sabato 23 dicembre 2017

Cinzia BALDAZZI - La poesia, la pittura, la festa. Un reading a Lettere Caffè.


 
Nei locali di Lettere Caffè, a Roma, il 22 dicembre alcuni poeti si sono dati appuntamento per un reading nel segno della compresenza e della coesistenza tra pittura, poesia e musica. In qualche modo, l’incontro ha inoltre anticipato la serata del prossimo 9 gennaio, quando Maurizio Pochesci presenterà la pubblicazione Versi e colori sulle orme del tempo, una sorta di calendario 2018 scandito da versi e quadri ispirati alle stagioni.

All’incontro del 22 hanno preso parte Donatella Calì, Mapi, Claudia Monteiro de Castro, Nicola Foti, Fabrizio Trainito, Arduino Cialli, Angelo Mancini, Concezio Salvi e lo stesso Pochesci. In apertura ho letto un breve intervento, che riporto qui di seguito. Poi, in sintonia con i sentimenti legati alla Natività, e appunto per festeggiarli, ho presentato ciascuno dei poeti attraverso alcune leggende natalizie che mi hanno direttamente o indirettamente suggerito.  

 

Nell’opera teatrale Vita di Galileo, Bertolt Brecht mette in scena il personaggio di Andrea Sarti, figlio della governante dello scienziato. Divenuto un giovanotto, Sarti lo assiste fino al processo e all’abiura. Quando lo vede uscire affranto dal tribunale, Sarti esclama: «Sventurata la terra che non ha eroi! ». E lo scienziato ribatte: «No! Sventurata la terra che ha bisogno di eroi».
Lo scambio di battute torna alla mente in questi giorni natalizi, e richiama un’altra considerazione, di probabile derivazione dialettico-materialistica, o forse anch’essa brechtiana. Ne parlavamo all’università, e io incredula ascoltavo gli studenti dell’ultimo anno: «Beato quel popolo che non ha necessità di attendere e di godere delle feste».
In effetti, le trovavo parole senza senso. Pur facendo parte di una classe medio-borghese, alla fine degli anni ’70, il Natale, il Capodanno e la Befana li aspettavo, eccome: per ricevere in dono un paio di scarpe eleganti, per gustare il preziosissimo panforte, e poi la tombola, i fuochi d’artificio.
Arrivato il 7 gennaio, però, non lo nascondo: ero contenta. Forse influenzata dagli slogan anti-consumisti della Sapienza di quegli anni, o magari perché preferivo ritornare alla routine giornaliera dove, in effetti, in una misura ovviamente contenuta, non mancavano, all’occorrenza, scarpe, dolci, cibi ben cucinati dalla nonna. Il tutto, questa volta però, al di fuori di una dimensione di culto che a me, giovanissima, risultava stressante e meritocratica: ad esempio, cosa indossare di bello davanti a mia cugina, come relazionarsi con i parenti visti raramente, sopportare con pazienza pasti di durata infinita.
Una tale idea di festa veniva accolta all’interno di una collettività che viveva e vive di lavoro, e non certo nell’esistenza quotidiana dei capitalisti, dei grandi imprenditori, dei ricchi. E mi permetteva di godere di cose per le quali dovevo attendere di nuovo un anno, perché ovviamente, al contrario dei capitani d’industria, per i miei parenti il presunto lusso non era all’ordine giornaliero.
Lusso di che? Non alludo, è ovvio, a generi costosi, relativi a un piccolo-grande investimento di capitale per ottenerli: ma solo a oggetti e ritualità con un di più rispetto al letterale-materiale di tutti i giorni, che pertanto era opportuno rimanessero saltuari.
Non sarebbe quindi buon segno, avere necessità che giungano le ferie, le vacanze, il riposo settimanale oppure quello estivo, né dover attendere che si rinnovi la nascita del bambinello per festeggiare la famiglia, la bontà, la pace.
D’altra parte, il concetto di festa, nei secoli, nei millenni, è sempre stato legato anche a un significato evolutivo, accrescitivo e profondamente spirituale. Nell’antichità greca e romana - con tutto il rispetto per le elleniche, assai più ”controllate” di noi - il periodo delle cerimonie religiose o dei giochi era il più propizio all’espressione dell’identità interiore della donna nella vita cittadina e, nei limiti consentiti, alla sua figura nella collettività. Le Baccanti si radunavano sul monte Citerone nel periodo delle feste dionisiache, abbandonando i mariti, i figli, la casa. La ricorrenza, l’anniversario, per noi coincideva con il trasgredire l’ordinario, seppure con il consenso del sistema. I meccanismi riprodotti nei giorni feriali venivano interrotti nel giorno della festa, le regole saltavano.
Su quest’aspetto fortemente trasgressivo, e allo stesso tempo limitativo perché circoscritto nel tempo, si è dunque discusso molto. Perché una Giornata della Donna nell’arco di un anno? E gli altri giorni?
Penserete che io abbia dimenticato il nostro incontro di poesia. Ma, vi assicuro, non è accaduto, e ora comprenderete perché. Pochi giorni dopo l’8 marzo, esattamente il 21, si celebra la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco nel 1999. La data segna anche l’inizio della primavera.
Il discorso è analogo: la festa è un’occasione di discontinuità nel tempo, definisce un prima e un dopo. Si è avvertito il bisogno di interrompere lo scorrere del tempo e la quotidianità degli eventi con un momento di celebrazione, di gioco, di rito collettivo. Anche se solo per poche ore, dall’alba al tramonto, il pensiero fisso è la poesia: riconosciamo all’espressione poetica un ruolo privilegiato, affidiamo ai versi la promozione del dialogo e la comprensione tra le culture, apprezziamo attraverso le strofe la diversità linguistica e culturale.
Se oggi siamo qui, come tante altre volte, ad esempio il prossimo 9 gennaio, è perché siamo convinti che la poesia non dovrebbe richiedere feste per essere celebrata, dal momento che è luogo fondante della memoria, base di ogni altra forma della creatività letteraria e artistica, legata alle origini con la musica, intrecciata con la danza, imparentata con il teatro, affiancata spesso alla pittura, come oggi in questa sala.
Sempre tutti insieme.
Nel Frammento 148, Saffo scriveva:
 

È la ricchezza,
se virtù non l’accompagna,
malsicura assai compagna.
Se invece insieme
L’una unita all’altra sta,
eccoti il sommo di felicità.
 
 
 

* * *  

La poetica di Donatella Calì nella vita reale è alla ricerca di una teoria imperfetta della conoscenza, ingrediente sia pittorico che poetico: protagoniste sono le allegorie da lei tracciate sul sentiero interiore dalla simbologia poetica, e quelle identificate nella sua pittura, tra ombre e maschere. Le ho associate alla leggenda delle Ghirlande. Alla vigilia, quando Gesù scese a benedire gli Alberi di Natale, notò che l'albero di una casa era coperto da ragnatele, tessute da strani ragni. L’imperfezione lo turbò e, per annullarla, benedisse l’albero trasformando le ragnatele in bellissime ghirlande d'oro e d'argento.

 

LA PIOGGIA D’APRILE

di Donatella Calì

 

Non ti sei accorto?

Oggi la pioggia ero io,

noi e il tempo dileguato,

perso nei miei occhi persi nel fango

La pioggia ero io,

ero l‘acqua che bagnava le tue mani,

scivolavo dal tuo ombrello blu

cadendo sul tuo volto,

piangevo con i tuoi occhi.

Pioggia di Aprile come frammenti di specchi

Luccicanti… penetranti,

come piccole lame attraverso la mia pelle.

Mille visi riflessi,

colorati dalle luci della sera,

in un mondo senza sonno.

L’acqua cancella le impronte

dei miei passi e dei tuoi.

Hai visto galleggiare il mio cuore,

era dentro una pozzanghera rosso sangue

mentre ti voltavi e andavi via. 

 

* * *  

Con Concezio Salvi, ricordiamo le leggende relative all’abete, uno degli alberi dal giardino dell'Eden. Nella sua Cabbia di Montereale, insieme io e lui abbiamo cercato, nei boschi, la risposta dei suoi piantoni. Tale poetica può anche essere rivolta a un’altra leggenda: Adamo portò un ramoscello dell'albero del bene e del male dall'Eden, e più tardi divenne proprio l'abete usato per l'albero di Natale e per la Santa Croce. Consideriamo anche il danese Hans Christian Andersen, con la storia del piccolo abete il quale non vedeva l’ora di crescere per diventare grande e bello come quelli intorno. Voleva andare via anche lui, al pari degli alberi maestosi tagliati e caricati sui carri dai boscaioli. Sarebbe arrivato anche il suo turno?

 

IL PERO INVERNALE

di Concezio Salvi

 

Nella bruma invernale il pero aspettava

tra poco passava l’amico cinghiale

gli avrebbe donato succosi frutti

ricevuto in cambio saggezza e parole

dallo stradello da nebbia celato

sarebbe spuntato quel grugno ferino

di fiero guerriero davanti due spade

usate soltanto come difese

 

ma quella notte l’amico non venne

dalla mattina era già morto

per il piacere d'uomini stolti

 

divenuto ammasso

racchiuso in salsicce.

 

* * *  

Nel contesto per così dire programmatico di Mapi, i versi sono il nostro stesso cuore, con dolore, sogni e speranze. Una volta, del resto, confermando la misura in cui, ricorrendo al linguaggio delle metafore, la poesia le sia vicina nella vita, l’autrice ha affermato: «Quando il cielo è buio e senza luna, quando le stelle brillano solo nel mio cuore». Associamo il suo universo poetico alla leggenda di Altea, una bambina messicana la quale, non avendo alcun dono da portare a Gesù, raccolse le frasche cresciute ai bordi della strada, portandole in chiesa. Mentre pregava vicino all’altare, le foglie si trasformarono in una pianta meravigliosa con foglie verdi e rosse: era nata la famosa Stella di Natale.

 

LE SCALE DEL TEMPO

di Mapi

 

Mi siedo qui

sulle scale del tempo,

osservo ricordi sbiaditi

come in un film muto,

immagini saltellanti

diventano corpi impazziti

Condannata a quest’unica anima,

coraggiosa,

ritorno all’inizio.

Tutto è favola, leggenda

non puoi voltarti indietro

ma la mente corre

e si siede immobile al centro,

scorrono città e paesi,

gente ora sconosciuta.

Dalla mia scala del tempo

penso:

ero felice

in quella mia vita!

La mente

gira intorno ai ricordi

li abbraccia

in quell’intima aria

dove non sono ancora donna,

dove una storia finisce

e non ne incomincia un’altra.

Non so da dove vengano le cose

Ne’ dove vanno,

forse verso quell’inclinazione

dove rapida è la discesa

dove l’anima si fonde

col piacere

e col dolore

dove una storia finisce e ne comincia un’altra

dove la conoscenza

apre le sue ali. 

 

* * *  

Leggendo le poesie di Arduino Cialli, può accadere di assaggiare un bastoncino di menta, a strisce: bianche come la purezza, rosse come il sangue di Cristo, usato nel Vecchio Testamento per purificare e sacrificare. Una sorta di vecchia volpe d’argento, che, grazie al poeta, al contrario, scampa al sacrificio e alla morte. Gesù la morte l’ha cercata, l’ha voluta, per tre volte il suo amico discepolo lo ha rinnegato. Ho sempre immaginato che Pietro non avrebbe ripudiato il nome di Cristo per codardia, bensì per cercare di salvare l’anima della Chiesa: infatti, il Signore non lo priva della guida del suo gregge, perché lo aveva già scelto a questo scopo. Come la volpe d’argento di Arduino, che si nasconde dai cani e dai cacciatori assassini: salvando se stessa, conserva la propria specie.

 

VOLPE D’ARGENTO

di Arduino Cialli

 

Le tracce si perdevano presso la palude

Ben cento segugi si erano lanciati

All’inseguimento di Silver Fox

Gemiti di rabbia - è ciò che illude

Svanita nel nulla; restavano ora, solo i latrati

Degli infangati cani, sul verde prato del Rainbow-Box

Scosso e pensoso, tornai di notte a meditare

Presso il canneto, dove d’un lampo eri volata via

Una luna tronfia di luce gelida, faceva la spia

Alla mia alma, che sulla tua bionda coda cercava di arraffare

Uno spiraglio di suono. Una comunicazione

Un epitaffio, una recondita considerazione

Il mahantra di un Budda misericordioso

Per un continuo anelito, che non mi dà riposo

Non lo comprendo e non so darmi ragione

Fra le mie cose intime che gran confusione

Solo una cosa chiara, lucida al contempo

Si staglia nella nebbia questo mio sentimento

Or tra le canne tremule, titillate da un verme imbroglione

La tua sinuosa immagine, si erge quasi a visione

… recito i miei versi inutili, le sillabe scandendo

Tu, sei celata, anonima, dolce Volpe d’argento.
 

 

* * *  

Nel microcosmo della nostra Claudia Monteiro de Castro è svelato che nel mondo girano ancora poeti, cantori vagabondi, i quali non cercano l’assoluto astratto ma il cuore dell’umanità. I versi hanno anche il potere di aumentare la sensibilità della gioia del vivere e della conoscenza, osservando l’esperienza. In un paragone utopico, è quanto ha fatto il piccolo pettirosso di Betlemme che divideva la stalla con la Sacra Famiglia. Accortosi di notte che il fuoco si stava spegnendo, disorientato, non potendosi appellare a nessuna trascendenza, decise di tenere viva la brace con il movimento delle ali, per tenere al caldo Gesù bambino. All’alba, l’uccellino esibiva un bel petto rosso brillante, simbolo dell’amore vitale.

 

TI RACCONTO UN SEGRETO    

di Claudia Monteiro de Castro

 

Di una cosa son sicura:

ci sono ancora i poeti

a vagabondare per il mondo.

Magari mascherati,

in borghese,

(credevi che si facessero

riconoscere facilmente?)

Si nascondono i poeti!

Se vuoi scoprirli

cammina piano,

alza lo sguardo,

prima o poi li avvisterai.

Vedi quell’uomo disteso sull’erba?

Insegue anafore e prosopopee!

E quella donna pensierosa

che sorseggia il suo caffè?

Sta cercando di afferrare

la metafora perfetta!

Non lasciarti ingannare!

Pensavi che in questo mondo

la poesia fosse svanita?

Vedrai, prima di sera

migliaia di pagine

saranno riempite di parole.

Guardati intorno, fiuta con cura.

I poeti sono dappertutto,

in questo mondo così complesso.

Forse ce n’è uno che stai leggendo

proprio adesso.

 

* * *  

Nella poetica di Angelo Mancini è come se, nella sua giostra carnascialesca, che poi è la giostra della vita tutta, rivivesse la vigilia di Natale del vecchio Scrooge dickensiano, il quale, tra il bene e il male, il riso e il pianto, la vita e la morte, conduce di fronte a una presa di coscienza austera e inappellabile. Ma la magia del carnevale di Mancini e del Natale di Charles Dickens e nostro, invece di spegnersi, è aiutata dalla letteratura a divenire eterna, alternativa alla rappresentazione del vero, benché vincolata ad esso e complice di angosce e tragedie.

 

POETA PAZZO… PAZZO POETA

di Angelo Mancini

 

Sono un guerriero,

 sono un guerriero,

 delle mie doti

 non fo mistero.

 Sono un grand’uomo.

 Sono un profeta.

 Sono un eroe.

 Ditelo a Zoe

 se non è vero!

 Chi mi conosce,

 sa che son forte.

 Riesco a mangiare

 fino a sei torte.

 

 Vivo la vita

 come un leone.

 Dite a Gastone

 se non è vero !

 Con la mia forza

 ne accoppo tre.

 C’è da imparare

 a stare con me…

Sono sincero.

 Dico davvero.

 Delle mie doti

 non fo mistero.

 Sono un grand’uomo.

 Sono un eroe.

 Sono un guerriero.

 Ditelo a Zoe.

 Ditelo a Piero.

 Loro lo sanno

 chi sono io !

 Ditelo pure

 al signor Pio…

 

Tutti mi temono

 qui nella Villa.

 Sono …un gorilla…

 …Fermi, che fate ?

 Zoe, Piero, Pio…

Non mi legate.

 Non mi mettete

 anche stavolta

 quella camicia !

 Stavo scherzando.

 No. Non è vero !

 Ditelo a Licia.

 Ditelo a Lando.

 Non son guerriero.

 Non sono eroe.

 Non son profeta.

 Non sono niente…

Fermi, mio Dio!

 

 Solo un poeta

 che troppo sente.

 

 Solo un poeta,

 forse, son io.

 

* * *  

I versi di Fabrizio Trainito riconducono a pensare alle persone meno fortunate che oggi, invece di chiamare mendicanti, definiamo clochard. Trainito, nei suoi versi, conosce la spietatezza della strada, ma non esita a considerare l’elemosina una possibile forma di "cultura", in analogia a Buddha, Cristo e persino al potente Shiva, divinità indù: essi appaiono spesso, nei libri e nelle iconografie sacri, negli stracci logori dei mendicanti. L'elemosina, in questo mondo terribile, anche in un sottopasso della nostra metropolitana, potrebbe rappresentare l'ultimo barlume di solidarietà e, come il Vangelo la pone fra le attività sante, così il mondo contemporaneo deve considerarla come simbolo dell'ingiustizia sociale. Ricordare nella cultura l'elemosina, è come ricordare la povertà, la sofferenza dei popoli.

 

NOTE IN COPPIA NELLA SERA

di Fabrizio Trainito

 

Due voci in coro nel tunnel della ferrovia,

Corde di chitarra vibrano in giro di do,

Ruotano dense le note nell'aria, 

Spingono il passante verso la dimora.

 

Nel freddo stagnante della galleria,

Una coppia di chitarre ben assortite 

Cantano insieme, suonano in armonia,

Insieme fumano di vapore le bocche

E il loro sguardo ancora si cerca.

 

Un cane silenzioso ai loro piedi sta,

Che al tintinnare di ogni nuova moneta

Le orecchie rizza ma calmo rimane,

Una vecchia coperta posta con cura

Lo copre e protegge e a quiete invoglia.

 

Poche monete sul fodero vuoto

Ma per la cena bastano già,

La giovane donna si china a contare,

Il compagno la desta e la chiama a sé,

Il cane comprende ed è pronto al ritorno,

Festoso precede chi per mano si tiene. 

 

* * *  

Nicola Foti ama i viaggi, con la mente, con l’anima, con la penna, con la conoscenza, muovendo sentimenti all’inutile ricerca di un senso giusto dell’amore. Quel senso di giustizia e di amore l’hanno trovato e cercato, anche per lui, i re Magi, pellegrini per eccellenza, simbolo dell'incontro tra Oriente e Occidente. Anche dopo la loro morte, avvenuta in Oriente, i Magi continuarono a viaggiare. Le loro spoglie mortali, vere o presunte che fossero, compirono un viaggio ben più lungo e misterioso di quello che li aveva condotti a Betlemme. Per amore.

 

AL MERCATO DI SALONICCO

di Nicola Foti

 

Mercati levantini

 Insegne a lettere greche

 Dove anche l'angolo più lurido

 È Storia

 Viste a Tessalonica

- Ma anche già ad Atene -

Coperture Art Nouveau

 Ferraglia color ruggine

 E sotto, vita rugge

 Bandìano, bandìano!

 Turbinii di theta eta zeta

 Arrotano fi mi xi

 Lanciate come anelli il giocoliere

 Figlie ribalde e povere

 Di salmodii ortodossi

 E allora leviamo il sipario

 E godiamoci il sangue rappreso

 Di agnelli scorticati

 Occhi luccicanti e musi sangulenti

 Zampe sfibrate e tendini serici

 Sparpaglio di carcasse

 Casse di cuori aperti

 Globuli di rigaglie

 Creas! Creas!

 Crani spellati

 Lingue che penzolano di lato

 S'agganciano a piramide

 E le fosse oculari

 Penetrate con forza

 Ganci di macellai

 Memori di torture

 Di saraceni che dall'Anatolia

 Penetrarono nella Macedonia

 E la pelle scurì

 Ceppi di tronchi

 Tavole sminuzzate

 Dai fieri colpi secchi di mannaia

 Pollami sparsi

 E forti odori

 Vita che mangia morte

 Lordi di sangue venimmo al mondo

 Noi masse di carne

 Ci disfarremo

 Prima che il fuoco abbia ragione

 Di tanto putridume

 Mio fuoco io ti aspetto

 E mi libererai

 Dal fetore infernale

 

* * *  

Maurizio Pochesci è su un treno al quale ha legato la vita. Ma, una volta sceso, scorge con dolore che il convoglio corre troppo veloce e non sa come raggiungerlo. Mi piace avvicinarlo alla storia di quel bambino salito su un treno che sembra attendere solo lui: il Polar Express, diretto al Polo Nord. Quando giunge a destinazione, Babbo Natale riserva al fortunato fanciullo la facoltà di ottenere qualunque cosa desideri. Il piccolo, ingannando tutti con la modestia della richiesta, opta invece per un campanellino da slitta. La chiave della leggenda è l’amore per le cose belle, che non finirà mai.

 

RICORDO DI UN VIAGGIO

di Maurizio Pochesci

 

Era di Maggio, ricordo

Ti strinsi nuda fra le braccia

Nel silenzio della notte pieno dei tuoi baci.

Il tuo corpo un prato d’amore.

Fu allora che il desiderio mio, come un vulcano,

Esplose nella cuccetta

Mentre il treno veloce correva nella notte.

Fu una notte fatta di mani ed abbracci.

Ormai eri presa in una danza d’amore

Mentre mi riempivi di carezze ed emozioni.

Nel cielo le stelle, nella notte,

Guardavano …mentre arrossivano insieme.

 

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