venerdì 8 dicembre 2017

"Scaffale" di Marco CAMERINI - "Tante piccole sedie rosse" di Edna O'Brien

Dopo l'intervallo di un decennio, con Tante piccole sedie rosse torna al romanzo la scrittrice irlandese Edna O'Brien, originaria del villaggio di Tuamgraney sulla costa atlantica e autrice del libro di successo Ragazze di campagna. Qui di seguito la recensione del prof. Marco Camerini.





Marco CAMERINI - Tante piccole sedie rosse: i lupi, la Storia e la speranza di Edna O’Brien.

Nello stile nitido e nervoso, per la crudezza realistica e, insieme, il lirismo struggente di contenuti percorsi da intima passionalità e tensione etica, l’irlandese Edna O’Brien ricorda alcune autrici di cui ci siamo occupati nelle nostre recensioni: Alice Munro, J.C. Oates, finanche la Mansfield (fatte le debite proporzioni) e, più di tutte, l’indimenticata Ágota Kristóf. Ribelle, anticonformista, spregiudicata sul piano letterario e biografico, accenneremo appena – la stessa O' Brien non ha mai amato identificarvisi del tutto – a quel Ragazze di campagna (1960) che suscitò scandalo nell’Irlanda cattolica consegnandola al ruolo di autrice “politicamente scorretta” e icona femminista, nonché versione femminile di D.H. Lawrence.
Tante piccole sedie rosse (Einaudi, 2017) segna il suo ritorno al romanzo dopo dieci anni, fra consensi unanimi e autorevoli per i quali basta scorrere, un po’ intimiditi, la II e IV di copertina, anche se ci permetteremo di rilevare che non tutto brilla nel libro, sintesi certo intrigante della poetica della scrittrice ma, forse, al di sotto delle attese tanto a livello di costruzione narrativa che di potenzialità emozionale.
A Cloonoila (anni ’90?), luogo di primitiva innocenza gelido e brumoso che «si spaccia per cittadina irlandese», immerso nella natura (verbene, rose canine, betulle, pervinca, felci… edera, ovviamente, ma costante e simbolica la presenza di animali: scoiattoli rossi, martore, falchi pellegrini, trote e salmoni; e la ricchezza di riferimenti alla flora e alla fauna irlandese richiama, in una prospettiva meno lirica, Ora che è novembre di J. Johnson), sommerso da bugie, ipocrisie, livore, la vita scorre lenta in cottage ordinati e pub simili a gironi infernali, fra battute di caccia e pesca nei fiumi, messe in rustiche pievi cattoliche, reading di poesia mentre «pochi riescono ad alzare lo sguardo verso il cielo».
Evocato in sogno da una donna irlandese – la Aisling di una locale leggenda – o, forse, dalle pulsioni più inconfessabili di Dara il taverniere, Désirée «pazza di desiderio», Mona la locandiera, il maestro Diarmuid e i mille abitanti di Cloonoila, si materializza, annunciato da sinistri eventi, un fascinoso straniero dagli occhi cangianti, la voce sommessa, il lungo cappotto scuro e i guanti bianchi: di provenienza ignota, figlio di «tante donne totemiche», iniziato dal padre ai riti del sangue, sagace e colto («i celti avevano vissuto nelle forre sulle Dolomiti o lungo la Drina…c’è un legame tra l’Irlanda e i Balcani») si professa poeta – frequenta Yeats, Virgilio, Ovidio… esule sul Mar Nero – filosofo («impossibile riavere ciò che si è perso, Armonia o Dio […] siamo tutti uniti nella legge cosmica del divino»…ortodosso, comunque, giurisdizione di Antiochia), medico, sciamano «entrato nel roseto del sapere» – esoterismo, oniromanzia, trance – sessuologo («eccitazione, perversione», il termine va bandito).


Passionale e fuggiasco, un po' Rasputin e un po' Siddharta, il dott. Vladimir Dragan – detto Vuk, il lupo, montenegrino… si parla – inizia a esercitare l’attività di guaritore dell’anima prima che dei corpi, di nevrosi represse oltre che di muscoli e tessuti: pari sono, per lui, neuroscienze e fitoterapia (biancospino, cedro, tiglio, tarassaco, valeriana per cuore, fegato e umore), medicina olistica e stone terapy, pranoterapia, tinture birmane/cinesi/indiane, forcipe e pendoli da seduta spiritica. Mandragola, nemmeno a dirlo. “Il lupo” – incarnazione, forse, di Quello cui chi legge sta pensando, con buona pace di Santa Romana Chiesa e di tutti i padri Damien irlandesi – soggioga le menti e intercetta lo spirito sensibile e profondo di Fidelma, smaniosa e solitaria, cresciuta scrivendo versi e leggendo Bernanos, Gide e la Dickinson accanto a un uomo/padre mai amato e nell’insopprimibile desiderio di un figlio che arriverà (frutto di incontri dove il mistero prevale sul sentimento) proprio grazie allo Straniero.
E questo nel momento in cui la Storia, che non si fa mai attendere nei libri della O’Brien, irrompe tragicamente nell’intreccio (ri)aprendo a sorpresa il plot narrativo con uno scarto brusco, marcato da una raffinata tecnica stilistica che alterna narratore esterno onnisciente (con ricorso al tempo presente, raro) e ottica interna di Fidelma, oltre che di Jack, il marito. Come gli amati Törless, Amleto o, più semplicemente, il Kurtz di Cuore di tenebra, il «Dott. Vladimir Dragan detto Vuk» nasconde un Hyde in fuga da crimini commessi e rimossi («Sarajevo? Mai stata assediata. Ero solo un patriota serbo») durante il conflitto in Bosnia del 1992/1996, quando l’Armata Popolare Jugoslava e le forze serbo-bosniache del VRS perpetrarono un sistematico genocidio delle comunità croate e musulmane, finalizzato alla pulizia etnica e alla fondazione di una Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina.
Il seme dell’aberrazione vive nel ventre ignaro e incolpevole di Fidelma, il ritmo del romanzo diviene concitato e noi azzardiamo l’ipotesi che dietro il personaggio fittizio si celi il riferimento ad una figura effettivamente esistita: magari Veselin Vlahovic, il “mostro di Grbavica” (i nomi sono fortemente consonanti), paramilitare serbo-bosniaco condannato a 45 anni dal Tribunale dei Diritti Umani o, più probabilmente, Radovan Karadzic, medico montenegrino leader dei Serbi di Bosnia, condannato a 40 anni dal Tribunale dell’Aja nel 1995 per il massacro di Srebrenica e arrestato nel 2008 a Belgrado, dove viveva impartendo lezioni di medicina alternativa con l’aspetto di un santone…più di qualche coincidenza fra realtà e letteratura.


La seconda parte, di fatto un racconto autonomo che si integra a fatica con la prima, è ambientata in una Londra notturna, piovosa, torva, con i suoi abitanti «fradici e ciechi», i ristoranti asiatici e i take away multietnici, l’Africa che soffre e l’Africa che ce l’ha fatta, grattacieli di vetro e una Torre «scomposta e rossiccia con storie di principini fatti fuori» ma, soprattutto, vicende di sofferenza e (mancata) integrazione nei centri di accoglienza e negli uffici di collocamento dove «gli spaventati, gli spiritati, i violentati, gli sconfitti, i mutilati, gli esiliati» giunti dal Mozambico, dal Senegal, dalla Bosnia, «arrancano su per le scale» e si confessano in sedute di gruppo durante le quali ci si disintossica dalla solitudine, dalla violenza subita, dall’ossessione di madri lasciate, fidanzati rissosi, matrimoni solo sognati più che dall’alcol bevuto.
«Ogni giorno non sappiamo cosa aspettarci. Padre. Madre. Fratello. Sorella. Embrioni perduti» confessa Fidelma che, dopo la precarietà e il disadattamento, nel tentativo coraggioso di dimenticare, tenterà di (ri)entrare nella vita (non certo nella morte, come l’Imperatore) «ad occhi aperti» (p. 210!) consapevole, in questo vero alter ego della scrittrice, che «tutto è politica: il pane che mangi, l’acqua che bevi, il materasso su cui ti stendi, la guerra, la pace» e, alla fine, fiduciosa che lo spirito di accoglienza (quanto attuale oggi questo messaggio) non rimarrà un sogno, come quello shakespeariano “di mezza estate” interpretato dai rifugiati.
Concludiamo soffermandoci su di un altro aspetto del libro non del tutto convincente, per il quale ricorriamo al paragone con il romanzo di Tom Drury La fine dei vandalismi recentemente segnalato. Lì compaiono molti personaggi, assai poco o per nulla descritti ma capaci di rimanere impressi; in Tante piccole sedie rosse – il titolo ha una sua spiegazione storica – altrettanti tipi umani (i dipendenti del Country Hotel, gli abitanti di Cloonoila, i richiedenti asilo e gli immigrati londinesi) vengono accuratamente delineati ma poi, lasciati narratologicamente a se stessi (con l’eccezione dei due protagonisti), non riescono a conseguire esiti letterari autonomi e, d’altra parte, non interagiscono efficacemente fra loro, finendo con il rimanere una serie di ritratti giustapposti troppo meccanicamente. Insomma, come autore corale meglio l’americano dell’irlandese.


Edna O'Brien
Tante piccole sedie rosse
traduzione di Giovanna Granato
Torino, Einaudi, 2017, pp. 304, € 18,00







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