sanguinosi conflitti. Convivono due tragedie, nessuna delle due consumate invano. E qui soccorrono i versi di Piero Fabrizi: Li abbiamo visti con gli occhi \ e un silenzio nel cuore arrivare
    Li abbiamo visti dal nulla, apparire di notte
    Dal nulla del mare
    Li abbiamo visti cadere in silenzio
    In un volo irreale
    Erano tanti e scendevano lenti come neve sul mare
    Ed era pioggia battente, era fuoco, era grandine e sale
    Era estate, era inverno; era un attimo eterno
    Eran figli all'altare
    Li abbiamo visti che pena cadere come gigli sul mare
    Li abbiamo visti spezzati cadere come agnelli all'altare.
    La voce di Fiorella Mannoia accompagna con la sua ossimorica amara dolcezza il latrato dei cani nella domanda finale: Perché un cane odia così tanto due gigli spezzati che non conosceva nemmeno? Grazie per l'ospitalità. Massimo Moraldi.

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    1. Grazie, Massimo: grazie soprattutto per aver citato il mio angelo preferito e, come non bastasse, il Giano bifronte, la maschera nuda del grande Pirandello.

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    2. Commovente la ricostruzione storica e la poesia di Piero Fabrizi.

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