mercoledì 28 febbraio 2018


 

 

Cinzia BALDAZZI - "Tuscia misteriosa e insolita": un libro di Claudio Lattanzi per Intermedia Edizioni

 

Non solo non credeva ai fantasmi, ma non ne aveva neanche paura.

(Anonimo) 

 



 

La piramide di Bomarzo

 

Nella comunità di Vitorchiano, non distante da Viterbo, transita da decenni la leggenda di una ragazza, morta di stenti in epoca indefinita, perché abbandonata nel nemus ciminum insieme a un flauto, dopo aver rifiutato di andare in sposa a un feudatario tirannico, di lei innamorato. Il signorotto, accecato dall’ansia di vendetta, ordinò fosse rapita e collocata nel bosco, consentendole di portare con sé solo l’amatissimo strumento a fiato. La giovane, disperata, desiderando una via di salvezza, consumò l’epilogo della vita, affamata ed estenuata: tuttavia, nelle ultime ore, la poverina avrebbe intonato una melodia, quasi cercasse di conquistare una sopravvivenza estrema all’annientamento. All’origine dell’episodio, però,  potrebbe trovarsi semplicemente il suono proveniente da un’azienda dove erano in uso carrelli di metallo sospesi in aria i quali, nella lavorazione finale, ondeggiavano al vento.

Claudio Lattanzi, nel libro Tuscia misteriosa e insolita (pubblicato da Intermedia Edizioni), con sottotitolo Esoterismo, leggende nere, enigmi irrisolti, Templari, narra come molti abbiano riferito di aver udito, intorno alla fontana del Duca, nel tragitto tra Vitorchiano e la strada Cimina, note simili a quelle di un flauto, testimoniando come si sia infine attuato, in un modo o nell’altro, l’intento di immortalità della sfortunata e avvenente fanciulla.


Il lago di Vico


Un tale paesaggio selvoso, affascinante e immerso con splendore in certe epifanie di luce della Tuscia, chissà come appariva tra il XVII e il XVIII secolo, colpendo persino nel cuore gli insigni romantici Lord Byron e Percy Bysse Shelley durante il tour nell’Italia centrale: a loro, il lago di Vico svelò, in poesia, i trascorsi e il futuro, la bellezza e i dati oscuri della natura limitrofa. D’altronde Charles Dickens, l’autore del travel journal compilato nel 1846, Pictures from Italy, annotò la celebre versione sulla nascita del bacino: «Sorgeva in tempi remoti una città. Un giorno essa venne inghiottita, e in sua vece quest’acqua sgorgò. Talvolta si poteva scorgere sul fondo, quando le acque erano chiare, la città diruta. Comunque possa questo essere avvenuto, resta il fatto che essa disparve in questo punto dal globo». Anche sottolineando l’errore dell’illustre scrittore vittoriano, indotto dall’aver confuso le rovine sommerse con Sabazia nel lago di Bracciano (citata dallo studioso e geografo del '600 Cluverio di Danzica), rimane indiscusso come sul Lacus Ciminus siano fiorite numerose storie dall’atmosfera magica.

Il libro è «un viaggio sulle orme degli enigmi, nascosti a bizzeffe tra le pieghe di un passato arcaico», offerto da Claudio Lattanzi al lettore: con cura di dettagli e idee all’altezza di suscitare un iter ricco di indici di pertinenza concreti relativi alla piramide di Bomarzo, con scalinate nella pietra boschiva scavate millenni orsono, o di ripercorrere le tracce di una mappa dell’introvabile tomba di papa Alessandro IV, celata da settecentocinquanta anni (almeno si suppone), in un cunicolo segreto nei pressi di Viterbo. Dunque affronteremo il Parco dei Mostri, evocato captando criptiche presenze dentro la Selva Cimina, di arduo accesso, le imponenti “aiole” sommerse nei fondali del lago di Bolsena, non smarrendo la possibilità di ascoltare il mistero della reliquia di Calcata, l’identità di Santa Rosa e la sua trasformazione in simbolo politico, di interrogare gli ineffabili Templari, di sorvolare paesaggi magici e segreti da Calcata a Bagnoregio, da Tarquinia a Sutri, di incontrare l’eremita di Castel Sant’Elia, svelare l’enigma della Cuccumella di Vulci, decifrare le tavolette di Valentano, immaginare le fattezze dell’uomo che parlava con gli Etruschi.


Le "aiole" sommerse nel lago di Bolsena


Notevole in tale ambito è la mitologia sviluppata sul Lacus Ciminius, articolata sull’italico e romano Ercole (in latino: Hercules): ispirato al greco Eracle, venne introdotto forse fra i Sanniti dalle colonie elleniche, in particolare Cuma, mentre i Latini e i Sabini lo ereditarono dal culto etrusco di Hercle. Accogliendo l’opinione del grammatico Servio Mario Onorato (IV/V sec. d.C.), il bacino sarebbe stato creato dall’eroe con un colpo di clava. A Palazzo Farnese, a Caprarola, sul soffitto affrescato da Federico Zuccari è dipinta la leggenda dove è tramandato che Ercole, primo mortale a diventare dio, in virtù delle rinomate dodici fatiche, fosse chiamato dai pastori tra i Monti Cimini afflitti dalla siccità: avendo piantato un pesante bastone nella terra, estraendolo avrebbe fatto sgorgare un vasto flusso acquoso. Per gratitudine, e allo scopo di omaggiarlo, la gente del posto edificò un tempio sul Monte Venere. È evidente il significato allegorico della scena: sul palo di Ercole è raffigurato il giglio farnesiano, segnale delle cospicue opere idriche realizzate, con enormi benefici economici, dal cardinale Alessandro Farnese.

In un’altra forma corrente dell’avventura, il forzuto semidio, partito alla ricerca delle ninfe Melissa e Amaltea, essendo infastidito dalle insistenti richieste del popolo di ottenere una spettacolare prova di vigoria, quasi per stizza conficcò la clava nel suolo. I tentativi degli abitanti di tirarla fuori o muoverla furono inutili. A sera, il semidio, in un secondo sfoggio di energia sovrumana, la strappò con violenza elevandola al cielo, tra le grida della folla esaltata: dalla cavità uscì acqua sufficiente a inondare, in breve, i prati vicini. All’alba successiva i viandanti, invece della zona pianeggiante, erano davanti al lago di Vico.


Ercole nell'affresco di Federico Zuccari a Caprarola


Al pari di svariate vicende concernenti i Τυρσηνοί (dal greco Tyrsenoí - "Tirreni"), anche questa è giunta trasmessa da documenti risalenti all’antica Urbe. L’Etruscus è attestato tra il nono secolo a.C. e il primo d.C., sostituito gradualmente, ma non al completo, dalla lingua latina, conservando validi solo alcuni sostantivi e prestiti: “persona” (dall'etrusco φersu), e appellativi geografici tra cui Tarquinia, Volterra, Perugia, Mantova, Modena (magari Parma) e toponimi in "-ena", del tipo Cesena, Bolsena, Siena, ecc. Il lessema “cimino” deriva dal latino cimmerius, aggettivo equivalente a “oscuro”, “tenebroso”, poiché l’altitudine facilita l’addensarsi di banchi di nebbia, foschia e caligine capaci di sfumare l’hic et nunc circostante. Le sponde lacustri di Vico, dichiara Lattanzi, agevolano la percezione di echi remoti e arcani: «Sono da sempre guardate con un misto di at­trazione e repulsione dalle persone del luogo». Addirittura, «non sono in pochi a provare un brivido sulla schiena a sentir pronunciare il nome di questo lago».

Ai riverberi ambigui e carichi di significato dell’ampio specchio d’acqua di Vico è attribuito un capitolo della Tuscia misteriosa e insolita, là dove si illustra la «fama sinistra che avvolge questo luogo, e che viene confermata dalle numerose testimonianze di chi ha assistito ad episodi a dir poco singolari». Perfino i “pragmatici” Romani erano convinti che il saltus ciminus fitto di castagni, querce e faggi, fosse occupato «da creature spaventose e terrificanti», divenendo un saldo muro di difesa degli Etruschi dall’espansione romana. Nel 309 a.C. Quinto Fabio Massimo Rulliano la attraversò alla guida di una poderosa truppa. Non fu impresa agevole, condotta a termine grazie all’aiuto del fratello e di un esperto servitore: ambedue indossarono indumenti da contadini per risultare anonimi una volta scampati dal malaugurato complesso boscoso. I soldati erano turbati dalla diffusa superstizione di profanare un’area infestata da spettri e spiriti. Tito Livio così la delinea: «Era in quel tempo la Selva Cimina più impraticabile e spaventosa (invia atque orrenda) di quanto non lo siano oggi le foreste della Germania, e nessuno fino allora vi era penetrato, neppure i mercanti, né ardiva qualcuno entrarvi» (IX, 36-39).


La Selva Cimina


Ancora Livio ha illustrato la fatalità toccata al console Postumio il quale sembra vedesse, nel lucus sacro della Gallia, i suoi uomini «fatti a brandelli dagli alberi, che li avevano orrendamente ghermiti». Del resto, nella Scozia del Basso Medioevo, ricreata dal Teatro Elisabettiano di William Shakespeare, una strega, in un funesto presagio, invita Macbeth, barone di Glamis assetato di potere, a non temere la sconfitta se non quando il Great Birnam Wood «muova verso Dunsinane»: benché all’apparenza non degno di fede, nondimeno, il severo annuncio di catastrofe si concretizzerà nell’ordine ricevuto dai soldati di MacDuff e Seyward, disposti intorno al castello del tiranno, di avanzare mascherati con rami e foglie, preludio di disfatta e morte del protagonista.

Un simile genere di timore è pertanto assai plausibile innanzitutto nella forma mentis pagana, tipica del predominio della natura sull’umanità, di frequente affiancato da un’intensa prerogativa spirituale. Lo sviluppo delle città, e il bisogno di utilizzare legno per coprire le esigenze militari, promosse la scomparsa progressiva dell’immensa macchia verdeggiante europea, le cui immagini, con un autoritario panorama spettacolare di alberi giganteschi, erano senz’altro colme di tormentosi riscontri soprannaturali. In tale orientamento, l’uso di saccheggiare e devastare potrebbe rivelare anche una sorta di metodo tradizionale con il quale i soldati davano sfogo alla pressante angoscia in agguato durante le missioni esplorative di boschi paurosi e sinistri, effettuate per vantaggi economici, politici e sociali.

Per formazione individuale e storica, della nostra esistenza ho sempre coltivato influssi materialistici, accanto a sfumature ulteriori non indifferenti di matrice esoterica o trascendentale, giudicando molto positiva, per questo, l’occasione di conoscere circostanze, riti, movimenti di civiltà, descritti in una trama dialettica pertinente entrambi gli orizzonti di contributo, ossia da un lato di impronta storiografica e culturale, dall’altro inerente invece l’universo delle idee in sé. Apprendo quindi con curiosità, nel paragrafo dedicato da Lattanzi alla Selva Cimina, come varie persone, dal 2010, abbiano intravisto «una figura bassa, inferiore a un metro e mezzo di altezza che incede, più che camminare, con andatura incerta e oscillante. Il corpo ha uno strano colore grigio e l’intera figura è completamente priva della minima peluria».


Claudio Lattanzi


Realtà o visione? Deciderlo non è necessario alla comprensione del libro, poiché, per stimolare una convivenza di elementi disparati da sembrare, per errore, antitetici, l’autore sceglie di enfatizzare l’interesse di ricerca sui fenomeni empirici per i quali sono mai emerse strutture logiche e di spessore immanente attendibili: «globi di luce che volteggiano sulle acque», ad esempio, o costante «odore di zolfo», «strane creature» all'imbocco del Pozzo del Diavolo, caverna situata sul prospiciente Monte Venere, e rumori non decifrati in ville minacciate da spettri. Presenze, di sicuro, alquanto infauste anche se, ascoltando il monito dello scrittore e giornalista francese Tristan Bernard, è giusto sostenerne l’atteggiamento ironico, allorché afferma: «È Dio che ha creato il mondo, ma è il diavolo che lo fa vivere».

Seguendo, comunque, un sentiero dal fontanile in località Canale, superata la faggeta del cono vulcanico, alla cima ecco una radura indotta dalla caduta di imponenti specie arboree della famiglia delle Fagaceae. Da qui inizia la discesa nel fatale pozzo luciferino, con l’apertura dotata di una cavità abbastanza spaziosa, rifugio privilegiato da rapaci notturni. Si tratta della grotta maggiore della regione, e la sua frequentazione conduce all'età προϊστορική (proistorikè). Indagini archeologiche ne hanno testimoniato fasi distinte, le più arcaiche attinenti il periodo del Neolitico. In una visuale mirata, si apprezza un gioco magico di colori: nel versante meridionale prevalenti sono la roverella e l'acero, a differenza del lato nord, di solito in ombra, con folti faggi e qualche cerro. La Tuscia, alimentando dunque una gamma affascinante di echi arcani, «seppur esclusa dai grandi itinerari turistici, o forse proprio per questo motivo», precisa Lattanzi, «presenta una quantità sconfinata di misteri collegati ad un passato denso di eventi che si dispiega dagli Etruschi fino all’epoca moderna».


Il Pozzo del Diavolo


Nell’egemonia etrusca, l’appellativo di Tusciae era attribuito all'Etruria. Nella tarda antichità e nell'Alto Medioevo, denotò una distesa assai vasta, comprendente il dominio storico della Toscana, l'Umbria occidentale e il Lazio settentrionale. Tre macro-aree la identificavano: l'attuale provincia di Viterbo (Vetèrbe, in dialetto) e quella di Roma nord giungendo al Lago di Bracciano, il Latium e l’Umbria soggetti al Ducato di Spoleto, e il territorio toscano conquistato dai Longobardi. Oggi il toponimo, in genere modificato in Alto Lazio, indica il viterbese, tra le foci del Chiarone e del Mignone sulla costa tirrenica, bagnata dal corso del Tevere e varcata dalla Cassia, delimitata da un lembo di Maremma, le conche lacustri di Bolsena e di Vico, i Monti Volsini e Cimini.

Leggendo il volume, matura qua e là la suggestione avvincente di poter assistere ad un'esposizione, alternata con cura, di casi ambigui forniti di princìpi attendibili (i quali non per questo, però, perdono la loro carica di inquietudine) insieme all’enunciazione, in chiave coinvolgente, di enigmi irrisolti, cioè caratterizzati da svariate proposte, per ora fallite, di inserirli in un quadro di ragioni, come dire, persuasive. Molteplici accenni a interrogativi rimangono ad hoc senza risposta: in primis, l’episodio del sacro Graal occultato per volere di Federico II in Castel del Monte in Puglia, magari trasferito dallo stesso imperatore nel palazzo fortificato nelle vicinanze del Monastero di Santa Rosa, distrutto e ridotto a resti esigui.

Alla nascita ufficiale della letteratura italiana è collegato invece il controverso destino delle peccatrici del Bullicame, esiliate dalla cittadinanza presso una sorgente sulfurea nel circondario di Viterbo. Nel XIV canto dell'Inferno se ne occupa Dante, alludendo alle acque intrise del sangue dei martiri Valentino e Ilario: «Tacendo divenimmo la 've spiccia / fuor della selva un picciol fiumicello, / lo cui rossore ancor mi raccapriccia. / Quale del Bullicame esce ruscello / che parton poi tra lor le peccatrici, / tal per la rena giù sen giva quello». Il riferimento alle prostitute è contenuto, centocinquanta anni dopo, nello statuto cittadino del 1469: «Se vogliono bagnarse, vadino dicte meretrici nel bagno di Bulicame». Ma, secondo alcuni commentatori della Commedia, un amanuense avrebbe sbagliato nel ricopiare il testo, autorizzando con un’erronea trascrizione la storia delle “peccatrici” relegate da un'ordinanza nelle fonti non urbane. Consultando la cronaca, erano invece filatrici di canapa, “pettatrici”, la cui industria era fiorente nel viterbese.


La lapide di Defuk


Di pari difficoltà sarebbe stabilire con strumenti oggettivi i “dati anagrafici” del corpo seppellito della basilica di San Flaviano sulla via Francigena, con la stele: «A causa del troppo Est!Est!!Est!!! qui giace il mio signore Giovanni Defuk». Il sepolcro custodirebbe Johannes Defuk, vescovo tedesco al seguito della carovana di Enrico V di Germania, in viaggio per ricevere a San Pietro, dal Papa, la corona imperiale. Amante del buon vino, l'alto prelato aveva incaricato il servitore Martino di precederlo con il compito di localizzare cantine di pregio, marcando la porta della taverna con “Est”, ossia “C'è”. Il moscatello di Montefiascone lo entusiasmò, scrivendo per ben tre volte il segnale convenuto: “Est! Est!! Est!!!”.  «Constatato di persona quanto Martino fosse nel giusto», racconta Lattanzi, «fu talmente preso da questo vino al punto che abbandonò la carovana dell'im­peratore e non se ne andò più via. Tanto ne bevve che ne morì. Correva l'anno 1113».

Per secoli, il giorno della scomparsa venne celebrato versando un barile di Est!Est!!Est!!! sulla tomba, avendo il fedele servo fatto incidere l’iscrizione ai piedi del monumento funebre. In coerenza all’intelaiatura strutturale del libro, è offerta subito un'altra ipotesi, presumendo la salma appartenga in realtà a Friedrich von Tanne, vassallo di Filippo I di Svevia e duca della Tuscia, caduto in battaglia in quei luoghi: nell'estate del 1234 l'influente arcivescovo di Salisburgo, parente stretto di von Tanne, onorandolo avrebbe lì tumulato il defunto. La pietra sepolcrale, quindi, è probabile sia «la conseguenza di una sepoltura postuma», illustrando «inoltre il motivo per cui il personaggio scolpito sulla lapide, pur essendo identificato sicuramente come un laico, venga spesso ricordato dalla tradizione come un religioso».


Le armi delle "chemical city"


Per concludere, è il momento di tornare al Lacus Ciminius e al suo alone elusivo con sapienza chiarito da Lattanzi. Una mattina di gennaio del 1996, un ciclista, costeggiando il lago vicino a Ronciglione, sentì mancare all’improvviso le forze. Dopo la denuncia alla Procura di Viterbo, si pensò ad un avvelenamento da gas tossici. Il segreto, mantenuto per decenni, fu rivelato: nella vasta regione adiacente, nel mezzo della selva, era situata una fabbrica di armi chimiche, operativa dal ventennio fascista fino agli anni Settanta. Le terribili esalazioni avrebbero originato anche una serie di anomali infortuni stradali registrati nella stessa zona per lungo tempo. Bunker, magazzini sotterranei, caserme, uffici: era stato allestito e nascosto un enorme spazio adibito a esperimenti e stoccaggio di testate a caricamento speciale.

La chemical city mussoliniana era divenuta polo strategico per inserire nel mercato migliaia di tonnellate di prodotti bellici a base di iprite, admsite, fosgene, lavorate in vani insicuri e tutelati da scarsissima igiene. La bonifica del sito iniziò in totale segretezza: gli abitanti non hanno mai avuto il minimo sospetto di quel terrificante arsenale celato nell’area a ridosso del bacino lacustre.

Il messaggio implicito di Claudio Lattanzi, non espresso ma ricavabile, è che, al di là di monoliti e criptici fantasmi, figure diaboliche e globi luminosi, sono le gesta sconsiderate dell’uomo a incutere davvero paura.

 



Claudio Lattanzi

Tuscia misteriosa e insolita.

Esoterismo, leggende nere, enigmi irrisolti, Templari.

Orvieto, Intermedia Edizioni, 2016, pp. 128, € 12,00

 

      

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